di Antonio Spadaro
Il testo che segue attraverso il pensiero del grande cardinale Lercaro
,protagonista del concilio e della riforma liturgica,analizza il clima nel
quale si è svolta la riflessione dei Padri conciliari che ha portato alla
elaborazione della SC pietra angolare nello sviluppo della fede della chiesa
e strumento per una maggiore comprensione e partecipazione del Mistero della
presenza di Cristo. Il testo e'
tratto da:Matteo Ferrari in “Lettera agli amici”-supplemento al n.190 del
dicembre 2007. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la
presenza di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli
aventi diritto..
“Il sacro Concilio si propone di far crescere ogni giorno più la vita cristiana tra i fedeli; di meglio adattare alle esigenze del nostro tempo quelle istituzioni che sono soggette a mutamenti; di favorire ciò che può contribuire all'unione di tutti i credenti in Cristo; di rinvigorire ciò che giova a chiamare tutti nel seno della Chiesa. Ritiene quindi di doversi occupare in modo speciale anche della riforma e della promozione della liturgia”.(Proemio Sacrosantum Concilium)
11/02/2008
DOSSIER PREGHIERA E LITURGIA
di Antonio Spadaro
S.I
L’articolo analizza l’esperienza di scrittura che Ignazio di Lyiola fece mettendo per iscritto i suoi “Esercizi Spirituali”; Grandi autori spirituali sono stati anche grandi scrittori. Pensiamo alla scrittura di Caterina da Siena, di Giovanni della Croce e Teresa d'Avila, mistici ampiamente studiati anche come scrittori. “Ciò che va meditato deve essere visto, sentito, toccato, anche se con i sensi spirituali e con l'immaginazione. Il mistero non è mai evanescente, ma sempre storico e concreto”I mistici possono ben a ragione essere delle guide anche sul piano formale e narrativo per scrittori e poeti.
I due testi
che seguono sono tratti
dalla Civiltà Cattolica, 7 ottobre 2006, quaderno 3751, pp. 20--33.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di
questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi
diritto.
11/02/08
Gli scaffali delle librerie sono ricchi di manuali di scrittura creativa1.
Cominciano ad apparire anche raccolte di testimonianze di scrittori o
antologie di loro saggi e diari utili per coloro che intendono imparare
a scrivere poesia o un racconto o un romanzo. La domanda che poniamo
al lettore all'inizio di queste pagine è la seguente: gli scrittori
mistici possono essere assunti, proprio per il loro stile, il loro
linguaggio, come guida all'espressione creativa per poeti e narratori?
Ogni spiritualità cristiana non è soltanto un modo di pregare, ma anche
un modo di vedere la realtà e di essere al mondo: essa dà «forma» a una
vita umana e le conferisce una particolare sensibilità, che si proietta
anche in un certo stile di vita. In concreto, chi si riconosce in una
via spirituale (benedettina, carmelitana, ignaziana...) non solo vive
la sua fede, ma anche la propria esperienza di vita alla luce di un
carisma particolare, coinvolgendo anche gli aspetti ordinari
dell'esistenza. Sulla base di questa semplice considerazione, in un
nostro precedente articolo avevamo affermato che esistono spiritualità
cristiane che hanno una ricaduta specifica anche a livello della
lettura di un testo letterario2.
In particolare, abbiamo già illustrato il modo peculiare di «lettura
letteraria» generato della spiritualità degli Esercizi Spirituali di
sant'Ignazio di Loyola.
Per; «scrittura creativa» si
intende quella che non ha solamente lo scopo di comunicare informazioni
in maniera efficace e funzionale (una relazione, uno scritto
accademico, una ricetta medica...), ma ha anche una funzione espressiva
e una forte connotazione estetica. E un altro modo per parlare di
«scrittura letteraria».
In queste pagine ci soffermeremo si Ill'esperienza di scrittura che ha
generato gli Esercizi ignaziani, chiedendoci se essa possa dare
indicazioni utili a uno scrittore. Cercheremo così di segnalare alcuni
spunti interessanti per coloro che desiderano imparare a esprimersi in
maniera creativa, consapevoli del fatto che <dl divino soffio dello
Spirito creatore s'incontra con il genio dell'uomo e ne stimola la
capacità creativa»3.
Grandi autori spirituali sono stati anche grandi scrittori, ad esempio
gli innografi cristiani4.
Come non pensare poi alla scrittura di Caterina da Siena, di Giovanni
della Croce e Teresa d'Avila, mistici ampiamente studiati anche come
scrittori. Scoprire poi le assonanze e le affinità fra i grandi mistici
e gli scrittori sarebbe un lavoro complesso quanto affascinante.
Qui però occorre notare la differenza semplice e radicale tra il mistico
e il poeta. Il carattere proprio dell'esperienza poetica è di essere
comunicabile. Non si è poeti soltanto per se stessi, ma per un lettore,
esplicito o implicito. Il poeta ha il dono di rendere le parole capaci
di una comunicazione che ci fa accedere alla sua esperienza. Del
mistico invece si deve dire ciò che il grande filologo padre Giovanni
Pozzi scrisse di Maria Maddalena de' Pazzi: «Il suo parlare ignora
l'interlocutore umano; parlando ad alta voce, lei non trasmette
minimamente informazioni per ascoltatori né immediati né mediati.
