"Quando piacque mostrarsi a noi la
bontà e la benignità del Signore"(Ts 3,4-7)
di
don Divo Barsotti
Riportiamo
alcune meditazioni sul Natale del compianto sacerdote e teologo don Divo
Barsotti, tenute alla sua comunità in un ritiro in preparazione al Natale del
24 dicembre 1983 e una meditazione sulla Epifania del 6 gennaio 1963; la
lontananza nel tempo di queste riflessioni non né diminuisce l’efficacia,
perchè si tratta di vere e proprie catechesi sotto la guida dello Spirito
Santo.
Emerge da
questi testi, la passione, la dedizione, l’amore alla Parola di Dio che don
Divo ha vissuto nei suoi anni a servizio della Chiesa.
“Già
incomprensibile il fatto che abbia voluto che io nascessi, che Egli abbia
voluto che io fossi; quale ragione vi era perché dal nulla io comparissi
all'esistenza e mi fosse donata una vita che non conosce più fine? Già
incomprensibile il fatto che Dio fin dall'eternità abbia voluto pensarmi, ma è veramente
impossibile anche a pensare che questo Dio non mi abbia voluto creare che per
darmi Se stesso infinito.”
Amore a Dio e Amore
all’uomo; noi oggi ci sentiamo debitori verso questo sacerdote che con la sua
altissima spiritualità ci aiuta a godere più e meglio il grande Mistero della
nascita e della sempre possibile nostra rinascita.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la
presenza di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli
aventi diritto
09/12/08
Divo Barsotti è nato a Palaia (PI) nel 1914.
Pochi
anni dopo l'ordinazione sacerdotale per interessamento di Giorgio La Pira si è
trasferito a Firenze, dove ha iniziato la sua attività di predicatore e di
scrittore. Oggi è unanimemente riconosciuto come mistico e come uno degli
scrittori di spiritualità più importanti del secolo. La sua produzione
letteraria è notevolissima: più di 150 libri, molti dei quali tradotti in
lingue straniere, tra cui il russo e il giapponese, più centinaia di articoli
presso quotidiani e riviste di spiritualità. Ha scritto commenti alla Sacra
Scrittura, studi su vite di santi, opere di spiritualità, Diari e poesie. Tra i
sui testi di più importanti: Il Mistero cristiano nell'anno liturgico; Il
Signore è uno; Meditazioni sull'Esodo; La teologia spirituale di San Giovanni
della Croce; La legge è l'amore; Cristianesimo russo; La religione di Giacomo
Leopardi; La fuga immobile. Ha fondato la "Comunità dei figli di
Dio", famiglia religiosa di monaci formata da laici consacrati che vivono
nel mondo e religiosi che vivono in case di vita comune; in tutto circa duemila
persone. La Comunità è presente in Italia e nel mondo (Africa, Australia, Sri
Lanka, Colombia) e si impegna a vivere la radicalità battesimale con i mezzi
che sono propri della grande tradizione monastica. Vicino per anni alla
sensibilità del cristianesimo orientale, Divo Barsotti ha fatto conoscere in
Italia le figure dei santi russi Sergio, Serafino, Silvano. Nel 1972 è stato
chiamato a predicare gli Esercizi spirituali in Vaticano al Papa.
Ha insegnato teologia presso la Facoltà teologica di Firenze e ha vinto diversi
premi letterari come scrittore religioso. Ha predicato in tutti i continenti e
ultimamente è stato inserito tra le dieci personalità religiose più eminenti
del '
Don Divo è ritornato alla casa del Padre il 15 febbraio 2006
San Paolo ci dice stasera, che cosa è il Natale. Noi l'abbiamo udito:è
la manifestazione della benignità e della bontà del Salvatore nostro Dio. Prima
di tutto il Natale è rivelazione. Mai l'uomo avrebbe potuto conoscere Dio, se
Dio non avesse voluto rivelarsi. La
rivelazione di Dio trascende ogni nostra attesa, ogni nostro pensiero.
