Conferenza di p. Sandro Barlone sj
Pubblichiamo la trascrizione della IV e ultima parte degli incontri che P. Sandro Barlone – gesuita, professore di Cristologia alla Pontificia Università Gregoriana – ha tenuto presso la Parrocchia San Vigilio a Roma
nei mesi di marzo-aprile 2005.
Ringraziamo Daniela e Giuseppe Scarlata e il parroco Don Enrico Ghezzi della comunità di San Vigilio per averci messo a disposizione la trascrizione dell’intervento. Il testo non è stato rivisto dall’autore.
28/08/2007
Visione cosmica della risurrezione
1Cor 15, 28: "...perché Dio sia tutto in tutti".
Il cosmo avrà una nuova vita in Cristo risorto? E' un tema presente nella Bibbia, ma in cui si assommano tanti fattori. La materia potrà risorgere? Padre Teilhard de Chardin, morto il giorno di Pasqua del 1955, grande antropologo, paleologo, e grande mistico e teologo cristiano, ha un'idea bellissima: dice che tutto ha un'anima orientata verso Cristo e che tutto risorgerà. La materia del pane e del vino diventa corpo di Cristo; il Verbo si è fatto carne. Nella nostra educazione, fortemente influenzata dalla cultura greca, noi abbiamo sempre distinto la materia dallo spirito. In realtà siamo "persona" perché la materia e lo spirito sono una cosa sola. Dio assume la carne, la materia; anzi l'eucarestia è fatta di pane e vino che diventano il corpo di Cristo.
Nel suo "Inno all'universo", sulla scia dell'apostolo Paolo, Teilhard de Chardin cantava così: "Immergiti nella materia, figlio della terra, bagnati nelle sue falde ardenti, perché essa - la materia - è la sorgente e la giovinezza della tua vita, e anche in lei risuona il gemito dello spirito". È proprio attraverso l'immagine del gemito che esce dalle labbra di una donna partoriente che anche Paolo compone una specie di parabola della redenzione. Una redenzione che non coinvolge solo l'umanità, ma tutto il creato.
Tre sono i gemiti che si intrecciano. Innanzitutto quello della natura intera, che attende da lontano la rivelazione di figli di Dio: "Tutta la creazione geme e soffre fin da ora le doglie del parto", dice Paolo nella Lettera ai Romani. C'è poi il gemito dell'uomo, che anela alla salvezza piena: la creazione non è sola, ma anche noi che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente attendendo da lontano l'adozione a figli di Dio. E c'è infine lo stesso gemito dello Spirito, che vuole condurre a pienezza la redenzione. Lo Spirito stesso viene in aiuto alla nostra debolezza intercedendo per noi con gemiti ineffabili. Ora questi tre gemiti sono il segno di una tensione viva che è in tutto l'essere, proteso verso la salvezza piena, desideroso di essere rigenerato in modo da essere "nuova creatura". Abbiamo parlato di resurrezione: a questa luce noi dobbiamo intendere questo gemito, perché la resurrezione di cui abbiamo detto che la pasqua di Cristo è anticipazione, caparra, primizia, è il termine di questo gemito, è ciò verso il quale va questo gemito. E' la meta che attende e verso la quale va tutta la realtà e la creazione in genere, secondo però una "scansione" abbozzata negli incontri precedenti. Paolo ricorda: "Ciò che semini non prende vita se prima non muore". Quello che semini non è il corpo che nascerà, ma un semplice chicco: c'è però continuità tra chicco e spiga. Così anche la resurrezione dei morti: "Si semina corruttibile e risorge incorruttibile". Si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge potente, si semina un corpo animale e risorge un corpo animato dallo Spirito. Questa vicenda di salvezza e di rinascita che Paolo descrive proprio nel cap. 8 con una cascata di verbi posti in successione - "quelli che Dio ha preconosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del figlio suo"-, questa vicenda riguarda innanzitutto il nostro destino glorioso, nostro, personale, ma coinvolge anche tutto il creato. E di questo stasera vorremmo tentare di cogliere qualcosa di più.
Innanzitutto l'attesa della creazione. Per Paolo, che è erede della tradizione biblica vetero-testamentaria, la creazione ha il senso della sua esistenza nel derivare da Dio e nell'essere la sua manifestazione. Dio infatti con la sua parola che affonda nell'esistenza, pone la realtà in una tensione tra Lui come origine e Lui ancora come fine: la creazione deriva da Dio ma a Dio tende. Se togliamo questo rapporto, la realtà decade e non trova più se stessa. Questo tono è il dato che maggiormente caratterizza il passo in cui Paolo parla della realtà e della tensione che anima la realtà e da cui ho attinto i termini che più ci possono illuminare. Scrive Paolo nella Lettera ai Romani 8,18-25: "lo ritengo infatti che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi. La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l'adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. Ora ciò che si spera, se visto, non è più speranza; infatti, ciò che uno già vede, come potrebbe ancora sperarlo? Ma se speriamo quello che non vediamo, lo attendiamo con perseveranza". Allo stesso modo anche lo Spirito nella terza delle citazioni.