Perciò il lettore, leggendo le sue pagine, deve sapere che Maria
Maddalena non si rivolge mai a lui»
5. A sua volta Giovanni Getto così
commenta la scrittura di Caterina da Siena: «Essa conserva nei momenti
più ispirati tutta la forza nativa con cui si genera. Un suggestivo
senso di movimento viene prodotto da alcuni bellissimi anacoluti, nei
quali lo spezzarsi della costruzione contribuisce a creare un'atmosfera
vibrata, che è autentica immagine dell'appassionata meditazione della
santa»6.
Ma gli esempi sono numerosi, e lo studio della scrittura delle mistiche
e dei mistici è ormai molto diffuso7.
Eppure si intuisce una strada:
quella che considera questa scrittura «selvaggia» come guida alla
scrittura creativa. Persino Veronica Giuliani - scarsamente
alfabetizzata, che scrive perché costretta, e a cui si vieta di
rileggere ciò che ha scritto - stimola alla riflessione. La sua
competenza linguistica coincide quasi con la pura oralità: ortografia
sballata, mancanza di punteggiatura, incapacità di dividere le parole,
brachilogie sintattiche, anacoluti ...8,
Veronica si rende conto che l'«amore operante in un'anima, opera cose
che fanno impazzire. Queste pazzie raccontare non si possono; tuttociò
che dico parmi che mi faccia affatto ammutolire. Niente dico di quel
che provo; tacendo dirò tutto; dicendo non dico niente»9.
Non è questa una travolgente esperienza di scrittura, sebbene sotto la
cifra dell'oralità?
In alcuni casi conosciamo bene le relazioni profonde tra scrittori e
mistici: tra Petrarca e Agostino (si pensi al Secretum
10) o tra
Federigo Tozzi e Caterina da Siena, e persino lo spunto che Teresa
d'Avila diede a Raymond Carver11.
Non si contano le versioni musicali e le composizioni ispirate dai versi
di Giovanni della Croce. Teniamo sullo sfondo l'amplissimo tema dei
rapporti tra scrittura biblica e letteratura, sui quali la bibliografia
è ampia12.
All'interno di questo compito, dunque, si potrebbe provare a comprendere
se e come gli scrittori mistici possano essere assunti, proprio per il
loro stile, il loro linguaggio e soprattutto per il loro specifico
approccio all'esperienza dello scrivere, come guida all'espressione
creativa per poeti e narratori.
Qui cercheremo di comprendere quale tipo di esperienza creativa possa
essere generata dagli Esercizi Spirituali di sant'Ignazio di Loyola13.
Procederemo descrivendo il carattere peculiare del testo degli Esercizi
e l'esperienza ignaziana di scrittura, cioè l'«attività creatrice che
diede vita a quei foglietti che a poco a poco si organizzeranno in
"documenti ed esercizi"»14.
Innanzitutto occorre precisare che siamo di fronte a un testo di
spiritualità alquanto singolare, in quanto esso non prevede la lettura
continua. Gli Esercizi sono una guida all'esperienza spirituale,
utile innanzitutto a colui che aiuta e accompagna una persona che
intende compiere un itinerario interiore alla scoperta della volontà di
Dio sulla propria vita. Non un insieme di elevazioni a firma
dell'autore, dunque: in brevi ma dense note gli Esercizi indicano un
itinerario spirituale, che è stato vissuto da chi li ha scritti. Essi
però non risolvono in se stessi l'esperienza spirituale e, perciò, non
intendono affatto dire tutto. Non sono il racconto dell'esperienza del
santo. Anzi, non sono affatto una «narrazione», né una espressione
lirica, ma una «guida», che prevede un interlocutore: innanzitutto chi
dà gli esercizi e chi li riceve.
L'interlocuzione degli Esercizi, in realtà, è molto complessa e avviene
a parecchi livelli. Lo ha compreso molto bene il semiologo francese
Roland Barthes15.
Al di là di alcune prese di posizione che rivelano una incomprensione
del significato dell'esperienza spirituale, Barthes invita
correttamente a scorgere nel testo degli Esercizi quattro tipi di
«testo» o, potremmo dire meglio, di rapporto comunicativo. Li
illustriamo in estrema sintesi. Il testo scritto da Ignazio è destinato
a chi dà gli esercizi, alla guida. È questo il primo «testo». La guida
poi elabora un suo testo che rivolge all'esercitante in un rapporto
diretto e adattato alla peculiare personalità dell'altro: è il secondo
«testo». A sua volta poi l'esercitante nel suo esercizio spirituale si
rivolge a Dio nel linguaggio della preghiera, che costituisce il terzo
«testo». Ignazio paragona questo rapporto di comunicazione linguistica
a quello che intercorre tra due amici, o tra un servo e il suo padrone:
así como un amigo habla a otro,
o un siervo a su senor (cfr Es, n. 54). Infine c'è un quarto «testo»,
ben più difficile da isolare: qui è Dio che risponde all'esercitante o
che lo mueve y atrae, cioè lo stimola e lo attrae a sé (Es, n. 175)16.
