CICLO DI INCONTRI SULLA STORIA DEL CRISTIANESIMO E DELLA CHIESA DI ROMA . (I ANNO): STORIA ANTICA

 

“Le memorie degli Apostoli”.

 

di Carlo Carletti

 

  • Il Professor Carlo Carletti è docente di Epigrafia e Antichità Cristiane presso l'Università di Bari.
  • L’incontro è stato presieduto e coordinato dal Professor Giovanni Maria Vian, docente di Storia del Cristianesimo e Filologia Patristica all'Università di Roma "La Sapienza" e attuale Direttore de "L'Osservatore Romano".

 

E’ un dovere restituire al popolo cristiano il tesoro della sua storia, che gli appartiene e che a volte è stato patrimonio solo degli studiosi.

Quest’esigenza guida la nostra scelta di tenere presso la nostra parrocchia di Santa Melania un ciclo di conferenze di storia del cristianesimo e della Chiesa di Roma che, a Dio piacendo, ci condurrà nei prossimi anni fino all’età contemporanea.

Offriamo qui, semplicemente, la possibilità di approfondire la propria conoscenza e la propria  fede, per diventare discepoli di Cristo sempre più consapevoli ed entusiasti.

La storia cristiana, infatti, è certamente storia di uomini, di popoli, di sangue e di amore, ma soprattutto è storia della salvezza, guidata dalla provvidenza; è un incontro personale con il Verbo fatto carne che ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

 

I testi di seguito riportati riguardano il primo anno di questo ciclo di conferenze, svolte da dicembre 2007 ad aprile 2008, e si riferiscono all’età antica; l’autorevolezza dei relatori conferisce a questi testi una bellezza e una profondità ancora maggiori.

Siamo onorati che studiosi del calibro dei  professori Manlio Simonetti, Carlo Carletti e Giovanni Maria Vian abbiano offerto a tutti noi qualche cosa del loro sapere, ponendolo a servizio della nostra comunità.

Questi testi saranno utili come base per uno studio personale, ma anche per una lettura spirituale della piccola storia di ognuno di noi, inseriti per Grazia nella grande storia della chiesa di Roma, per attingere alle sorgenti della tradizione cristiana.

 

Don Francesco

Questa sera abbiamo l’onore di avere con noi il Professor Carlo Carletti, esperto di fama internazionale, che ci parlerà degli scavi della tomba  di Pietro. Ringrazio il Professor Vian che, nonostante i suoi numerosi impegni, trova sempre il tempo per noi.

 

Professor Giovanni Maria Vian

E’ veramente un onore per noi avere qui Carlo Carletti, che ci parlerà di questi temi tanto importanti per la Chiesa di Roma e per la storia di Roma, quindi per la nostra storia.

Carlo Carletti è un archeologo, studioso di archeologia cristiana, specialista in “iscrizioni antiche”. E’ professore ordinario di Epigrafia e Antichità cristiane all’Università di Bari. Ha studiato praticamente tutta l’antichità cristiana dal punto di vista dell’archeologo, che è molto vicino ai testi. Mettere insieme i due punti di vista - quello dello studioso di testi e quello dello studioso delle fonti diverse dai testi, per così dire,“letterari” – è fondamentale.

Il Professor Carletti è studioso delle memorie cristiane, specificamente di Roma.

 

Professor Carlo Carletti

Ringrazio, innanzitutto, la vostra comunità che ha voluto accogliermi e, in particolare, Don Francesco e l’amico e collega Gian Maria Vian. Il professore ha ricordato una cosa molto importante per me: la nostra collaborazione. In realtà, sono io ad aver collaborato con lui, perché lui ha coordinato la realizzazione de “La Storia dei Papi”, pubblicata dall’Enciclopedia Treccani. In quella circostanza ho avuto modo di apprezzare ancor di più la formazione e la sensibilità di storico e filologo di Gian Maria Vian, perché ha compreso fino in fondo quanto fosse importante per fare un quadro completo delle testimonianze - nel caso specifico per le biografie dei vescovi di Roma - che tenesse conto anche di tutto ciò che possediamo dal punto di vista della documentazione archeologica ed epigrafica. Sono tutte testimonianze storiche: opere letterarie, monumenti funerari e iscrizioni dal punto di vista storico hanno eguale importanza. 