L'umanità l'aveva atteso per migliaia di anni; ma quando Egli è venuto,
l'umanità, non poté riconoscerlo, talmente la rivelazione che Egli dava di Sé
trascendeva ogni pensiero e ogni attesa dell'uomo. Potevano pensare e
attendere un Dio che era potenza, un Dio che era sapienza, ma non attendevano
un Dio che era amore, soltanto amore, amore infinito. L'amore ci ordina
all'amato. Tanto più grande, tanto più vero è l'amore, quanto più l'amante,
ordinandosi all'amato, scompare perché non vive per sé, perché non vive in sé,
ma vive nell'amato e per l'amato soltanto. E Dio nella sua infinita potenza, e
Dio nella infinita sua sapienza rivelò Se stesso precisamente in questa
povertà, in questa umiltà senza fondo: in un bambino che aveva bisogno
dell'uomo, che chiedeva all'uomo di essere protetto e difeso.
Chi mai avrebbe potuto immaginare che Dio si rivelasse così e quale
trasformazione e conversione dell'uomo suppone questa conoscenza di Dio! Non è
soltanto Dio che trascendendo il nostro pensiero si manifesta diverso,
totalmente diverso da come noi potevamo pensarlo, ma in questa sua rivelazione
ci chiama Lui stesso a una conversione dei nostri pensieri e dei nostri
sentimenti, perché anche noi possiamo comprendere che solo nell'amore è la
verità e solo nell'amore è la vita; in un amore che non è un amore centripeto
per il quale noi vogliamo tutto possedere, tutto attrarre a noi, ma in un amore
che totalmente ci ordina a Lui nella semplicità e nell'umiltà della nostra
vita. Come mirabile è Dio che continua il mistero del suo Natale nel mistero
della nostra povertà umana, della nostra debolezza, della nostra umiltà! Voi lo
vedete, anche i cristiani chiedono sempre a Dio nuovi segni; anche i Vescovi
chiedono a Dio una nuova Pentecoste per
L'insegnamento del Natale è un'umiltà senza fondo. Se Dio che è l'Infinito,
rivelandosi a noi ha manifestato - dice san Paolo - la sua benignità;
rivelandosi a noi è disceso fino nel fondo della povertà umana e della umana
debolezza; se ha voluto non essere quasi nulla, noi, noi che siamo già nulla
che cosa pretendiamo di essere? Come mai non accettiamo almeno quello che
siamo, la nostra povertà, e la nostra indigenza? Perché non troviamo la nostra
gioia nell'essere nulla? Perché
cerchiamo un compenso alla nostra povertà nel potere della cultura, nel potere
politico, nel potere economico, nella stima degli altri, nell'affetto delle
creature? Tutto pretendiamo per noi e nulla dovremmo chiedere tranne il potere
di amare e di spogliarci sempre più di noi stessi, di ogni pensiero di noi
stessi, di ogni volontà di affermazione di noi stessi, per essere totalmente
amore.
Si è manifestata la bontà e benignità di Nostro Signore, del nostro Dio e
Salvatore, del nostro Dio - ci dice san Paolo. Non è la manifestazione
semplicemente di un grande Dio, è la manifestazione suprema di Dio, un bambino
che vagisce, un bimbo che non parla, un bimbo che deve essere - dicevo prima -
difeso e protetto. Ecco l'onnipotenza divina! Davvero l'onnipotenza è soltanto
in ordine ad una sua morte, a un suo annientamento. Quando ci darà una prova
ancora maggiore del suo amore, lo vedremo sopra urna croce, oltraggiato,
vilipeso, abbandonato da tutti, tradito da coloro che Egli aveva amato di più.
È questo l'amore! E noi che cosa pretendiamo? Come noi dovremmo essere affamati
di umiltà; come dovremmo cercare non di essere qualcosa, ma di non essere e non
per volontà di morte, ma per volontà di amore, perché chi ama, noi lo sappiamo,
si dimentica di sé, non può ricordarsi di sé, non può pensare a sé.
Questo noi dobbiamo chiedere stasera al Signore in questo Natale: Il cammino
della santità, se vi è un cammino, è soltanto un cammino in discesa. Il cammino a cui ci chiama il Signore è un
cammino soltanto di spogliamento e di morte. Di morte, ma la morte da sola non
vale, la morte in quanto è precisamente il frutto dell'amore, come la morte di
Cristo. Se la morte del Cristo non fosse stata volontaria, se Egli stesso
non l'avesse scelta liberamente per amore di noi, per la nostra salvezza, Egli
sarebbe morto come qualunque altro mortale. Aveva assunto una natura passibile,
doveva morire. Ma no, nessuno poteva rapirgli la vita - Egli dice nel IV
Vangelo - Lui liberamente la dà e la dà per amore nostro. Nulla riserba per Sé.
