Omelia Terza
Messa: "Il Verbo che era
presso Dio si è fatto carne"(Gv 1-18)
di
don Divo Barsotti
Riportiamo
alcune meditazioni sul Natale del compianto sacerdote e teologo don Divo
Barsotti, tenute alla sua comunità in un ritiro in preparazione al Natale del
24 dicembre 1983 e una meditazione sulla Epifania del 6 gennaio 1963; la
lontananza nel tempo di queste riflessioni non né diminuisce l’efficacia,
perchè si tratta di vere e proprie catechesi sotto la guida dello Spirito
Santo.
Emerge
da questi testi, la passione, la dedizione, l’amore alla Parola di Dio che don
Divo ha vissuto nei suoi anni a servizio della Chiesa.
“Già
incomprensibile il fatto che abbia voluto che io nascessi, che Egli abbia
voluto che io fossi; quale ragione vi era perché dal nulla io comparissi
all'esistenza e mi fosse donata una vita che non conosce più fine? Già
incomprensibile il fatto che Dio fin dall'eternità abbia voluto pensarmi, ma è
veramente impossibile anche a pensare che questo Dio non mi abbia voluto creare
che per darmi Se stesso infinito.”
Amore a Dio e Amore
all’uomo; noi oggi ci sentiamo debitori verso questo sacerdote che con la sua
altissima spiritualità ci aiuta a godere più e meglio il grande Mistero della
nascita e della sempre possibile nostra rinascita.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la
presenza di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli
aventi diritto
09/12/08
Divo
Barsotti è nato a Palaia (PI) nel 1914.
Pochi
anni dopo l'ordinazione sacerdotale per interessamento di Giorgio
Ha insegnato teologia presso
Don Divo è ritornato alla casa del Padre il 15 febbraio 2006
Poco tempo fa mi telefonava una persona. Ho
interrotto la telefonata perché al telefono non faccio conversazione, ma la mia
risposta era anche una reazione, piuttosto secca, a un suo discorso, che
vanificava per sé il cristianesimo ed era questo: non capiva che cos'era la
nascita del Cristo se in fondo questa nascita lasciava il mondo nel dolore,
nella pena. "Vengo dall'ospedale diceva - c'era una mamma che assisteva il
bambino morente". E io dico che la morte è nel conto, morirà anche lei,
morirò anch'io, morirà questo figliolo e morirà poi anche la mamma. Non si può
distruggere il cristianesimo in questo modo. Se il cristianesimo dovesse oggi essere soltanto una panacea per i mali
di quaggiù, non saprei di che farmene. Ma è tutto qui invece il cristianesimo -
l'avete ascoltato - lo splendore della Sua gloria, "il Verbo che era
presso Dio si è fatto carne", è l'incontro dell'uomo con Dio. Di fronte a
questo incontro tutti i mali del mondo spariscono, non hanno più nessun senso e
nessun peso.
È evidente che per dare una garanzia che questo è avvenuto, Dio potrà dare dei
segni. Ci sono i miracoli anche nel Vangelo, ma anche i miracoli hanno lasciato
il mondo come l'hanno trovato. E questi segni ci saranno, ma non sono quelli
che determinano la grandezza del cristianesimo. O noi accettiamo che veramente
Dio si è fatto uomo, che Dio veramente ci ama o altrimenti lasciamo il
cristianesimo, perché il cristianesimo diventa una pura menzogna. I segni non sono ciò che distingue la
natura del cristianesimo, ma il cristianesimo è questo: un Dio che ti ama, un
Dio che si è fatto uomo per te. Se tu accetti questo tutto è accettato, è
accettato il miracolo ed è accettata anche la lebbra. Bisogna capire che cos'è
il cristianesimo e smettiamo di strumentalizzare Dio per i beni di quelli due
giorni che vivremo ancora quaggiù. Bisogna renderci conto che il
cristianesimo è tutto qui: l'Infinità, l'Eterno che si è fatto uomo per me;
l'Infinito e l'Eterno che mi ama. Tutto qui è il cristianesimo. Ed è naturale
che in questa vita presente l'amore stesso di Dio non può darmi prova di Sé, perché
io non sono capace di accogliere l'immensità del suo amore. Direi che
l'immensità del suo amore mi schiaccia, mi distrugge proprio perché che cosa
sono io, povera creatura, per reggere all'immensità di questo amore, per
reggere al peso di questa gloria, per poter anche avere un'esperienza
dell'amore di Dio?