Questa serie di affermazioni ci mettono appunto di fronte al gemito della realtà e alla tensione che anima la realtà e ci porta ad affermare che il creato stesso ha un futuro nel piano di Dio: in quanto la creazione è "da Dio", deriva da Lui, è anche a Lui ordinata. Tende verso di Lui. Egli è il futuro della sua opera. Senza l'orientamento al Creatore, il creato perde la sua gloria e si trasforma, come dice Romani 1,25, da verità in menzogna. Per questo, una volta toccata dal peccato e coinvolta nella caduta, la realtà diventa anelante verso la completa restaurazione che sia un ulteriore dono di verità e di grazia. Le parole della pericope che abbiamo letto affermano esplicitamente che c'è una continuità fra Dio e la sua opera. I gemiti e le doglie, insieme con l'attesa, indicano la volontà di affermare, nonostante l'esperienza del male e della sofferenza, la bontà possibile del mondo, nell'attesa e nella speranza della manifestazione del dono di questa bontà. Il cosmo segnato dal peccato rimane ordinato a Dio. I grandi sospiri che non abbandonano mai la storia della creazione e i dolori che accompagnano il cammino storico, le doglie premonitrici e le sofferenze prefiguratrici, rivelano la certezza della speranza e l'attesa della libertà sperata. In altri termini, i dolori e i sospiri indicati in Romani 8,18-25 non sono segni di una situazione disperata, ma di una speranza che viene direttamente da Dio, che riguarda la sua azione e dice che nel futuro Dio riserva libertà e gloria. Questa attesa dunque è affermazione del riferimento diretto della creazione a Dio.
Secondo Schurer, un grande autore del Nuovo Testamento non ci sarebbero per Paolo gemiti, lamenti e lacrime se non ci fosse anche la speranza della libertà: "Solo perché sul mondo e sulla terra si libera tale promessa, quel destino di corruzione che si compie nell'annientamento e nella frustrazione è motivo comune e costante di lamento e sofferenza". Possiamo dire che in fondo la creazione non si lamenta solo per le vane forme di distruzione che essa patisce: si lamenta perché ogni distruzione, sia morale che fisica, appare come una minaccia di quella libertà definitiva che la attende e che verrà quando Dio, mediante Cristo, provocherà nello splendore e nella potenza della libertà anche la trasfigurazione del mondo. Questo perché? Perché la resurrezione di cui abbiamo parlato nei nostri incontri, la redenzione operata da Cristo, lascia anche nella creazione un segno della sua novità. Ma un segno che è ancora coperto da quegli aspetti di finitezza e di imperfezione che le fanno attendere la pienezza della sua manifestazione. Possiamo dire che anche la realtà è segnata già fin da ora dalla tensione del "già" e del "non ancora". Perché la realtà? A proposito della resurrezione di Cristo c'è questa frase del cardinal Kasper: in Lui una particella della nostra realtà, il suo corpo, è già arrivato all'esito definitivo. Il corpo di Cristo, se noi andiamo ai concili di cristologia, è consustanziale a noi: è consustanziale al Padre secondo la divinità, è consustanziale a noi secondo l'umanità. Quindi è la nostra carne che in Cristo è risorta. Cristo è l'anticipo della resurrezione che avendo già colto il primo dei membri, ma anche nella sua realtà corporea, già invade con la sua forza la realtà creata che è tutta segnata della sua novità.
In Romani abbiamo la descrizione della realtà e del senso della vita nella nuova creazione e ci troviamo di fronte ad un problema che è centrale nella riflessione cristiana, specie paolina: quella del "già" e del "non ancora". Come è possibile credere che la salvezza è stata ormai già operata se ancora è necessario vivere in una realtà che continuamente è causa di dolore, di sofferenza, di morte? La sofferenza non può essere negata, ma Paolo, nella sua comprensione ispirata dal mistero della salvezza, annuncia il senso di questa situazione e ne dà la chiave di lettura. L'esistenza del credente è tribolata nonostante la salvezza ottenuta, ma Paolo dichiara che il soffrire è il soffrire di Cristo e, come tale, è questa la strada con cui si apre la partecipazione anche per la realtà alla gloria. Con questa affermazione Paolo fa luce sulla comprensione della realtà ancora offuscata dal dolore ed apre alla penetrazione del senso della salvezza in ogni aspetto della realtà creata, dalle cose ai credenti. E lo presenta non solo nella dialettica presente/futuro, ma anche nella dialettica apparente/reale. La sofferenza del momento presente, cioè, non ha altro peso che quello di preparare la realtà del mondo futuro, il quale è già presente all'interno di questa sofferenza. Solo che la gloria futura supererà infinitamente le sofferenze. E seppure la sofferenza è per il cristiano un segno della autenticità della sua esperienza di fede, essa è soltanto un momento di transizione verso una gloria garantita che lo attende nella eternità.