Come si nota già da questa descrizione estremamente sintetica dei
quattro «testi», gli Esercizi sono una struttura di interlocuzione a
raccordi, in cui ogni «attore» riceve e trasmette17.
In questo senso si distinguono nettamente dalle pagine di Caterina da
Siena, Veronica Giuliani, Maria Maddalena de' Pazzi o di Giovanni della
Croce. Non sono la narrazione di un'esperienza, ma uno stimolo perchè
essa sia vissuta dall'esercitante.
Ogni livello di testo degli Esercizi genera linguaggio creativo. Noi ci
soffermeremo principalmente sul primo, cioè quello che è scritto da
Ignazio, perché qui egli rivela la sua personale esperienza di
scrittura. Il secondo testo genera dialogo, il terzo preghiera, il
quarto ispirazione. In particolare il terzo testo è centrato sulla
creatività dell'esercitante, cioè del lettore, che è sempre
anche un attore18.
Soffermiamoci sul primo testo con un esempio: quando è il momento di
contemplare un mistero della vita di Gesù (i re magi, la conversione
della Maddalena, i misteri compiuti sulla croce, le singole apparizioni
dopo la resurrezione...), Ignazio non si ferma a raccontare la scena
con la ricchezza delle immagini e del linguaggio. Al contrario,
sintetizza quel mistero in poche battute, cioè in tre «punti», che ne
rivelano la densità e aprono lo spirito alla visione personale. Sono
i punti che colui che dà gli esercizi offrirà all'esercitante, a cui
spetta - come ben ha intuito Italo Calvino - il compito di «dipingere
lui stesso sulle pareti della sua mente degli affreschi gremiti di
figure, partendo dalle sollecitazioni che la sua immaginazione visiva
riesce a estrarre da un enunciato teologico o da un laconico versetto
dei Vangeli»19.
La scrittura di Ignazio non tende a esaurire. Essa è affilata, precisa,
ma secca, asciutta, capace più di evocare che di definire ed esaurire la
possibilità di immaginare.
Il fine degli Esercizi non è di produrre una conoscenza più esatta della
storia di Gesù, ma il coinvolgimento pieno dell'esercitante in quella
storia. Molto dunque dev'essere lasciato a ciò che se puede meditar
piamente (Es, n. 54), cioè alla libera ricostruzione. Ignazio prevede
la libertà creativa di vedere, ad esempio, se la via da Nazareth a
Betlemme sia «pianeggiante o se attraversa valli o alture», e se «il
luogo o grotta della natività [...] sia grande o piccolo, basso o alto»
(Es, n. 112).
Ciò che a Ignazio interessa è il narrar fielmente la historia in modo
che la persona che contempla tenga presente el fundamento verdadero de
la historia (Es, n. 2). Il facile spagnolo di queste affermazioni fa
comprendere come la fedeltà alla storia non si opponga affatto alla
meditazione «pia», e dunque libera di ricostruire creativamente. Anzi,
ne è il suo necessario presupposto.
Lo aveva compreso perfettamente la scrittrice Marguerite Yourcenar, la
quale nel suo taccuino di appunti scriveva, a proposito del suo
capolavoro Memorie di Adriano ambientato nel II secolo d.C.: «Le regole
del gioco: imparare tutto, leggere tutto, informarsi di tutto e, al
tempo stesso, applicare al proprio fine gli esercizi di Ignazio di
Loyola»20.
Questo metodo si condensa nell'espressione: como si presente me
hallase, cioè «come se mi trovassi lì presente» (Es, n. 114). E infatti
prosegue la Yourcenar: «Perseguire l'attualità dei fatti, cercare di
rendere a quei volti la loro mobilità, l'agilità della cosa viva. [...]
eliminare finché è possibile tutte le idee, i sentimenti che si sono
accumulati, strato su
strato, tra quegli esseri e noi»21.
Il linguaggio della narrativa è, in
questo senso, il linguaggio dell'esperienza.
Gli Esercizi ignaziani dunque possono suggerire una forma di scrittura
dove l'espressione è essenziale, a tratti anche scabra, minimalista o,
meglio, precisa. La precisione ignaziana elimina ogni situazione
astratta, rarefatta o sentimentale. Ciò che va meditato deve essere
visto, sentito, toccato, anche se con i sensi spirituali e con
l'immaginazione. Il mistero non è mai evanescente, ma sempre storico e
concreto. Ha commentato in maniera pertinente Italo Calvino: «L'idea
che il Dio di Mosè non tollerasse d'essere rappresentato in immagine
sembra non sfiorare mai Ignacio de Loyola. A1 contrario, si direbbe che
egli rivendichi per ogni cristiano la grandiosa dote visionaria di
Dante e di Michelangelo - senza neppure il freno che Dante si sente in
dovere di mettere alla propria immaginazione figurale di fronte alle
supreme visioni celesti del Paradiso»22.