Certo, se veramente Egli si dona a me, non posso che morire. La morte è nel
conto, precisamente nel conto, guai se non fosse nel conto. Non so che farmene
di questa vita se questa vita non è per me l'attesa beata del mio incontro con
Lui, quando nella mia natura, potrò sostenere questo peso, quando nella mia
natura potrò vivere veramente l'esperienza di questo amore ineffabile.
Oggi è bella anche la lebbra, oggi è bella qualunque cosa, perché, in fondo,
nessuna cosa quaggiù potrà essere per me la misura di questo mistero immenso. Di fatto noi crediamo che Dio si è fatto
uomo e lo vediamo fatto uomo in una grotta, e lo vediamo bambino che non sa
nemmeno parlare; lo vediamo in un bambino che non sa nemmeno difendere se
stesso. Ma è questo l'amore di Dio. Se noi volessimo riconoscere Dio dalla
grandezza che può manifestare nella vita presente, questo Dio sarebbe un
giocattolo qualunque. Che cosa sarebbe se Egli trasportasse anche i monti? Oggi
la scienza può fare questo e anche altro. Che Dio sarebbe? un Dio da baraccone,
un Dio da fiera. Dio è Dio e se Egli è Dio, Egli vince infinitamente ogni mio
pensiero, Egli vince infinitamente ogni mia attesa umana. Noi dobbiamo saper
accettare Dio proprio nella nudità di una vita spoglia, proprio nell'umiltà di
una vita che non ha alcun splendore; proprio perché non dobbiamo mai
identificare Dio ai suoi doni. Il dono di Dio supera tutti i suoi doni, e per
riceverlo bisogna che Egli ci spogli di tutto. Non chiediamo al cristianesimo
nessun rimedio ai mali di quaggiù. Anche se qualche cosa il cristianesimo fa, è
semplicemente per dare garanzia di quello che farà o meglio sarà con la
manifestazione ultima del Cristo. Dio è l'Infinito, miei cari fratelli. Proprio
per questo dobbiamo credere a Lui nello spogliamento di tutto; Egli ci ha
lasciato quello che siamo, ci ha lasciato nella nostra povertà umana, ci ha
lasciato ancora a risolvere tutti i nostri problemi, per i quali si tratta di
mangiare, di vivere, di vestirsi. Ha lasciato a noi di far tutto questo e ci
sembra davvero che il cristianesimo abbia veramente lasciato il mondo come l'ha
trovato. È la fede soltanto che ci fa catapultare nel mondo di Dio. Dio, che è
l'Amore, mi ama, Dio.
Ecco quello che devo credere. Per questo posso rinunziare, voglio rinunziare,
chiedo a Dio di saper rinunziare ad ogni dono di orazione, che voglia
pretendere di darmi una certa esperienza di Lui. Come più grande è l'aridità
dei santi! Come più grande è lo spogliamento totale a cui Egli riduce le anime
che Egli maggiormente ama. La semplicità, la povertà della vita di Maria, che è
Miei cari fratelli, sappiamo vivere questo Natale, perché il Natale è questo:
la contemplazione del Figlio di Dio, la visione del Figlio di Dio e l'umiltà di
un bimbo che vagisce. Questo è il Natale.
