CICLO DI INCONTRI SULLA STORIA DEL CRISTIANESIMO E DELLA CHIESA DI ROMA .
(I ANNO): STORIA ANTICA
“Le memorie degli Apostoli”.
di
E’ un dovere
restituire al popolo cristiano il tesoro della sua storia, che gli appartiene e
che a volte è stato patrimonio solo degli studiosi.
Quest’esigenza
guida la nostra scelta di tenere presso la nostra parrocchia di Santa Melania
un ciclo di conferenze di storia del cristianesimo e della Chiesa di Roma che,
a Dio piacendo, ci condurrà nei prossimi anni fino all’età contemporanea.
Offriamo
qui, semplicemente, la possibilità di approfondire la propria conoscenza e la
propria fede, per diventare discepoli di
Cristo sempre più consapevoli ed entusiasti.
La storia cristiana, infatti, è
certamente storia di uomini, di popoli, di sangue e di amore, ma soprattutto è
storia della salvezza, guidata dalla provvidenza; è un incontro personale con
il Verbo fatto carne che ha posto la sua dimora in mezzo a noi.
I testi di
seguito riportati riguardano il primo anno di questo ciclo di conferenze, svolte
da dicembre 2007 ad aprile 2008, e si riferiscono all’età antica;
l’autorevolezza dei relatori conferisce a questi testi una bellezza e una
profondità ancora maggiori.
Siamo
onorati che studiosi del calibro dei
professori Manlio Simonetti,
Questi testi
saranno utili come base per uno
Don
Francesco
Questa sera abbiamo l’onore di avere con noi il
Professor
Professor
Giovanni Maria Vian
E’ veramente un onore per noi avere qui
Il Professor Carletti è studioso delle memorie
cristiane, specificamente di Roma.
Professor
Ringrazio, innanzitutto, la vostra comunità che ha
voluto accogliermi e, in particolare, Don Francesco e l’amico e collega Gian
Maria Vian. Il professore ha ricordato una cosa molto importante per me: la
nostra collaborazione. In realtà, sono io ad aver collaborato con lui, perché
lui ha coordinato la realizzazione de “La Storia dei Papi”, pubblicata
dall’Enciclopedia Treccani. In quella circostanza ho avuto modo di apprezzare
ancor di più la formazione e la sensibilità di storico e filologo di Gian Maria
Vian, perché ha compreso fino in fondo quanto fosse importante per fare un
quadro completo delle testimonianze - nel caso specifico per le biografie dei
vescovi di Roma - che tenesse conto anche di tutto ciò che possediamo dal punto
di vista della documentazione archeologica ed epigrafica. Sono tutte
testimonianze storiche: opere letterarie, monumenti funerari e iscrizioni dal
punto di vista storico hanno eguale importanza.
Quello della
tomba di Pietro credo che sia uno dei temi più dibattuti della storia
dell’archeologia del periodo medio e tardo imperiale. Innanzitutto perché è per se
stesso un problema difficile.
Un dato sul quale attualmente la critica storica è
assolutamente concorde è quello della presenza
e della morte di Pietro a Roma tra gli anni 64 e 68. Si tratta di un culto
assodato dalla convergenza delle tante testimonianze. Ho appositamente usato il
termine “convergenza” per darvi l’idea della complessità di quella che, in
gergo tecnico, gli addetti ai lavori definiscono la “questione petrina”. Dunque
sulla presenza e la morte - per martirio - di Pietro a Roma non c’è alcun
dubbio, per la convergenza di tante fonti neotestamentarie e della letteratura
cristiana antica. Anche se le fonti utilizzano un linguaggio abbastanza “nascosto”:
per esempio non si parla di Roma ma di Babilonia, non si parla di Nerone ma di
Bediel, della bestia.
Di questa presenza a Roma di Pietro non esisteva alcun
corrispettivo monumentale-archeologico. Generalmente si parla della sepoltura
di Pietro insieme a quella di Paolo, i due protettori della Chiesa di
Roma.
Nella pianta che ora vedete la freccia rossa in
alto indica l’ubicazione del cimitero vaticano, il Colle Vaticano attraversato
dalla via Cornelia, ad ovest della città vaticana; l’altra freccia indica forse
il sud della città dove c’è un altro luogo in cui gli scavi hanno portato alla
luce memorie attribuibili al culto di Pietro e di Paolo.
La fonte più
antica che dice espressamente che Pietro e Paolo sono sepolti a Roma è un passo
riportato dallo storico ufficiale della Chiesa del IV secolo, Eusebio di
Cesarea. Eusebio
nel Libro III della storia ecclesiastica dice: “Pietro e Paolo sono le colonne
di Roma, sono i fondatori, sono morti a Roma e a Roma conserviamo le loro tombe”.