 

Quello della tomba di Pietro credo che sia uno dei temi più dibattuti della storia dell’archeologia del periodo medio e tardo imperiale. Innanzitutto perché è per se stesso un problema difficile.  

Un dato sul quale attualmente la critica storica è assolutamente concorde è quello della  presenza e della morte di Pietro a Roma tra gli anni 64 e 68. Si tratta di un culto assodato dalla convergenza delle tante testimonianze. Ho appositamente usato il termine “convergenza” per darvi l’idea della complessità di quella che, in gergo tecnico, gli addetti ai lavori definiscono la “questione petrina”. Dunque sulla presenza e la morte - per martirio - di Pietro a Roma non c’è alcun dubbio, per la convergenza di tante fonti neotestamentarie e della letteratura cristiana antica. Anche se le fonti utilizzano un linguaggio abbastanza “nascosto”: per esempio non si parla di Roma ma di Babilonia, non si parla di Nerone ma di Bediel, della bestia.

Di questa presenza a Roma di Pietro non esisteva alcun corrispettivo monumentale-archeologico. Generalmente si parla della sepoltura di Pietro insieme a quella di Paolo, i due protettori della Chiesa di Roma. 

 

Nella pianta che ora vedete la freccia rossa in alto indica l’ubicazione del cimitero vaticano, il Colle Vaticano attraversato dalla via Cornelia, ad ovest della città vaticana; l’altra freccia indica forse il sud della città dove c’è un altro luogo in cui gli scavi hanno portato alla luce memorie attribuibili al culto di Pietro e di Paolo. 

 

La fonte più antica che dice espressamente che Pietro e Paolo sono sepolti a Roma è un passo riportato dallo storico ufficiale della Chiesa del IV secolo, Eusebio di Cesarea. Eusebio nel Libro III della storia ecclesiastica dice: “Pietro e Paolo sono le colonne di Roma, sono i fondatori, sono morti a Roma e a Roma conserviamo le loro tombe”. E qui, a conferma, riporta quanto intorno agli anni 180-190 disse un presbitero, Gaio, in polemica con un modanista, Padre Proplio. Quest’ultimo afferma: “Noi in Asia Minore conserviamo la tomba di Filippo e di alcune delle sue figlie” e Gaio ribatte: “Se tu (si rivolge a Proplio o ad un immaginario interlocutore) vai al Vaticano, sulla strada di Ostia puoi trovare i trofei di Pietro e Paolo, dei fondatori della Chiesa di Roma”. Il testo greco riporta il termine “trofei”: la tomba viene chiamata trofeo. Anche l’utilizzo di questo termine - “tropaia”, cioè “trofei” - è stato ovviamente approfondito: di per sé “tropaia” significa “monumento commemorativo di una vittoria”, tuttavia, al di là dell’uso che ne fa Eusebio, o meglio Gaio, significa anche tomba. L’enfasi che Gaio usa ci dice che voleva proprio intendere trofeo, perché il martirio è vittoria e il trofeo è il simbolo delle vittoria. Questo, quindi, è un testo fondamentale, perché è il primo in cui esplicitamente si parla della tomba di Pietro e Paolo a Roma. Siamo grosso modo al tempo di Papa Zefirino - verso la fine del II secolo - un secolo e mezzo dopo Nerone e questo deve essere tenuto presente altrimenti non si capiscono quelli che possono apparire silenzi o vuoti di documentazione. Per chiunque di noi affrontasse questi problemi sarebbe sbagliato valutare i vuoti e i silenzi come se vi fosse certezza dell’esistenza di qualcosa che ora non c’è più, quello che tecnicamente viene definito “argomenta silentia”. In realtà anche il silenzio va letto: non come un vuoto di qualcosa che prima c’era, ma come un vuoto che va spiegato. 