Ci sono tanti bambini che nascono. Il
Natale non e il fatto del bambino che nasce, e il fatto che in questo bambino
Dio si fa a me presente, Dio è tutto per me. Questo è il Natale. Saper vedere
nel l'umiltà di questo segno, che è il sacramento primario della Divinità:
"Nessuno ha visto Dio, l'Unigenito Figlio che è nel seno del Padre, Egli
ce l'ha rivelato" - saper riconoscere in questo segno di umiltà, di
povertà estrema, l'immensità dell'amore. Ecco che cos'è il Natale, ma in
questa umiltà, ma in questa povertà. Quando faceva i miracoli - per questo
nostro Signore non voleva farne - gli uomini erano portati a strumentalizzare
Dio, facendolo servire ai loro bisogni umani. Invece Maria non ha chiesto alcun
miracolo, è vissuta nell'ombra, nel silenzio, nell'umiltà. E nell'umiltà e nel
silenzio ha contemplato il mistero che si era compiuto per Lei ed in Lei, la
divina Maternità. È questa la vita dei santi: riconoscere nell'umiltà di una
semplice vita, la presenza immensa di Dio, la presenza ineffabile dell'Amore. È
questa la vita dei santi, saper riconoscere nel fallimento umano,
Com'è più bello il fallimento di ogni successo, com'è più bello, perché
altrimenti troppo spesso potremmo identificare il successo con Dio; si vedrebbe
l'amore di Dio solo in quello che Egli ci fa, per venire incontro ai nostri
miserabili desideri, alle nostre miserabili ambizioni; giustamente, se Dio si
dona, deve spogliarci di tutto, per colmarci di Sé, ed Egli è il nulla di
tutto.
Oh, saper vivere come Maria l'incontro con Dio, il possesso di Dio nella
povertà più totale, nell'umiltà più profonda, nel silenzio più puro. Ecco, miei
cari fratelli, il cristianesimo. Il cristianesimo è Dio, non è la pace della
nazione; il cristianesimo è Dio, non è la concordia dei cuori; il cristianesimo
è Dio; non è nemmeno la nostra gloria, la nostra santità futura. Non so che
cosa farmene, perché non so che cosa farmene di me, perché voglio Lui. Che Egli
sia, ed Egli è e si fa presente a me precisamente nello spogliarne di ogni mio
pensiero, di ogni mio sentimento; si fa presente Lui, Lui nel segno più povero.
Miei cari fratelli, è questo il Natale. Lo possiamo celebrare stasera come lo
celebrò
Quando si scende in refettorio a mangiar
le patate lesse, quando si scende in biblioteca per scartabellare i libri,
sapere che Dio è presente ed è tutto per me. Che cosa cerco? che cosa posso
volere di più grande? C'è qualche cosa di più grande che Dio mi può dare, più
di Se stesso? Ed Egli si dona a me in questa umile vita. Non ho bisogno di
successi, non ho bisogno nemmeno della salute, non ho bisogno di nulla; ho
bisogno soltanto di una fede che mi apra gli occhi, per poterlo contemplare,
"Quello che i nostri occhi hanno contemplato...". L'abbiamo noi
contemplato, Gesù vivente in mezzo a noi, presente qui con noi, ecco la vita,
miei cari fratelli. E questa vita è più grande del Paradiso, perché se il
Paradiso non fosse questo, veramente ci potrei rinunziare e ci rinunzierei
volentieri, subito e qui. Il Paradiso è
Dio che si dona; Egli si dona a me ora, sotto questo segno, domani si donerà
invece nella visione pura. Se il segno lo nasconde, anche realmente lo dà e
non c'è differenza fra me che vivo qui nell'ombra della fede e i santi che
vivono nella visione, perché Dio rimane lo stesso. Dio, ed è l'infinito Amore,
Dio, ed è l'immensità dell'Amore.
Come si diceva ieri, questo è il Natale. Dio ha manifestato la benignità - dice
il greco la filantropia - l'amore di Dio per gli uomini nel bambino che nasce.
Che noi sappiamo contemplare questa immensità dell'Amore per vivere nella gioia
sia pure in una vita che agli occhi del mondo può sembrar la più stupida e la
più vuota. Ma questo vuoto è pieno di una divina Presenza. Io lo vedo, io lo
accolgo, io lo porto sulle mie braccia, io lo posso stringere al cuore. Egli è
mio. "Ci è nato un pargolo, ci fu elargito un figlio".
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