Il sentimento legato alla rappresentazione dei misteri di Gesù non è mai
espresso. Ignazio usa il sentimento in maniera straordinariamente parca
ed essenziale. Il dolore per Gesù crocifisso non va descritto, né
dev'essere esaurito dalla prosa dello scrittore. Occorre invece
presentare e descrivere il mistero storico, cioè il fatto, perché il
sentimento nasca nel cuore dell'esercitante: «Non c'è ferro che possa
trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al punto giusto»,
aveva scritto Maupassant. La scrittura ignaziana mette in fila le parole
giuste, le immagini precise, ma anche la punteggiatura più efficace e
adeguata.
Il testo dunque è una porta di ingresso nella storia narrata.
Sovraccaricare il lettore di dettagli significherebbe esaurire lo
spazio della sua immaginazione, limitarlo. Il coinvolgimento è la
condizione perché la lettura si faccia esperienza e metta in gioco «le
facoltà immaginative e percettive del lettore, al fine di fargli
aggiustare e differenziare la sua messa a fuoco»23.
È necessario uno spazio vuoto, che il lettore cerca di riempire per una
buona continuazione della lettura. Questi spazi vuoti, il non detto, le
lacune, le reticenze dunque ostacolano la continuazione e, nello
stesso tempo, stimolano il processo di costruzione delle immagini. I
testi letterari non possono avere la determinatezza degli oggetti reali
e, anzi, è proprio tale indeterminatezza che consente al testo di
comunicare col lettore.
Ignazio di Loyola ha scritto un testo per leggere il quale occorre in
realtà «esercitarsi». Per questo il suo autore spiega il titolo
stabilendo un parallelo con gli esercizi fisici. Egli precisa: «Come il
passeggiare, il camminare e il correre sono esercizi corporali,
analogamente si chiamano esercizi spirituali i vari modi di preparare e
disporre l'anima ...» (Es, n. 1). Ogni lettura così può diventare una
performance. Ignazio non descrive l'esperienza degli Esercizi, ma la
introduce, la orienta, la stimola, ne suggerisce le condizioni.
Ignazio scrive secondo criteri precisi. La scrittura degli Esercizi non
è narrativa, ampia, fluviale; non è neanche lirica o ermetica.
L'origine è carismatica e, dunque, biografica: il testo è la traduzione
in metodo del suo cammino spirituale. Tra testo e biografia, in realtà,
c'è un rapporto stretto. Tuttavia non è la sua pura e semplice
trascrizione narrativa. Ignazio accettò - e non senza resistenze e con
molte interruzioni - di raccontare la sua vita in terza persona, ma non
di scriverla di proprio pugno24.
A trascrivere il suo racconto fu un compagno gesuita portoghese, Luis
Gon~alves da Càmara. Per questo l'Autobiografia ignaziana è uno
strumento molto importante per comprendere gli Esercizi Spirituali.
Essa narra il pellegrinaggio spirituale di Ignazio dalla conversione a
una crescente purificazione e unione con Dio in termini di preghiera e
di servizio.
Sin dall'inizio, l'esperienza della scrittura ebbe per lui un ruolo
importante. Durante la convalescenza successiva al ferimento avvenuto
nel corso della battaglia di Pamplona, egli si trovò casualmente a
leggere libri spirituali: di libri di altro genere in quella casa non
ce n'erano. Poiché nella lettura di questi libri provava molto gusto,
«gli venne l'idea di stralciare alcuni passi più significativi della
vita di Cristo e dei santi. Perciò [...] si mise a compilare con molta
diligenza un libro. Esso arrivò a occupare quasi 300 fogli, in quarto,
completamente scritti. Scriveva le parole di Gesù in rosso, quelle di
nostra Signora in azzurro, su carta lucida a righe, con elegante
scrittura, mettendo a profitto la sua grafia molto bella. Impiegava il
suo tempo in parte a scrivere, in parte a pregare»25.
Ignazio dunque scrive perché ricopia frasi che lo colpiscono.
La crescita spirituale successiva a questi inizi si riflette nelle
settimane degli Esercizi. Ignazio non dice nulla circa le tappe della
loro redazione. Alla fine del suo racconto autobiografico, rispondendo
a una domanda del p. Gongalves da Càmara, disse che «gli Essercitii non
gli haveva fatti tutti in una volta, senonché alcune cose che lui
osservava nell'anima sua et le trovava utili, gli pareva che potrebbero
anche essere utili ad altri, et così le metteva in scritto, verbi
gratia, dello examinar la conscientia con quel modo delle linee, etc. Le
electioni spetialmente mi disse che le haveva cavate da quella varietà
di spirito et pensieri, che haveva quando era in Loyola, quando stava
anchora malo della gamba»26.
Così abbiamo una conferma del fatto che lo scrivere è maturato a
partire dall'accadere e motivato dal desiderio di giovare.
Il primo elemento è dunque l'«osservare» ciò che accade. Nel suo uso
parco e circostanziato della parola scritta, Ignazio attribuisce
all'osservazione un ruolo fondamentale. Egli raccomanda di annotare
sempre le parti che si avvertono come più importanti nelle
contemplazioni, cioè quelle nelle quali si comprende qualcosa o si
hanno reazioni affettive di consolazione o desolazione (cfr Es, n. 118).