Nel contesto di questo pensiero, Paolo pone anche la sua considerazione sulla situazione della creazione, che attende con anelito la libertà nella manifestazione della gloria dei figli di Dio, per dire che non rimane alcun dolore che non sia stato in un certo modo già segnato da questa certezza di superamento e da questa eruzione di gloria che è "nuova creazione". Ed è importante in questa visione il ricorso al tema della speranza. Paolo, proprio per sostenere la sicurezza dell'attesa del compimento di gloria dei battezzati, per fondare la loro speranza escatologica, richiama l'attenzione sull'esperienza generale che comunque, possiamo dire, si apre nel suo senso ultimo solo alla coscienza del credente: la comprensione credente della natura e della storia, il fatto cioè che tutta la realtà si trova in una condizione di attesa, attesa vista come tensione verso un futuro migliore. In Romani 8,18-25 Paolo vuole convalidare proprio questa idea di speranza integrando la discussione della speranza con lo schema invisibile/visibile, il quale permette di esprimere in qualche modo presenze che non sono del tutto evidenti: la vittoria, ma oltre la croce; la gloria, ma nascosta; la figliolanza divina di chi crede. Essere nella speranza significa essere già segnati dalla croce e dalla resurrezione di Cristo, che ha dischiuso la speranza e che è, al tempo stesso, il punto di arrivo della speranza. Il punto focale della speranza infatti non è la beatitudine del singolo, ma la signoria universale di Dio, quando “sarà tutto in tutti”.
L'altra volta, a conclusione, dicemmo che noi veramente abbiamo talvolta una visione meschina della resurrezione, cioè quella della salvezza della nostra anima. Invece la resurrezione è l'esito della lotta cosmica tra il bene e il male, tra la vita e la morte, quella lotta che trova in Cristo già l'anticipo della vittoria definitiva. Quella vittoria che poi interesserà tutti gli uomini e tutta la realtà: "Dov'è o morte la tua vittoria?”. Nella resurrezione non vi è soltanto il nostro destino individuale, ma vi è l'esito di tutta la realtà.
Nel contesto appunto di questi pensieri Paolo pone anche la sua considerazione sulla situazione della creazione che attende con anelito la libertà della manifestazione della gloria dei figli di Dio. E' quindi al futuro che questa realtà consegna che noi dobbiamo guardare. Ma futuro inteso come? Inteso come compimento di salvezza. Il futuro inteso come compimento di salvezza porta inevitabilmente ad affrontare il tema dello Spirito, perché affidare la creazione al futuro e alla speranza significa per Paolo affidarlo allo Spirito. Infatti là dove appare il tema della speranza nella Lettera ai Romani, compare anche il πνευμα quale collegamento e artefice della speranza. La ricorrenza è molto esplicita in 15,13: "Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede, perché abbondiate nella speranza per la virtù dello Spirito". La speranza che attraversa la realtà tutta è segnata dall'opera dello Spirito e deve a lui la sua trasformazione futura. Il dato emerge ancora più evidente se osserviamo il ruolo dello stesso Spirito all'interno della lettera e del pensiero di Paolo in generale: l'apostolo considera il possesso dello Spirito come l'adempimento delle antiche promesse. La convinzione che lo Spirito è un'anticipazione della salvezza finale si fa sempre più chiara quando appunto abbiamo una comprensione chiara di quella che è la resurrezione di Cristo. Il πνευμα è il fondamento mediante il quale Cristo raggiunge la sua vittoria sulla morte, "mediante lo Spirito"; Cristo Gesù è costituito figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione e, nello stesso modo, a quell'unico Spirito è anche affidato il compito di rinnovare completamente l'esistenza dei credenti, dei battezzati, vincendo la morsa peccato/morte che li teneva schiavi. E in questo abbiamo anche la vittoria su quelle che sono le forze intrastoriche negative, quindi la vittoria su quello che è ciò che impedisce alla realtà di raggiungere il suo esito. Come interpreta Paolo questo futuro?
Il tema della speranza, la presenza e l'azione dello Spirito, ed espressamente il fine dell'attesa sia della creazione che dell'uomo, ci danno la visione di quello che è il futuro salvifico escatologico. Ma per capire quale sarà questo futuro che è il termine di tutta l'attesa umana e della speranza anche del cosmo, è indispensabile capire da che cosa si è liberati, quali sono le forze negative che attraversano l'uomo e che attraversano anche la realtà.