E qui, a conferma, riporta quanto intorno agli anni 180-190 disse un
presbitero, Gaio, in polemica con un modanista, Padre Proplio. Quest’ultimo
afferma: “Noi in Asia Minore conserviamo la tomba di Filippo e di alcune delle
sue figlie” e Gaio ribatte: “Se tu (si rivolge a Proplio o ad un immaginario
interlocutore) vai al Vaticano, sulla strada di Ostia puoi trovare i trofei di
Pietro e Paolo, dei fondatori della Chiesa di Roma”. Il testo greco riporta il
termine “trofei”: la tomba viene chiamata trofeo. Anche l’utilizzo di questo termine
- “tropaia”, cioè “trofei” - è stato ovviamente
approfondito: di per sé “tropaia”
significa “monumento commemorativo di una vittoria”, tuttavia, al di là
dell’uso che ne fa Eusebio, o meglio Gaio, significa anche tomba. L’enfasi che
Gaio usa ci dice che voleva proprio intendere trofeo, perché il martirio è
vittoria e il trofeo è il simbolo delle vittoria. Questo, quindi, è un testo
fondamentale, perché è il primo in cui esplicitamente si parla della tomba di Pietro e Paolo a Roma. Siamo grosso modo al tempo di Papa Zefirino - verso la fine del
II secolo - un secolo e mezzo dopo Nerone e questo deve essere tenuto presente
altrimenti non si capiscono quelli che possono apparire silenzi o vuoti di
documentazione. Per chiunque di noi affrontasse questi problemi sarebbe
sbagliato valutare i vuoti e i silenzi come se vi fosse certezza dell’esistenza
di qualcosa che ora non c’è più, quello che tecnicamente viene definito
“argomenta silentia”. In realtà anche il silenzio va letto: non come un vuoto di
qualcosa che prima c’era, ma come un vuoto che va spiegato.
Queste
informazioni provenienti dalle fonti letterarie non trovavano un corrispettivo,
come si dice in gergo, “sul terreno” - nella materialità del dato monumentale -
fin quando nel 1939 Pio XII decise che si dovesse fare un’indagine
archeologica. In realtà l’input non fu propriamente quello dell’indagine
archeologica, anche perché nel passato, quando Bernini mise le colonne del
ciborio e si andò abbastanza in profondità - tra l’altro distruggendo tre o
quattro mausolei - si era verificata tutta una serie di prodigi abbastanza
inquietanti.
Secondo quello che riferiscono le cronache del tempo chi andò lì per la prima
volta morì dopo poche ore, come se San Pietro fosse contrario. Pio XII, però,
fu sollecitato dal desiderio del suo predecessore Papa Ratti, che voleva essere
sepolto nelle grotte vaticane: iniziato lo scavo ci si trovò subito di fronte
ad una realtà archeologica.
Qui possiamo avere un’idea abbastanza precisa di
quello che c’è sotto l’attuale basilica (tracciata in azzurro). Scendendo procediamo
cronologicamente e troviamo la basilica cinquecentesca, poi (tracciata in rosso)
la basilica fatta da Costantino, probabilmente iniziata verso il 320-322 e
finita dopo il 337, qualche anno dopo la sua morte. Scendendo ancora troviamo
quella del XVI secolo e quella del IV secolo; poi la necropoli vaticana (la fila
giallina, quegli ambienti attaccati),
nel cui ambito è indicata la sepoltura, o meglio, la memoria della sepoltura di
Pietro. A fianco, in asse con quella basilica, c’è il circo di Gaio e Nerone e
questa è una conferma importante in relazione al martirio di Pietro o, comunque,
di quel gruppo di cristiani che furono vittime della persecuzione neroniana.
Secondo la testimonianza di Tacito - confermata da Petronio e poi anche da
Asseglione – infatti Nerone scaricò le colpe dell’incendio su questo gruppo di
cristiani, che già non godevano di buona fama in ambito pagano.
Scendiamo nel
particolare del circo: nella planimetria si possono vedere i sepolcri, i
mausolei, che erano camere funerarie gentilizie di famiglia che si affacciavano
lungo una stradina. La freccia azzurra indica il luogo della sepoltura di
Pietro. Sopra vedete la sezione del sepolcreto rispetto al piano fatto da
Costantino per la costruzione della basilica. Siamo sul colle, molto scosceso,
e questo dà anche l’idea del motivo che ha spinto Costantino a sbancare
Questa è una ricostruzione virtuale fatta sulla
base di ciò che è rimasto, di ciò che si vede.