Il suo Diario Spirituale rappresenta un documento esemplare, che
consente di constatare come Ignazio scrivesse ogni giorno quello che
osservava accadere in lui. La scrittura ignaziana nasce dall'esperienza
capace di coinvolgere mente (conocimiento) e affettività (consolación,
desolación), non da elucubrazioni teoriche o da pure ipotesi. Non
risponde a una combinatoria astratta, ma a una sorta di reportage che
prevede sempre un quaderno di appunti nel quale annotare siempre algunas
partes màs principales (Es, n. 118).
Per questo motivo, gli Esercizi hanno generato molta scrittura:ogni
esercitante ha avuto nei secoli fino ad oggi il proprio quaderno di
appunti. È un'atteggiamento che nello scrittore diventa decisivo. In
alcuni casi gli appunti sono vere e proprie opere originali. È il caso,
ad esempio, degli appunti del poeta Gerard Manley Hopkins27,
dei testi raccolti nell'antologia Hearts on Fire
28o dello
splendido volume Thirty Days del poeta e critico letterario
statunitense Paul Mariani29.
Ma questi sono soltanto alcuni esempi.
Ignazio dunque insegna che si scrive perchè si osserva interiormente
qualcosa, perchè ci si è trovati in una condizione che ha aperto gli
occhi, che ha fatto vedere meglio la vita, il mondo, un oggetto, la
realtà30.
Soprattutto perché la fantasia permette a chi scrive di stabilire con la
propria esperienza un rapporto più intenso, a tal punto da osservare o
da provare sentimenti o avere pensieri anche non comuni, ordinari e ovvi.31
L'accentuazione sull'osservazione è importante, ma non sufficiente
nella prospettiva ignaziana. Ignazio scrive gli Esercizi non per puro
diletto personale, ma per riavviare l'esperienza propria o altrui.
Scrivere è frutto dell'esperienza filtrata dall'«utilità», perché è
trampolino di lancio per un'ulteriore esperienza, quella
dell'esercitante. Ignazio non annota tutto, ma soltanto le cose che
trovava utili e gli pareva che potessero essere utili anche ad altri32.
Ovviamente l'appello all'«utilità» può lasciare interdetto chi intende
scrivere in maniera libera e creativa. Come può una simile esperienza di
scrittura «utilitaristica» aiutare o ispirare uno scrittore? In realtà,
la domanda potrebbe essere il frutto di un fraintendimento. Infatti va
tenuto presente che, nel momento in cui scrive, Ignazio si pone in un
orizzonte di comunicazione. Se il testo non comunica, è «inutile».
Ignazio ha davanti a sé un lettore, almeno implicito. L'appello
all'utilità ha il significato preciso di puntare l'attenzione su una
persona che sta al di là del libro. Scrivere non è, in questo senso, un
atto narcisistico di pura espressione di sé. È un atto comunicativo
rivolto ad altri.
Anzi Ignazio, in quanto autore, sparisce dal suo testo33.
Si nasconde fino all'estremo quasi paradossale: quando egli parla in
prima persona negli Esercizi, il soggetto non è lui! Il pronome «io»,
prima persona singolare, è di ordine didattico e favorisce una
identificazione personalizzata con il testo, abolendo la distanza della
terza persona (cfr Es, n. 58)34.
L'«io» è lo stesso esercitante, il lettore. Così, mentre molti testi
mistici si servono della poesia, il testo degli Esercizi mira
all'economia linguistica, alla sobrietà di espressione, per stabilire
una distanza dell'autore e una «deriva» del testo, che appunto è
lasciato in balìa, se così possiamo dire, dell'esercitante e al suo
personale rapporto col Signore, all'interno del quale si compie la
scelta degli «esercizi» da fare. In questo orizzonte «altruistico» è il
senso dell'utilità del testo.
Quindi scrivere ignazianamente non è pura espressione o esibizione di
sé. Il narcisismo sembra non avere il minimo spazio, e non c'è niente di
più distante da questa scrittura dell'esibizionismo. Scrivere significa
selezionare qualcosa tra l'esperienza e le tante cose da dire. Tagliare,
selezionare, essenzializzare, ridurre all'osso non è un vuoto esercizio
stilistico, ma un'arte comunicativa. È un lavoro di scavo, dunque.
Infatti, il vocabolo che Ignazio usa per le sue parole è il participio
«cavate»35.
Esso sembra implicare un lavoro profondo di delucidazione e
formulazione, che ricorda gli intensi versi di Giuseppe Ungaretti:
Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia
vita / come un abisso (Commiato).
Ignazio conserva sempre l'attitudine alla concisione: parla poco, e la
sua parola è nuda e chiara. Non ama le esagerazioni, per cui la sua
lingua è molto parca in aggettivi e superlativi. Nota con semplicità,
senza orpelli, consiglia in modo diretto. Pensa molto a ciò che dice e
come lo dice e a chi. Non è mai stato un predicatore, ma proprio con la
parola ha realizzato le sue conquiste decisive: la conversazione è la
sua arte, non certo un artificio umanistico, nè, tanto meno,
esibizione. Egli corregge senza sosta i suoi scritti e li lima per bene.