Che cosa noi vogliamo? Che cosa noi chiediamo a Dio? Non è forse vero che
ancora noi siamo attaccati a noi stessi e a tante altre cose, quasi che ci
mancasse la vita, se ci mancassero la stima degli uomini, l'affetto delle
creature e la possibilità di un certo lavoro. Bisogna sapere amare sino in
fondo, ecco l'insegnamento del Natale. Amare
sino in fondo vuol dire sapere scomparire non chiedere nulla per noi, ma esser
contenti piuttosto che Dio ci spogli e lasciarci spogliare da Lui per non
vivere più che questo nostro venir meno a nei stessi perché Lui solo per noi
rimanga, Dio solo. Proprio per questo sarà bella la morte, perché non ci
rimarrà più nulla e Lui solo apparirà, e Lui solo, noi vedremo e nella sua
visione saremo beati. Beati perché allora potremo dimenticarci totalmente di
noi stessi, beati perché finalmente il nostro io potrà scomparire del tutto, questo
io che esclude Dio perché se noi siamo, Dio non è, se Dio è, noi non siamo.
Certo sul piano metafisico la creatura rimane, ma non sul piano
psicologico, non su quel piano per il quale l'uomo è ancora legato a se stesso
e vive un ricordo di sé e vive la propria vita. Siamo pura condizione a un
moltiplicarsi di Dio. Ecco che cos'è la creazione divina nel disegno di Dio:
condizione a un suo moltiplicarsi perché Egli ci ha creati soltanto per potersi
donare e per vivere in ciascuno di noi. Ma
Egli non può donarsi, non può vivere in noi che in quanto è l'Unico ed è
l'Assoluto. E la sua Presenza precisamente in ciascuno di noi suppone questa
sparizione totale di ogni riferimento a noi stessi, di ogni coscienza di noi
stessi, per non avere più altra coscienza che di Dio. L'Unico, l'Amato.
Ma prima di poter vivere questa suprema umiltà che è la perfezione
dell'amore, noi dobbiamo già cercare in questa vita di vivere un'umiltà sempre
più grande, perché noi non togliamo nulla a Dio, perché Dio sia davvero già ora,
nella nostra vita, tutto per noi. Tutta la gioia, tutta la ricchezza, tutta la
vita, tutta la santità, tutto. La manifestazione della bontà di Dio! È perfino
inconcepibile anche dopo duemila anni di cristianesimo, questa rivelazione di
Dio nell'umiltà di un bambino. Vedete, sotto certi aspetti possiamo capire
anche di più la morte di croce, perché nella morte di croce c'è, se non altro
proprio l'espressione di una volontà. Nel bambino si è liberato anche di
questo, è nulla. Egli si è ridotto proprio all'impotenza più grande, alla
povertà più estrema ed è questo l'amore.
E noi viviamo stasera questa manifestazione dell'amore di Dio, ma come possiamo
viverla se noi non sappiamo amare, se non amiamo il nostro scomparire, il
nostro discendere, il nostro spogliarci di ogni pretesa, di ogni ambizione, di
ogni volontà, di ogni stima di noi stessi, di ogni ricordo di noi stessi?
Vorrei chiedere stasera, per me e per voi, che la sua Presenza divina come luce
ci cancelli e rimanga per noi davvero soltanto questo amore immenso, infinito,
inconcepibile di un Dio per noi. Noi
dovremmo vivere sempre dinanzi a Dio, ma non al Dio dei filosofi, e nemmeno al
Dio dei mistici, ma dinanzi al Dio dei cristiani, a quel Dio che si è fatto
conoscere alla Vergine santa, che si è fatto conoscere ai pastori, quando lo
hanno veduto. Il cielo tripudiava di gioia, ma quando l'hanno veduto, hanno
veduto un bambino in una mangiatoia, deposto in una mangiatoia in una povera
grotta. Tutto il cielo poteva tripudiare, ma tripudiava proprio per questa
umiltà senza fondo di un Dio che si era spogliato di tutto per donare tutto
agli uomini che Egli amava. Rimanere dinanzi al Bambino Gesù ecco quello che io
credo sarebbe opportuno per noi, per imparare come si vive, per imparare come
si ama. Che il Signore ci doni una umiltà vera, che ci doni l'amore all'umiltà,
che il Signore ci faccia comprendere che non c'è altro cammino per giungere a
Lui che quello di spogliarci sempre di più di tutto perché Lui solo rimanga per
noi. Dovremmo temere tutto quello che in qualche modo ci arricchisce: temere la
stima, temere ogni onore, temere ogni ricchezza, temere ogni potere, temere
anche l'affetto che gli altri ci portano. Usurpiamo tutto a Dio tutto quello
che a noi è donato. A Lui solo deve essere donato quello che a noi viene
offerto e che noi pretendiamo. Che cosa
a noi è dovuto? Non siamo forse un nulla in noi e per noi stessi? Perché
vogliamo una volta creati, pretendere qualche cosa? Si diceva già prima: Dio ci
ha creati unicamente per essere la condizione di una sua Presenza, null'altro.