Immaginate che c’erano queste camere funerarie e che tra questi sepolcri
rimaneva un terreno libero, in cui sta il rettangolino indicato dalla freccia
“Petrus”, appunto la tomba di Pietro.
Questa è la pianta: dove sta l’ellisse è
individuata la tomba e intorno ci sono altre sepolture. Ci imbattiamo subito in un problema di fondo:
credo di poter dire che coloro che eseguirono gli scavi non agirono certo come
si agisce oggi in un’indagine archeologica, con lo scavo stratigrafico e con
tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione. Certamente la stessa qualità
della ricognizione e dei resoconti poteva forse essere migliore. Non
dimentichiamo che lo scavo sotto San Pietro è stato condotto in un decennio
tragico, quello tra il 1939 e il 1949.
Comunque tutto si riduce ad un rettangolo di
Una conclusione forse non del tutto suffragata dai
dati e certamente non condivisa da Ferrua (gesuita), che il giorno dopo fu
elegantemente invitato a farsi da parte.
Nel ’53 fu incaricato
della questione il Professor Frediano Brandi, a quel tempo ordinario di
archeologia cristiana all’Università di Bari. Il professore confermò che le
testimonianze più antiche non erano anteriori al II secolo. Su questo vi è
corrispondenza tra fonte letteraria e fonte archeologica, perché, come abbiamo
letto prima, il presbitero Gaio dice: “Io posso mostrarvi in Vaticano, sulla
via di Ostia, i trofei”. Il trofeo di cui
parla Gaio era questo. La cosa certa, quindi, è che al tempo di Gaio, nella II
metà del II secolo, doveva esserci almeno da una ventina di anni. Questo è un
dato incontrovertibile. Poggia su un muro chiamato “muro rosso”, perché è stato
intonacato in rosso. Questa sistemazione risponde ad un momento in cui si è
deciso di dare una prima monumentalizzazione al luogo del sepolcro di Pietro,
che ha comportato anche un rafforzamento delle strutture.
E’
importante quello che vedete ora: con 90 probabilità su cento si tratta del nome di Pietro.
Questo è un dato molto importante: stava su un frammento caduto dal muro rosso,
P Y T e una data in frattura. Lo integriamo Petrus ed è un’integrazione sicura
ad oltre il 90%. Sotto c’è N e poi uno iota in frattura, cioè vicino alla
frattura del frammento di intonaco. N I per cosa stava? Ferrua, che è stato
quello che ha raccolto questo pezzettino di intonaco, non si è di fatto mai
pronunciato; chi si è pronunciato decisamente ed ha dato inizio ad un’altra
corrente di studi è stata
Io non condivido quest’analisi, e non sono il solo,
se non altro per il fatto che c’è N e uno spazio notevole, come se cominciasse
un’altra parola. Preferisco l’integrazione che adesso suggeriva anche Vian e
che fu proposta, se non ricordo male, da Carcobinot a suo tempo: “Petrus est”,
cioè “Pietro è in pace”. Tra l’altro questa è una delle formule tipiche della
più antica epigrafia cristiana.
Questa è la ricostruzione della prima sistemazione
costantiniana e questi sono gli altari sovrapposti nel tempo.
Questo è un altro testo epigrafico famosissimo: nel
campo P c’è il muro rosso con l’edicola. Verso il III secolo per sostenere il
muro rosso che stava crollando è stato posto un altro muretto, che si chiama
Muro G. Su questo muretto sono state tracciate queste iscrizioni: si tratta di
un groviglio di segni, sono graffiti che ricordano visitatori, il cui nome è
accompagnato in genere dalla formula “DIVAS IN CHRISTO, DIVAS IN DEO” e simili.
Quello che in termine tecnico si chiama
“palinsesto”. Se riuscite a vedere la prima riga in alto, c’è qualche nome, al
vocativo, sotto IN e poi il monogramma cristologico IN CHRISTO.
Si presume che poi sia passato un gruppo di persone
che hanno lasciato il loro nome, poi altri che hanno tracciato sopra qualcosa.
Come vedete si tratta di segni assolutamente incomprensibili. Anche a noi capita
di vedere nelle vetture della metropolitana o nelle stazioni i cosiddetti
graffiti moderni: spesso sono alfabetici, altre volte paralfabetici, in molti
altri casi sono segni e basta, da cui non si deduce nemmeno una valenza
simbolica. La stessa cosa è stata fatta qua. Il problema è che da questa
sovrapposizione di testi Margherita Guarducci ha tirato fuori un mondo, come
lei dice, una grande ricchezza spirituale che ha chiamato “criptografia
mistica”, cioè un linguaggio nascosto dei cristiani.