Ciò comporta una lettura lenta e calma per cogliere i particolari, che
egli espresse mediante la cesellatura di ogni frase. E significativo il
fatto che di lui non abbiamo nessun brano di oratoria o di catechesi.
Egli è maestro del dialogo interpersonale, nella comunicazione
profonda, non in quella esteriore o di circostanza36.
Tutto ciò denota una cura massima della parola, di ogni singola parola,
e dell'espressione. Quando espone l'esame generale di coscienza, egli
consiglia di pesare il valore della parola e conoscere la sua direzione
(Es, nn. 38-41). L'equilibrio nell'uso della parola è un indice della
conversione e dell'orientamento del cuore e del pensiero. L'esercitante
deve «chiedere conto all'anima [...] delle parole» (Es, n. 43). Ignazio
detesta la palabra ociosa (Es, n. 40), cioè quella inutile e vuota che
non serve a niente e non è «utile» a nessuno.
Nell'itinerario spirituale proposto dagli Esercizi, uno dei modi di
pregare «consiste nel contemplare il significato di ogni parola della
preghiera» (Es, n. 249). Ogni parola va pesata, e il suo significato è
chiamato ad allargarsi come i cerchi concentrici prodotti da una pietra
che cade nell'acqua. Ignazio prevede «occhi chiusi o fissi in un punto,
senza girarli qua e là»; poi chiede di pronunciare una sola parola della
preghiera (ad esempio, «Padre» nella preghiera del «Padre nostro»). Così
chiede a chi si esercita spiritualmente di riflettere «su questa parola
per tutto il tempo che, nelle considerazioni pertinenti a tale parola,
troverà significati, paragoni, gusti e consolazioni»
(Es, n. 252).
La sua è una sorta di ermeneutica di assonanze interiori che non tollera
tempi rigidi né eccessiva quantità di parole: in «una o due parole»
soltanto si può trovare «molta materia di meditazione, insieme a gusto
e consolazione» (Es, n. 254). Infatti «non il molto sapere sazia e
soddisfa (harta y satz'sface) l'anima, ma il sentire e gustare (sentir
y gustar) le cose internamente» (Es, n. 2). Si può dunque restare fermi
su una sola parola della preghiera anche per tutto il tempo
dell'esercizio. Nel «terzo modo di pregare» Ignazio propone la
ripetizione di una singola parola al ritmo del movimento respiratorio
«in modo tale che una singola parola venga detta tra un respiro e
l'altro» (Es, n. 258). Chiunque scriva un'opera di qualche valore
letterario trova in queste indicazioni sul valore di ogni singola
parola una guida sicura all'espressione concisa, essenziale, ma insieme
anche capace di dare «respiro». E questa la vera parola poetica,
precisa, puntuale e pregna di significati e suggestioni.
Gli Esercizi Spirituali non sono propriamente né un testo poetico né un
testo narrativo, né un saggio, né un diario. Essi sono una guida, un
vero e proprio manuale di espressione creativa tra l'esercitante e Dio.
Negli Esercizi la contemplazione non è utile solamente a raggiungere
una pura passività: all'esercitante serve per imparare a parlare con
Dio, a inventare un linguaggio di interlocuzione. La contemplazione
produce linguaggio.
Questa palestra di creatività non può che plasmare tutta l'esistenza
dell'essere umano, non semplicemente la sua preghiera, i suoi momenti di
orazione. L'esercizio spirituale, se ben inteso e vissuto, offre un
allenamento che irrobustisce la capacità espressiva e comunicativa
dell'uomo in ogni ambito della sua esperienza di vita.
Riprova di tale connessione è il fatto che, viceversa, si moltiplicano i
manuali di scrittura creativa che fanno spesso riferimento - in un modo
o nell'altro, in maniera pertinente o ambigua - alla dimensione
«spirituale»
37,
proponendo la crescita nella capacità di scrivere in parallelo a un
progresso nella vita interiore38.
Ciò non significa, ovviamente, che colui che compie il cammino proposto
dagli Esercizi diventi come per incanto anche scrittore (o musicista o
pittore...). Significa se mai che egli vive un'esperienza che gli dà
modo y orden (Es, n. 2), cioè un metodo di espressione spirituale che fa
intimamente appello alle sue più profonde risorse creative. La
principale è l'apertura radicale all'evento dell'ispirazione, intesa
come qualcosa che lo raggiunge dall'esterno, da un «altro».
Ma questo manuale non assomiglia a un orario ferroviario. Se mai, se
vogliamo rimanere nel paragone manualistico, potrebbe essere più vicino
a un ricettario di cucina quale 1'Artusi39.
In realtà, come ha riconosciuto il poeta Giovanni Giudici, traduttore
degli Esercizi, questo libretto ha un «fascino, malgrado tutto,
letterario» e lo si può considerare e tradurre come un «testo poetico»40.