La prima liberazione è quella dalla sofferenza. Il primo aspetto da sottolineare è quello della sproporzione tra ciò che ora è vissuto e sentito come distruzione e sofferenza e la condizione futura. La realtà attesa va compresa innanzitutto come contrapposta alla sofferenza, sofferenza all'interno della vita del credente. La realtà positiva, quella che ci attende, non è solo un recupero o un controbilanciamento della sofferenza, ma un andare oltre ogni sofferenza. L'esempio lo troviamo sempre in questa Lettera ai Romani. La nostra pericope sottolinea la realtà universale della sofferenza intesa come comune condizione, sia della creazione che dell'uomo, la quale va superata per poter partecipare alla salvezza futura. Come per Cristo la croce, compendio massimo di ogni sofferenza, si è trasformata in vita, così il gemito universale della creazione che è dell'uomo è destinato a cedere il posto alla pace, alla felicità escatologica, quella in cui la sofferenza verrà superata e Dio sarà "tutto in tutti”', ovvero "tutto in tutta la realtà" - παντα εν πασι -, come suggerisce il contesto immediato in cui troviamo il versetto. Lo stato presente di sofferenza della creazione, oltre che a farci risalire ad una condizione antitetica a quella della sofferenza, dove non esiste tribolazione di sorta, ci indica anche la modalità di questo superamento, di questo godimento della nuova realtà: come la sofferenza della creazione non è isolata da quella dell'uomo, ma con questa è partecipe di quella di Cristo, così la situazione antitetica, quella che succederà, di pace e di felicità, sarà vissuta in comunione universale, cioè non solo dell'uomo ma anche da tutta la realtà.
Un altro condizionamento da cui il futuro ci libererà sarà la liberazione dalla vanità, termine ancora del testo di Paolo. In Rm 8,20 leggiamo che la creazione è stata sottomessa alla vanità e che al presente si trova in questa condizione esistenziale. Il vocabolo che noi traduciamo con 'Vanità" - ματαιοτης; - indica qualcosa di più: indica il non poter corrispondere alle promesse, il non realizzare il proprio fine; descrive una condizione e una situazione esistenziale interna dove domina la disarmonia, l'inconsistenza. Paolo si serve di questo termine per descrivere una prospettiva chiusa in se stessa, che non è aperta alla realtà superiore. Ed è lo stesso termine paradossalmente che viene usato in 1 Corinti 15,17: "Se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede – ματαια η πιστις; - e voi siete ancora nei vostri peccati'. Che cosa produce invece l'evento della resurrezione? La vanità, che appartiene al vecchio ordine del peccato e della morte, verrà superata. La vanità è l'eredità del peccato di Adamo che esercita ancora la sua forza. La condizione finale, antitetica, in cui si troverà la creazione in virtù della resurrezione di Cristo sarà liberazione proprio da questa "inconsistenza", e la realtà raggiungerà il pieno senso di se stessa sulla base del suo orientamento originario ma in virtù della resurrezione di Cristo. Solo quando questa avrà raggiunto la sua impronta universale definitiva su tutto, la creazione troverà il raggiungimento del proprio scopo secondo il disegno divino.
Una terza liberazione sarà quella dalla schiavitù della corruzione. Sempre il v. 21 della nostra pericope offre un’ulteriore descrizione della situazione di instabilità in cui si trova attualmente la creazione. Si dice che essa soggiace “alla schiavitù”, cioè in una situazione negativa di dipendenza distruttrice, dalla quale sarà però liberata in virtù della resurrezione. Non è un caso che il termine "schiavitù" – δουλεια - sia accompagnato dall'articolo determinativo, mediante il quale Paolo fa riferimento ad una schiavitù specifica, ben individuabile. Dall'impiego nella Lettera ai Romani di δουλoς - e dei termini da esso derivati - si comprende che la schiavitù di cui qui si parla è da riferirsi a quella del peccato, la potenza schiavizzante che genera l'uomo, e che questa è a sua volta generatrice di corruzione. Paolo vuole sottolineare il senso fisico concreto della schiavitù della creazione, il disfacimento, la corruzione, la caducità, senza per questo negare anche l'aspetto etico-morale: la corruzione come uso distorto, analogamente al termine "morte", al quale "corruzione" è collegato, che racchiude in sé sia una connotazione fisica, la decomposizione concreta di un essere, sia quella spirituale, la morte, cioè, come asservimento alla realtà del peccato. La liberazione dalla condizione schiavizzante, peccato/morte secondo la carne, è già una realtà a partire dalla redenzione di Cristo e si concretizza in modo morale in una vita secondo lo Spirito: quella "resurrezione morale" - di cui parlammo l'altra volta - che ci fa crescere verso l'esito finale.
E' interessante vedere come qui Paolo giochi sui tempi: mentre parla al presente della resurrezione morale, usa il futuro per quanto riguarda questo secondo tipo di resurrezione: nella morte è stato già vinto l'aspetto interno - mancanza di un futuro, di speranza, mancanza di felicità -, ma non è stato ancora vinto l'aspetto concreto esterno di corruttibilità, decomposizione, per il quale siamo rimandati all'evento finale del compimento della salvezza, quando Cristo, avendo sottomesso a sé ogni potere e per ultimo la tracotanza della morte, consegnerà ogni cosa al Padre. Siccome la redenzione della creazione è collegata soprattutto con l'aspetto specifico della corruzione sensibile, essa non è ancora stata resa del tutto autentica: essa partecipa nella speranza alla salvezza, la quale è già dono, ma non è ancora un dono completo. Così Paolo usa un verbo al passato per affermare il compimento della redenzione nei confronti dell'uomo, ma impiega un verbo al futuro per descrivere quella della creazione. E anche per l'uomo, quando parla della redenzione dell'aspetto fisico materiale, anche qui usa verbi al tempo futuro, unificando in questa prospettiva l'uomo e la creazione. "Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d'incorruttibilità e questo corpo mortale d'immortalità, si compirà la parola della Scrittura: la morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? (1 Cor 15,54).