Noi dobbiamo volere questo e null'altro.
Code si
capisce il cammino di tante anime che le porta proprio alla solitudine estrema,
al silenzio perpetuo, a voler essere dimenticate da tutti. Ma com'è difficile!
Volere anche essere dimenticati da tutti e dimenticarci noi stessi. Ora il
cammino vero dell'umiltà è meno di essere spogliati di quelle cose che ci
vengono dal di fuori, che essere spogliati del ricordo di noi stessi, della
coscienza che noi abbiamo di un nostro valore o di quello che siamo.
Che la luce di-Dio ci cancelli, ecco la nostra preghiera, stasera. Dinanzi al
bambino Gesù possiamo noi pretendere di essere qualchecosa più di Lui? Non ci
vergogniamo dunque di essere quello che siamo. La nostra gioia è soltanto sparire, morire totalmente a noi stessi,
per far posto nella nostra anima a Dio. Sia davvero la nostra anima quella
grotta che lo accoglie, meglio ancora della grotta, il seno della Vergine che
lo portò per nove mesi, e che noi siamo questo e null'altro, un ostensorio del
Cristo, null'altro; che gli uomini non vedano in noi null'altro, e non
abbiamo più nome, ma Lui; essere davvero condizione perché Egli si faccia
presente; ed Egli non si potrà mai far presente nel nostro potere dei miracoli,
o nella nostra efficienza sul piano anche pastorale o apostolico, ma si farà
presente nell'umiltà più vera, nella povertà più grande; in questa debolezza
dell'uomo che pur nella sua debolezza crede e si affida, che nella debolezza si
apre alla visione di Dio e sa amare come Egli ha amato.
"Quando piacque manifestarsi a noi la bontà e benignità del
Signore". Quale religione ha mai potuto dare una rivelazione di Dio così?
e quale religione ha potuto chiedere all'uomo un amore così vero che si esprima
anche per l'uomo nella più fonda umiltà, nella semplicità più pura? No, i santi
non sono degli eroi, sono dei poveri che si aprono a ricevere il dono
dell'amore, sono dei poveri che non sanno altro che amare e vivono questo
donarsi senza ricordo di sé, senza voler nulla per sé. Miei cari fratelli, non è soltanto il Signore, è anche
Proprio nel mistero dell'Incarnazione che noi stasera vogliamo contemplare, noi
vediamo non solo la rivelazione suprema dell'amore di Dio nel bambino, ma
possiamo anche contemplare la risposta dell'uomo all'amore di Dio nella
semplicità, nella povertà, nell'umiltà di Maria. Non e forse Lei, più di ogni
altro santo la causa esemplare di ogni santità? E come ci insegna! Chi di Lei
potrebbe dire qualcosa? Nemmeno oggi, dopo duemila anni, si può dire qualche
cosa della Vergine. Si sa della sua Annunciazione, la vediamo ai piedi della
croce; poi la sua vita è il silenzio, il nulla. Nell'Annunciazione di Gesù Ella
è sola, e nella nascita di Gesù Ella è sola: sola a contemplare la
manifestazione della bontà di Dio, ed è sola ai piedi della croce. Tutti hanno
abbandonato il suo Figlio. L'anima più
santa la si riconosce qui, non nel partecipare - dicevo prima - alla grandezza,
ai miracoli, all'amore che la folla portava a Gesù, ma nella partecipazione
alla sua passione dolorosa, ma il vivere il silenzio stesso del Bambino, sola
nella grotta, insieme con Lui. Sia questa la nostra vita. Impariamo da
Maria come si ama, in risposta all'amore di un Dio che di tutto si è voluto
spogliare per noi, che ha manifestato Sé soltanto nella perfezione di un amore
senza limiti.
Sito gestito dalla Parrocchia Santa Melania.