Sono, infatti, frutto di una peculiare esperienza spirituale e creativa
di ispirazione. Afferma Giudici, forte della sua affinità con il
linguaggio poetico, che essi sono «un'opera che, nata in una sfera
istituzionale assolutamente estranea alla letteratura, in forza della
passione da cui fu ispirata partecipa dei più alti valori di
letterarietà. Il suo stile povero diventa perciò [...] "grande stile";
le sue incongruenze sintattiche diventano procedimenti di "lingua
poetica"; le sue trasandatezze, i suoi ad sensum ed anche certe
apparenti ambiguità agiscono come elementi di seduzione: proprio perchè
su ogni altra preoccupazione e su ogni altro intento prevale appunto
l'urgenza delle cose da dire, anzi da fare»41.
Stile sobrio, cura peculiare dell'osservazione, spiccata capacità di
valorizzare ogni singola parola, intensità comunicativa rendono la
scrittura di Ignazio di Loyola un contributo importante per coloro che
sentono il desiderio di imparare a mettere per iscritto qualcosa della
loro «varietà di spirito et pensieri».
1
Per; «scrittura creativa» si intende quella che non ha solamente
lo scopo di comunicare informazioni in maniera efficace e
funzionale (una relazione, uno scritto accademico, una ricetta
medica...), ma ha anche una funzione espressiva e una forte
connotazione estetica. E un altro modo per parlare di
«scrittura letteraria».
2
A. SPADARO, «La lettura come immersione interattiva. Tra
"Esercizi Spirituali" e "Realtà Virtuale"», in Civ. Catt. 2004
11 37-49. Cfr L. COLO (ed.), L'atto del leggere. Il inondo dei
libri e l'esperienza della lettura nelle parole dei Padri della
Chiesa, Magnano (Bi), Qiqajon, 2004.
3
GIOVANNI PAOLO II, Lettera agli artisti, n. 15.
4
Pensiamo alle opere di grandi teologi che componevano inni, come
Prudenzio, Efrem il Siro, Gregorio Nazianzeno, Ambrogio di
Milano, Paolino da Nola, Andrea di Creta, Romano il Melode,
Venanzio Fortunato, Adamo di San Vittore, ma anche Bonaventura
e Tommaso d'Aquino. L'elenco è vastissimo.
5
5 G. POZZI, «Introduzione», in M. M. DE' PAZZI, Le parole
dell'estasi, Milano, Adelphi, 1984, 26.
6
6 G. GETTO, Letteratura religiosa del Trecento, Firenze,
Sansoni, 1967, 196 s.
7
Per una prima introduzione al linguaggio dei mistici cfr M.
BALDINI, Il linguaggio dei mistici, Brescia, Queriniana, 1990
8
Cfr G. Pozzi, «Il "parere" autobiografico di Veronica Giuliani»,
in Strumenti critici 11 (1987) n. 2, 178.
9
Citato in M. BALDINI, Il linguaggio dei mistici, cit., 70.
10
Il Secretum è un trattato in latino in tre libri composto dal
Petrarca tra il 1342 e il 1343, ma ritoccato successivamente.
Ogni libro corrisponde alle tre giornate di discussione che il
poeta immagina di sostenere con sant'Agostino alla presenza muta
di una figura di donna, che è la Verità. È una sorta di
testamento spirituale.
11
Cfr l'antologia di testi cateriniani curata da Tozzi: CATERINA
DA SIENA, Le cose più belle [1918], Firenze, Le Lettere, 1996;
R. CARVER, «Meditazione su una frase di santa Teresa», in ID.,
Il mestiere di scrivere. Esercizi, lezioni, saggi di scrittura
creativa, Torino, Einaudi, 1997.
12
A parte il fondamentale N. FRYE, Il grande codice. La Bibbia e
la letteratura, Torino, Einaudi, 1986, consigliamo: R. ALTER,
L'arte della narrativa biblica, Brescia, Queriniana, 1990.
13
Un intuizione sul rapporto tra Esercizi Spirituali e scrittura
creativa,l’abbiamo trovata in G.Mozzi,Parole private dette in
pubblico.Conversazione e racconti sullo
scrivere,Roma-Napoli,Teoria,1997.
14
M. GIULIANI, «Lo scritto e il silenzio. All'origine degli
Esercizi Spirituali di Ignazio di Loyola», in Ignazio di Loyola
e gli Esercizi Spirituali, supplemento a Notizie dei Gesuiti
d'Italia 25 (1992) n. 6, 57
15
Cfr R. BARTHES, Sade, Fourier, Loyola. La scrittura come
eccesso, Torino, Einaudi, 1977.
16
I rapporti però, a ben guardare, sono più dei quattro descritti
da Barthes. Esiste un rapporto tra l'esercitante e il direttore,
cioè il reciproco del secondo rapporto. Non si può tacere il
rapporto reciproco anche tra il direttore e Dio: si tratta di un
rapporto sfumato, appena accennato tra le righe da Ignazio, e
più in termini negativi di «lasciar fare» più che di «fare».