Quindi, come suggerisce il verbo "liberare" nell'uso paolino, la liberazione della creazione è una liberazione in primo luogo in virtù della redenzione di Cristo, è orientata a lui. Possiamo, grosso modo, descrivere questa liberazione come un passare da uno status di corruzione allo stato futuro: anche qui abbiamo termini analoghi che non sono descrittivi, ma che sono allusivi, per cui possiamo descrivere il futuro anche della creazione come doxa, come "gloria", come 'Vita", come "abbandono alle forze dello Spirito". Per descrivere il futuro della realtà in senso positivo, dopo aver detto da che cosa si viene liberati, quindi qual è il termine a partire dal quale la redenzione della creazione avviene, dobbiamo guardare a cos'è l'esito e qui Paolo usa dei termini positivi che sono libertà e gloria.
Libertà. Il movimento di liberazione della creazione tende - εις, movimento - al conseguimento del bene sperato che è sentito in primo luogo come "ελευθερια", libertà della gloria. La libertà alla quale si riferisce l'apostolo non è semplicemente conseguenza della liberazione con caratteristiche sue proprie: secondo Paolo questa libertà è anzitutto uno status specifico dei credenti, una condizione nuova di vita tutta dipendente dal Risorto. Solo in analogia ai credenti noi possiamo comprendere quella (libertà) della realtà. Quindi la libertà di cui Paolo parla come nuova condizione del mondo, è una libertà tutta dipendente da Cristo, perché solo Lui è la libertà. Cristo libera poi nello Spirito, di modo che Spirito, gloria, libertà, filiazione, sono concetti che si implicano a vicenda. E' in tale prospettiva che va collocata la liberazione della creazione, perché toccata anch'essa dalla forza rigeneratrice di Cristo, dello Spirito, che conforma la realtà alla vittoria sul potere demolitore della morte.
Il senso di libertà, già di per sé denso di significato, va poi ulteriormente arricchito dalla specificazione della libertà della gloria, la quale offre uno spunto ulteriore per capire la collocazione escatologica della creazione. Il concetto di "δοξα", di "gloria", è uno dei più fondamentali per il Nuovo Testamento. Lo dice Schurer. Tralasciando l'aspetto profano - per cui vuoi dire "onore", "fama" -, tralasciando anche quello celebrativo religioso, è quello teologico che più ci interessa. In dipendenza dall'Antico Testamento la " δοξα" è, secondo Paolo, l'essenza stessa della divinità in quanto risplendente o rivelata in una maniera straordinaria nelle meraviglie della grazia nei misteri della salvezza. E' l'Essere divino nella pienezza della sua potenza, del suo splendore, splendore che si comunica alle creature. Questa ampiezza di significati può essere colta nei seguenti aspetti: la gloria designa l'Essere divino riflesso nelle sue perfezioni, la divinità, la misericordia, il potere, la sua bontà e la sua grazia. Designa poi l'Essere divino in quanto comunicato e rivelato agli uomini: gli uomini fino alla venuta di Cristo sono privi di questa gloria. Cristo, mediatore della gloria, la possiede in pienezza e gli uomini ricevono la gloria di Cristo come un risplendore di lui, per mezzo del vangelo, soprattutto per mezzo dello Spirito. Gli uomini a somiglianza di Cristo-luce vedranno la pienezza di questo splendore divino nella trasformazione della resurrezione nella vita del cielo, secondo il disegno progettato da Dio. Quindi la gloria di Dio può essere vista come realtà soteriologico-santificante e come realtà escatologica, futura, beatificante.
Paolo distingue tra gloria soteriologica ed escatologica: la gloria soteriologica è quella che già noi possediamo - siamo già salvati -; la gloria escatologica è quella che otterremo nella visione diretta e beatificante dello splendore di Dio. Ora anche la realtà partecipa già di questo duplice movimento, tutta la creazione. Per cui questo vocabolo "δοξα" permette di cogliere allora cosa Paolo intenda quando parla di questa nuova realtà che investe fin d'ora già il mondo, ma che si manifesterà soltanto nel momento definitivo. E potremmo vederlo con la redenzione finale del corpo. Paolo non intende parlare della distruzione di questo corpo terreno e di un ritorno dell'anima a Dio, ma affermare l'ingresso e l'ascesa della nostra esistenza in una dimensione corporea libera dalla sottomissione alla morte, per godere della libertà della gloria e partecipazione a quello (corpo) di Cristo. Questa liberazione-redenzione secondo Paolo, come quella di Cristo, non è un tornare alla vita precedente, ma è compiere un esodo assoluto che fa uscire totalmente dall'attuale condizione per entrare nella vita di Dio. E questo è riservato anche al cosmo: anche il cosmo avrà una partecipazione al secolo futuro.