Lei era sicura di trovare su questo muro scritto
espressamente il nome Petrus, che non c’è. Dunque si è ingegnata a vedere gli
incroci di lettere scritte sovrapposte che potessero dare non il nome Petrus
per intero ma quanto meno lettere PE. Si tratta, al contrario, di graffiti di
visitatori che sicuramente, tra la seconda metà del III secolo e fin quando
Costantino non ha fatto la basilica, si sono recati ed hanno lasciato in
qualche caso il loro nome, in altri casi segni.
Tra l’altro qui era in funzione una figura tipica del mondo antico,
originaria dalla realtà egiziana, che si chiamava Liupograffeus: colui che
scriveva per altri ciò che di per sé sarebbe dovuto essere autografo. Infatti
qui ci sono sequenze di nomi scritte dalla stessa mano.
Questo
confronto che vi mostro è impressionante. Con circa 20-30 anni di anticipo
sulla Via Appia nasce un culto dedicato a Pietro e Paolo. Esiste un dato
incontrovertibile: nel 1915 gli scavi di Paolo Stigler hanno portato alla luce
600 graffiti, in cui ricorre molte volte l’espressione “Paulae et Petrae petite
pro Vittore”. Mai su 600 graffiti che si trovano sulla Via Appia, dove sta il
cimitero di San Sebastiano, c’è l’invocazione agli apostoli. Naturalmente su
questo spostamento del culto ci sarebbe molto da dire; quello che posso dire è
che è già attestato nel più antico calendario della chiesa romana -
Secondo quanto detto nella relazione ufficiale dei
quattro archeologi, sotto l’edicola di Gaio, che nelle intenzioni di chi l’ha
voluta indica il luogo del sepolcro, non c’è il sepolcro, ma un avvallamento
sconquassato. Quando furono fatte le fondazioni del ciborio del Bernini -
fondazioni colossali per cui sono stati sfondati quattro o cinque mausolei -
trovarono resti di ossa frammisti a terra e di ossa animali. Questa è una cosa
normale che succede quando si scava un’area sepolcrale, specialmente dove si
trovano tombe a terra, in cui i corpi venivano messi direttamente in una fossa
di forma antropoide.
Ora il
problema è che su quel muro G dei graffiti, sotto c’è come un piccolo buco, un
loculetto, dentro al quale sono stati trovati dei resti osteologici, anche se
molto modesti. La cosa ancora più strana è che tutto l’insieme di queste ossa
miste fu trovato in una modestissima cassettaccia di legno, nei magazzini della
Fabbrica di San Pietro, con sopra un biglietto scritto a matita non dagli
archeologi ma da un “fossore”. I fossori sono gli operai che anche attualmente fanno gli
scavi nelle catacombe. Capite, quindi, che il problema diventa delicatissimo. La
Guarducci si rivolse ad uno specialista, il Professor Correnti, il quale, partì
da una selezione delle ossa - che non appartenevano tutte alla stessa persona e
comprendevano anche ossa animali – e concluse poi, attraverso l’analisi
antropologica, che queste ossa appartenevano ad una persona di sesso maschile,
che poteva avere tra i 60-65 anni. Onestamente, però, non dice molto. Il
problema è che si tratta di reperti ossei “erratici” e ci si chiede perché se le
ossa venivano dalla tomba siano state messe nel loculetto del muro G e perché
dal IX secolo in poi si ritenga che le teste di Pietro e Paolo siano in
Laterano.
Professore Gianmaria
Vian
Io sono allievo di Simonetti che è molto più legato
alla Guarducci di quanto non lo sia Carlo Carletti. Dico che Paolo VI c’entra
perché, pressato insistentemente dalla Professoressa Guarducci che lo
tormentava, alla fine del 1967 decise di inaugurare l’Anno della Fede che fu
concluso un anno dopo nel 1968 con la proclamazione dell’allora celebre Credo
del Popolo di Dio. In questo contesto
dottrinale, celebrativo, se volete ideologico, Paolo VI fa quello che aveva
fatto Pio XII a conclusione del grande Giubileo del 1950: dichiara che, sulla
base delle ricerche scientifiche, erano state identificate le reliquie
dell’apostolo con certezza. “Quelle che sono ritenute le reliquie dell’apostolo
con una sufficiente sicurezza scientifica” dice il Papa. Questo, però, non chiuderà le discussioni
scientifiche.