Potremmo ricordare anche una rete di rapporti che sono
documentati, ad esempio, dai Direttori, costituiti da coloro
che danno gli Esercizi: colui che li dà deve innanzitutto averli
ricevuti e praticati. E, infine, notiamo che non bisogna
dimenticare un altro «testo», cioè quello che Dio rivolge a
Ignazio, il quale descrive nell'Autobiografia con una breve
frase la modalità di questo rapporto: «Dio si comportava con
lui come fa un maestro di scuola con un bambino: gli insegnava»
(Autobiografia, n. 27).
17
Questa comunicazione non è scontata: l'esercitante non sa nulla
in anticipo sulle esperienze che gli verranno proposte, come il
lettore di un romanzo che vive la suspense propria della trama.
Neanche il rapporto tra Dio e l'esercitante può essere
prevedibile
18
Ci siamo già occupati di questo «testo» in un nostro precedente
articolo: «La lettura come immersione interattiva»..., cit.
19
I. CALVINO, Lezioni
americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Milano,
Mondadori, 1993, 96 s.
20
M. YOURCENAR, Memorie di
Adriano, Torino, Einaudi, 1988, 289. 21 Ivi.
21
Ivi.
22
I. CALVINO, Lezioni americane..., cit., 95.
23
W ISER, L'atto della lettura. Una teoria della risposta
estetica, Bologna, il Mulino, 1987, 26.
24
In realtà sembra che egli abbia raccontato non tanto i suoi
successi quanto le proprie debolezze e la forza della presenza
del Signore nella sua vita.
25
IGNAZIO DI LOYOLA, s., Autobiografia, n. 11.
26
Ivi, n. 99 (corsivo nostro). Qui citiamo il testo originale che
è in italiano dell'epoca. Infatti, come scrive il p. Gon~alves,
trovandosi a Genova e non avendo più a disposizione un
amanuense spagnolo, egli dettò in italiano gli appunti che aveva
portato con sé da Roma. Era il dicembre 1555.
27
Cfr C. DEVLIN, The Sermons and Devotional Writings of Gerard
Manley Hopkins, London, Oxford University Press, 1967. I testi
sono tradotti parzialmente in L. DEL ZANNA (ed.), Gli Esercizi
spirituali di S. Ignazio commentati dal poeta Gerard Manley
Hopkins, S.J. (1844-1889), Firenze, Mir, 2000.
28
Cfr M. HARTER (ed.), Hearts on Fire. Praying with Jesuits,
Chicago, Loyola Press,
29
Cfr P. MARIANI, Thirty Days on Retreat with the Exercises of St.
Ignatius, New York, Viking Compass, 2002.
30
Consigliamo la lettura del racconto di C. S. Lewis dal titolo
«L'uomo nato cieco», in Prima che faccia notte. Racconti e
scritti inediti, Milano, Rizzoli, 2005, 29-44.
31
Cfr il nostro «La fantasia: evasione o visione?», in Civ. Catt.
2005 II 28-39.
32
Il criterio dell'utilità è stato ben esposto in M. GIULIANI, «Lo
scritto e il silenzio», cit.
33
Lo ha ben illustrato P-H. Kolvenbach nel suo «Gli Esercizi
Spirituali di sant'Ignazio, Il messaggio spirituale attraverso
le particolarità linguistiche», in Civ. Catt. 1997 1351-364.
34
Cfr ivi, 352 s.
35
IGNAZIO DI LOYOLA, s,, Autobiografia, n. 99.
36
36 Cfr i. TELLECHEA IDIGORAS, Ignazio di Loyola solo e a piedi,
Roma, Borla, 1990, 407-410.
37
All'aggettivo, specialmente in area anglofona, si dà una valenza
ben più ampia rispetto a que la a cui siamo abituati. Esso
corrisponde a una sorta di generica ricerca di senso.
38
Cf,, ad esempio, N. GOLDBERG, Scrivere zen. Manuale di scrittura
creativa, Roma, Ubaldini, 1987. (7r anche J. CAMERON, La via
dell'artista. Come ascoltare e far crescere l'artista che è in
noi, Milano, Longanesi, 1992. L'autrice ha scritto numerosi
titoli di grande successo sull'argomento. E interessante notare
che proprio The Artist's Way compone un itinerario articolato in
«settimane» come quello degli Esercizi ignaziani.
39
Pellegrino Artusi (1820-1911) fu gastronomo e scrittore. Compose
in stile brioso un libro di culinaria di grande successo dal
titolo La scienza in cucina o l'arte di mangiar bene, oggi
conosciuto col solo cognome del suo autore.
40
G. GIUDICI, «"Gli Esercizi' spirituali" come testo poetico», in
IGNACIO DE LoYOLA, Esercizi spirituali, Milano, Mondadori,
1984, 7.
41
Ivi, 15. L'unica parola che giudichiamo errata nell'affermazione
di Giudici è «seduzione». In nessun modo e a nessun titolo la
si può attribuire al testo ignaziano, che è «eccessivo» (cioè
eccede, porta fuori di sé, come abbiamo visto) e:)er natura sua
mai, appunto, seduttivo (nel senso che tende a centrare
l'attenzione su ci sé).