Paolo pone il cosmo all'interno dell'economia redentrice, vissuta ora nell'attesa della liberazione completa e della manifestazione della gloria. Dichiara ancora la penetrazione universale dell'efficacia dell'opera di Cristo e il fatto che l'influsso della sua glorificazione, della sua signoria, oltrepassa i fedeli, fino ad arrivare, con la sua azione, in ogni elemento e in ogni cosa per unire tutto come Signore e tutto riempire della sua gloria. Tutto questo risponde pienamente all'annuncio cristologico di Paolo: Cristo, gloria del Padre, stabilirà la sua signoria su tutte le cose e comunicherà al mondo, inteso nel senso più ampio del termine, la sua pienezza mediante lo Spirito, cosicché ogni realtà a suo modo e conformemente al proprio stato sarà presente e piena di Lui.
Una sana teologia, annota don Enrico a conclusione della relazione, è una teologia di speranza, di luce: è questa la grande novità cristiana. Non siamo dei disperati destinati al nulla: il nuovo eone, come lo chiamavano i Padri della chiesa, il nuovo mondo, è un mondo che parte dal giorno della creazione e si riempie e si completa in Cristo. Noi siamo portati più a vedere la dimensione della debolezza che abbiamo dentro di noi, la nostra finitudine, la nostra stanchezza, però biblicamente Dio ci ha creati non per distruggerci, ma per renderci partecipi della sua gloria, di gloria in gloria. Kasper, il cardinale teologo preposto alla congregazione per il dialogo ecumenico, ha detto una cosa bellissima: noi siamo una cellula, un frammento del corpo glorioso di Cristo.
Domanda: al di là dei testi cui si è fatto riferimento preliminare e da cui si è attinto, quale altra forma di espressione del magistero o della teologia cristiana ha in qualche modo un riferimento alla grandezza paolina su questa materia della resurrezione? Soprattutto desidera sottolineare quello che per lui è stato una riscoperta, vale a dire la grandezza della nostra dignità di essere salvati oggi, hic et nunc, e questa visione escatologica alla quale spesso facciamo fatica ad essere richiamati, ad essere guidati.
Risposta: Qui noi raggiungiamo ciò che faceva parte della chiesa primitiva. Spesso "castighiamo" autori importanti: racchiudiamo Schillebeekx in una tesi ardita e dimentichiamo tutto il resto che ha detto. Per esempio in "Gesù. La storia di un vivente" fa un'annotazione molto importante: l'esperienza della resurrezione fu anche oggetto di partecipazione all'interno della comunità primitiva. Come mai Paolo ha avuto già questa penetrazione? Non dobbiamo pensare a pensatori isolati, ma ad una comunità che, forte della stessa esperienza, in modo corale la approfondisce, alcuni con un acume chiaramente che deriva loro da doni di natura, ma tutti assieme sotto anche l'azione dello Spirito, per cui la percezione di uno rimandata nell'altro arricchisce la visione. Ora certamente con Paolo e il suo inno di 1 Corinti, citato nel primo incontro, siamo davvero alle origini, perché Paolo scrive intorno al 40: ed era un inno già codificato, quindi precedente a Paolo, e già dice il nucleo della fede cristiana, un nucleo che è stato non solo “vissuto”, ma fatto oggetto già di formulazione, di comprensione. Possiamo dire che, purtroppo, man mano ci si allontana dalle origini, quella che è stata la forza propulsiva, anche espansiva, missionaria del cristianesimo che deve fare i conti con i contesti nei quali trasferisce il messaggio, - l'inculturazione del messaggio non è un fatto nostro, ma un fatto che arriva già nei primi momenti: da quando prende le distanze da Israele in fondo questo nucleo è stato già estromesso, deve emigrare e quindi si confronta e prende contatto con popolazioni alle quali deve tradurre il proprio messaggio, senza farlo ingoiare - corre dei rischi. E il rischio dell'ellenizzazione del cristianesimo - è la cristianizzazione dell'ellenismo che è avvenuta!-, con qualche realtà che comincia a spegnere il vigore del messaggio e a farlo ingoiare nelle mani della filosofia. Si parte da una precomprensione filosofica, che è quella del sistema di pensiero, per poi fare entrare all'interno di quel sistema il pensiero che resta così costretto, resta schiacciato, resta deturpato. Lì c'è la cristianizzazione dell'ellenismo: usa categorie ellenistiche, ma le riempie di contenuto cristiano. Quando si spegne questo slancio, quando si separa gradualmente il contatto vivo con la Scrittura, abbiamo il perdersi: Rahner parlerebbe di "verità dimenticate", cioè di verità presenti all'interno della fede cristiana, ma di cui non abbiamo più la percezione, la valenza e la forza anche, come dire, di