 

Queste informazioni provenienti dalle fonti letterarie non trovavano un corrispettivo, come si dice in gergo, “sul terreno” - nella materialità del dato monumentale - fin quando nel 1939 Pio XII decise che si dovesse fare un’indagine archeologica. In realtà l’input non fu propriamente quello dell’indagine archeologica, anche perché nel passato, quando Bernini mise le colonne del ciborio e si andò abbastanza in profondità - tra l’altro distruggendo tre o quattro mausolei - si era verificata tutta una serie di prodigi abbastanza inquietanti. Secondo quello che riferiscono le cronache del tempo chi andò lì per la prima volta morì dopo poche ore, come se San Pietro fosse contrario. Pio XII, però, fu sollecitato dal desiderio del suo predecessore Papa Ratti, che voleva essere sepolto nelle grotte vaticane: iniziato lo scavo ci si trovò subito di fronte ad una realtà archeologica. 

 

Qui possiamo avere un’idea abbastanza precisa di quello che c’è sotto l’attuale basilica (tracciata in azzurro). Scendendo procediamo cronologicamente e troviamo la basilica cinquecentesca, poi (tracciata in rosso) la basilica fatta da Costantino, probabilmente iniziata verso il 320-322 e finita dopo il 337, qualche anno dopo la sua morte. Scendendo ancora troviamo quella del XVI secolo e quella del IV secolo; poi la necropoli vaticana (la fila giallina,  quegli ambienti attaccati), nel cui ambito è indicata la sepoltura, o meglio, la memoria della sepoltura di Pietro. A fianco, in asse con quella basilica, c’è il circo di Gaio e Nerone e questa è una conferma importante in relazione al martirio di Pietro o, comunque, di quel gruppo di cristiani che furono vittime della persecuzione neroniana. Secondo la testimonianza di Tacito - confermata da Petronio e poi anche da Asseglione – infatti Nerone scaricò le colpe dell’incendio su questo gruppo di cristiani, che già non godevano di buona fama in ambito pagano. 

 

Scendiamo nel particolare del circo: nella planimetria si possono vedere i sepolcri, i mausolei, che erano camere funerarie gentilizie di famiglia che si affacciavano lungo una stradina. La freccia azzurra indica il luogo della sepoltura di Pietro. Sopra vedete la sezione del sepolcreto rispetto al piano fatto da Costantino per la costruzione della basilica. Siamo sul colle, molto scosceso, e questo dà anche l’idea del motivo che ha spinto Costantino a sbancare 40.000 metri cubi di terra da una parte per fare un riempimento dall’altra: la parte centrale del presbiterio, la parte più sacra dell’edificio, doveva essere in asse con il luogo dove era indicato il sepolcro di Pietro. 

 

Questa è una ricostruzione virtuale fatta sulla base di ciò che è rimasto, di ciò che si vede.  Immaginate che c’erano queste camere funerarie e che tra questi sepolcri rimaneva un terreno libero, in cui sta il rettangolino indicato dalla freccia “Petrus”, appunto la tomba di Pietro.

 

Questa è la pianta: dove sta l’ellisse è individuata la tomba e intorno ci sono altre sepolture.  Ci imbattiamo subito in un problema di fondo: credo di poter dire che coloro che eseguirono gli scavi non agirono certo come si agisce oggi in un’indagine archeologica, con lo scavo stratigrafico e con tutte le tecnologie che abbiamo a disposizione. Certamente la stessa qualità della ricognizione e dei resoconti poteva forse essere migliore. Non dimentichiamo che lo scavo sotto San Pietro è stato condotto in un decennio tragico, quello tra il 1939 e il 1949.