Gli studiosi dell’antichità erano molto più attenti
alle fonti di quanto non lo siamo noi e quindi la Guarducci ha messo a frutto
tutte le osservazioni degli studiosi precedenti. La ricostruzione che lei fa è
che è stato ucciso nel 64-68-67 e sepolto in fretta evidentemente in una
necropoli, una necropoli pagana perché i cristiani non avevano ancora le
catacombe. Soltanto una novantina d’anni più tardi viene fatto questo trofeo,
questo “tropaion”. Questi resti - dopo 80/90 anni sarà rimasto pochissimo – vengono
messi da qualche parte, forse nel loculetto.
Secondo Margherita Guarducci gli architetti di Costantino sbancano una
collina –
Intervento
Non sapevo che le teste di Pietro e Paolo si
trovassero in Laterano.
Risposta
Sono in Laterano, anche se non conosco il punto esatto.
Le ho viste molti anni fa. Posso dirvi soltanto che uno degli scavatori - uno
dei quattro storici di San Pietro - tirò fuori un collegamento importante su
questo fatto delle teste proprio in relazione a tutto quello che abbiamo detto.
Tirò fuori un passo della lettera ai Romani, in cui Paolo specifica che “dove
sta la testa è come se ci fosse l’intero corpo”. Questo per dare valore al fatto
che sebbene ci fosse solo la testa era come se ci fosse l’intero corpo
dell’apostolo, perché la testa è la parte più importante.
Professor Vian
Come sapete tutti la cattedrale di Roma è al
Laterano. C’è stata una lotta tra San Giovanni e San Pietro durata molti secoli,
perché la residenza papale per mille anni è il Laterano, anche se il Vaticano è
il luogo della memoria petrina, come San Paolo di quella paolina. Il punto è
che i cristiani erano come gli altri, quindi anche il ragionamento che fanno
questi studiosi è tanto più convincente quanto più ricostruisce un ambiente
unico. Anche la Guarducci è stata convincente proprio perché ha saputo
ricostruire sia l’ambiente pagano sia quello cristiano. La Guarducci era anche molto
abile, perché sapeva ricorrere a diverse competenze: lei non era competente in
letteratura cristiana antica e quindi ricorreva a Simonetti, non era competente
di antropometria e ricorreva a Correnti. Questo è un punto di forza: il lavoro
interdisciplinare, in cui le diverse competenze si integrano.
Domanda
Volevo un chiarimento sulla datazione della tomba,
perché lei ha detto che sia il Professor Ferrua che il Professor Prandi hanno
detto che lì non ci sono tombe del I secolo.
Domanda
A cosa porterebbe l’esame del dna?
Risposta
Il problema è semplicemente questo: la conclusione
della relazione ufficiale dice che “è stata trovata la tomba di Pietro”. Anche
se la relazione ufficiale uscì con un sospetto ritardo dopo il radio messaggio
di Pio XII. E’ chiaro che comunicando il ritrovamento della tomba di Pietro era
implicito datarla al I secolo, però quando il più antico mausoleo contiene
bolli, timbri su mattoni o su tegole del 123, il discorso diventa più complesso
anche perché le revisioni successive hanno confermato quello che ha fatto
Prandi.
Questo è l’originale di un articolo uscito nel 1952
dove lui appunto prende le distanze da questo punto di vista della cronologia,
dai risultati dell’esplorazione. Nella sostanza il discorso non inficia quelli
che sono i risultati oggettivi o quelle conferme date dal dato monumentale o da
ciò che conosciamo attraverso le fonti letterarie. Il Colle Vaticano era un
colle praticamente allo stato brado, con vegetazione spontanea, ad eccezione degli
Orti di Nerone, vicino ai quali stava il
circo, quindi i suppliziati nella persecuzione di Nerone (come confermato anche
dalla tradizione antichissima). Il supplizio era infamante per la legge romana
e rispetto ai giustiziati con supplizio non esisteva nemmeno l’obbligo
giuridico di restituire
Professor
Vian
Il dna o il carbonio 14 non sono incontrovertibili.
Professor
Carletti
Adesso è migliorato molto, anche se il tasso di
approssimazione è comunque abbastanza alto, perché il carbonio 14 è stato
utilizzato fondamentalmente per l’archeologia preistorica, in relazione alla quale
è chiaro che l’approssimazione di 50 anni è niente. L’approssimazione di 15-20-30
anni nell’archeologia storica e dell’età imperiale, invece, è un problema non
da poco.
Sito gestito dalla Parrocchia Santa Melania.