trasformarle. Noi siamo risorti già adesso e l'uomo nuovo che portiamo dentro di noi ci sta, e cresce: "agnosce, christiane, dignitatem tuam!". Non è soltanto il fervorino morale: "comportati bene, fai il bravo"! Ma: "riconosci chi sei dentro!", la tua autentica dignità, il tuo "carattere", un termine che poi abbiamo usato senza più la sua capacità di presa. Cos'è il "carattere" battesimale se non quell’impronta che ci conforma a Cristo nell'identità più profonda e che là, dove posso dire "io", la mia prima idea è di essere "cristiforme"? "Alter Christus" è il cristiano, ogni cristiano, conformato a Cristo in virtù del battesimo. Poi magari c'è una plasmazione per cui la conformazione viene fatta a seconda delle ministerialità che sono presenti nella chiesa. Quando si perde di vista il contatto con la Scrittura - "Dei Verbum, ricorda il concilio, è l'anima di ogni teologia - noi facciamo delle teorie e riusciamo a usare la Scrittura per comprovare poi ciò che con la teologia dicevamo: il sistema di pensiero che si era formulato in modo ineccepibile, trova i supporti -"dicta probantia"-, prende la Scrittura a prova della verità di quanto dice. Ma dovrebbe essere l'inverso! E difatti il Concilio ha ridato questa priorità e per questo possiamo dire, pur con tutti gli "scossoni" che possiamo denunciare, che c'è stata davvero una ripresa. Non che la fede dei nostri nonni fosse meno vera, no: solo il Signore legge in cuore delle persone. Però possiamo dire che fosse molto individuale, questo sì. La nuova stagione del Concilio, che ha ridato vita al senso comunitario, dobbiamo ancora sentirla come una grossa ripresa: la ripresa dei Padri, della Scrittura, di tutta una lezione che era stata accantonata.
D. Se abbiamo una dignità, una responsabilità così grande, sussiste però la paura...
R. E' tempo di uscire allo scoperto: non possiamo più demandare al parroco le responsabilità, ma dobbiamo anche noi assumerla come adulti nella fede. Con diversi carismi dovremmo arrivare a portare, ciascuno, la propria esperienza di maturità nella fede.
D. Oltre a Paolo, dove nei vangeli si parla di resurrezione?
R. A conclusione del vangelo di Giovanni è scritto: "Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, ...il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere". Le cose dette nei vangeli, o in Paolo, sono realtà che la Chiesa primitiva ha tramandato. Le Lettere di Paolo sono i documenti più antichi dei vangeli stessi e ci mettono a contatto con problemi vivi, cioè con quelli che erano i problemi che si ponevano via via alla comunità cristiana man mano che l'incontrava. Infatti Paolo non ha la forma di un trattato organico e armonico, ma quella di risposte puntuali a problemi che i cristiani cominciano a incontrare. Così da quella che noi supponiamo essere la serie dei detti e dei fatti di Gesù gli evangelisti hanno attinto quanto era funzionale alla loro predicazione. Comunque Gesù parla del mondo futuro. Nella polemica con i sadducei, i quali da alcune esagerazioni dei farisei rifiutavano la resurrezione, Gesù risponde dicendo che c'è continuità e discontinuità: saremo noi ma saremo come gli angeli di Dio. Vi è cioè una realtà che sarà la presenza, la presa di possesso dello Spirito di tutta la nostra realtà. Ma in fondo avvertiamo una certa resistenza che urge dentro di noi. Ecco, quando parliamo della vita risorta, parliamo dello Spirito che prende possesso pieno della nostra realtà. Il che non vuoi dire che sarà una realtà evanescente, ma tutta la nostra realtà personale sarà all'unisono con Dio. Ora, se la realtà viene da Dio, ed è concetto biblico, vetero-testamentario - e Gesù è un ebreo del suo tempo per molti versi, vive in quel contesto -, se è fondamentalmente buona perché porta l'impronta di Dio, è sottomessa anch'essa alla deviazione che il peccato ha introdotto. Il testo della Genesi è molto importante. La realtà è armonica all'inizio: Dio e l'uomo passeggiano mano nella mano come due amici nell'armonia originaria. Il peccato introduce questa disarmonia tra l'uomo e se stesso, tra l'uomo e la realtà, tra l'uomo e Dio. La ricomposizione, nella visione paolina, è ricomposizione dì tutti gli aspetti che il peccato ha deturpato. Comunque, non possedendo altri detti di Gesù, non possiamo dire che vi siano altre parole oltre quelle contenute, tramandate dai vangeli. Le "realtà" di cui Paolo parla sono proprio in virtù di quella che è l'esperienza del cristianesimo primitivo che, alla luce della resurrezione e della pentecoste, rilegge e ricomprende tutto ciò, o comprende finalmente ciò che Gesù aveva detto durante la sua vita.
D. Accanto alla visione di Paolo è bello pure per il cristiano leggere Giovanni e interpretare nell'ottica di Giovanni: "Dio sarà tutto in tutti, o in tutte le cose" e "tutte le cose saranno nel tutto". Al di là del gioco di parole, il concetto è la gloria del Risorto, di ciascun risorto. Dio in tutti: io, risuscitato, risorto, sono gloria di Dio. Questa collaterale visione è in Giovanni quando dice: “Glorificami con quella gloria che tu hai”. Dio si glorifica in noi (come nota Leon-Dufour e come ricorda don Enrico): è quasi un aumento di gloria in Dio. Non per niente "la gloria di Dio è l'uomo vivente": non è Dio che glorifica noi, ma si glorifica in noi. Allora si vede molto meglio il fatto della finalizzazione del creato il quale, incorporandosi in Dio - in qualche modo c'è una comunione della sua opera, della sua creatura -, diventa se stesso.
Don Enrico: rifacendosi a quanto accade con Ario e Nestorio, l'islam appare perché la persona incarnata di Cristo è stata quasi "svuotata" dall’arianesimo. Quando su questa sponda del Mediterraneo nel VII secolo si affaccia l'islam, ciò è frutto delle eresie: le "verità" vengono portate all'estremo, l'una contro l'altra. In questa confusione di un cristianesimo all'inizio, in questa situazione di grande divisione, nasce l'islam che è un ritorno all'ebraismo assolutistico: Dio è uno. Messa da parte la Trinità, si torna ad un monoteismo assoluto dove l'uomo, un'altra volta, ritorna ad essere "schiavo" di Dio. Questa impostazione teologica ha ricadute anche, come si vede oggi, sul piano politico. La grande idea di Dio, invece, quando si è rivelato nel Figlio, è proprio nel comunicare la sua divinità nell'uomo, risanando tutta l'umanità, tutta la carnalità. Il Verbo si è fatto σαρξ, dice Giovanni: è diventato "carne". C'è quindi tutto un "risanamento" della materia che poi la filosofia greca ha distrutto. L'avvento dell'islam viene a semplificare tutto: basta credere in Dio ed essere soggetti a Dio. Per Paolo invece l'uomo è immagine di Cristo, "Cristo in me ed io in Cristo"; in Giovanni Gesù dice: "lo rimango in voi e voi rimanete in me". Questo è l'annuncio straordinario del cristianesimo che dobbiamo recuperare.
D. Cristo non "risorgerà", è già risorto. Questo trasforma la realtà e la rende profondamente diversa. Qual è la cosa più evidente per credenti e non credenti per la quale la resurrezione di Cristo deve essere accettata, se uno non vuole negare l'evidenza? Come possiamo fare esperienza di questa realtà che, al di là del trascendente, è hic et nunc?
R. Ancora un riferimento al Card. Kasper: cos'è che rende presente la resurrezione nella storia? Una comunità che l'annuncia: la Chiesa. Cristo vive nella storia; la sua resurrezione vive nell'annuncio, un annuncio che è fatto in modo "verbale" ma anche “vitale”. Paolo perseguitava chi? I cristiani. La dinamica è quella: quanto più noi siamo coscienti di questo, tanto più veramente diventiamo mediatori della resurrezione. In fondo: come crederanno se non c'è chi annuncia? E' la dinamica paolina. E poi, è chiaro, nei frutti della carità. Quello che "sconvolge" è vedere delle persone, nella fattispecie i cristiani, i quali amano e servono i malati di mente. Là dove per un islamico viene meno la percezione del divino. La cosa ha dei risvolti anche pratico-laici: dove c'è il concetto di individuo che ha la sua importanza altrimenti? Nella nostra cultura. In quella islamica il concetto di individuo e le possibilità di democrazia sono molto scarsi: c'è la "umma", l'assemblea, la "umma" sunnita, la "umma" sciita, ma non è l'individuo che ha valore. Il concetto dell'incarnazione è la base del valore dell'individuo, anche. Quindi i risvolti politici del problema religioso: l'uguaglianza autentica è di origine paolina - "non c'è più uomo né donna, né schiavo né libero"'-. Quale concetto più alto della uguaglianza tra le persone? La rivoluzione è totale. I Diritti Fondamentali dell'uomo è da lì che datano alla fine: anche se la loro formulazione è stata storica, è lì che hanno la loro origine.
Don Enrico: Il valore della persona umana che il cristianesimo ha portato è un segno della resurrezione. Il segno che c'è un uomo a immagine del Cristo glorioso risorto indica già che noi siamo una comunità di risorti. E questo non esiste in nessun' altra delle religioni. L'impegno che noi portiamo verso la dignità dell'uomo, verso la carità, indica che siamo una comunità di risorti. Vedi Teresa di Calcutta, vedi tutti coloro che vivono negli ospedali, tra le sofferenze: tutto questo è il segno della resurrezione. Pensa che nessun uomo e nessuna donna genererebbe, se inconsciamente non ci fosse la certezza della resurrezione: nessuno genera per la morte. Questa è la ricchezza che Dio ha messo nel cuore dell'uomo, il generarsi; segni di questa risurrezione sono l'amore al prossimo, il perdono, la carità... Siamo una comunità di risorti.