Comunque tutto si riduce ad un rettangolo di 9 metri x 5-6, insomma uno spazio assolutamente piccolo. In questa piccola porzione di terreno c’erano altre sepolture, umilissime, quelle che si chiamano “terragne” (fosse scavate nella terra), in cui si metteva la salma coperta da dei colori. Nessuna di queste sepolture è del I secolo. Questo fa capire la complessità del problema. Nel radio messaggio del 23 dicembre 1950, a chiusura dell’Anno Santo, Pio XII affermava che era stata ritrovata la tomba del Principe degli apostoli.

Una conclusione forse non del tutto suffragata dai dati e certamente non condivisa da Ferrua (gesuita), che il giorno dopo fu elegantemente invitato a farsi da parte.

Nel ’53 fu incaricato della questione il Professor Frediano Brandi, a quel tempo ordinario di archeologia cristiana all’Università di Bari. Il professore confermò che le testimonianze più antiche non erano anteriori al II secolo. Su questo vi è corrispondenza tra fonte letteraria e fonte archeologica, perché, come abbiamo letto prima, il presbitero Gaio dice: “Io posso mostrarvi in Vaticano, sulla via di Ostia, i trofei”.  Il trofeo di cui parla Gaio era questo. La cosa certa, quindi, è che al tempo di Gaio, nella II metà del II secolo, doveva esserci almeno da una ventina di anni. Questo è un dato incontrovertibile. Poggia su un muro chiamato “muro rosso”, perché è stato intonacato in rosso. Questa sistemazione risponde ad un momento in cui si è deciso di dare una prima monumentalizzazione al luogo del sepolcro di Pietro, che ha comportato anche un rafforzamento delle strutture.    

 

E’ importante quello che vedete ora: con 90 probabilità su cento si tratta del nome di Pietro. Questo è un dato molto importante: stava su un frammento caduto dal muro rosso, P Y T e una data in frattura. Lo integriamo Petrus ed è un’integrazione sicura ad oltre il 90%. Sotto c’è N e poi uno iota in frattura, cioè vicino alla frattura del frammento di intonaco. N I per cosa stava? Ferrua, che è stato quello che ha raccolto questo pezzettino di intonaco, non si è di fatto mai pronunciato; chi si è pronunciato decisamente ed ha dato inizio ad un’altra corrente di studi è stata la professoressa Margherita Guarducci che, subito dopo la fine delle indagini archeologiche, si mise a studiare questo graffito e concluse che il testo completo era “Petrus eni”, cioè “Pietro sta qui”. 

Io non condivido quest’analisi, e non sono il solo, se non altro per il fatto che c’è N e uno spazio notevole, come se cominciasse un’altra parola. Preferisco l’integrazione che adesso suggeriva anche Vian e che fu proposta, se non ricordo male, da Carcobinot a suo tempo: “Petrus est”, cioè “Pietro è in pace”. Tra l’altro questa è una delle formule tipiche della più antica epigrafia cristiana.

 

Questa è la ricostruzione della prima sistemazione costantiniana e questi sono gli altari sovrapposti nel tempo.

Questo è un altro testo epigrafico famosissimo: nel campo P c’è il muro rosso con l’edicola. Verso il III secolo per sostenere il muro rosso che stava crollando è stato posto un altro muretto, che si chiama Muro G. Su questo muretto sono state tracciate queste iscrizioni: si tratta di un groviglio di segni, sono graffiti che ricordano visitatori, il cui nome è accompagnato in genere dalla formula “DIVAS IN CHRISTO, DIVAS IN DEO” e simili. 

Quello che in termine tecnico si chiama “palinsesto”. Se riuscite a vedere la prima riga in alto, c’è qualche nome, al vocativo, sotto IN e poi il monogramma cristologico IN CHRISTO. 

Si presume che poi sia passato un gruppo di persone che hanno lasciato il loro nome, poi altri che hanno tracciato sopra qualcosa. Come vedete si tratta di segni assolutamente incomprensibili. Anche a noi capita di vedere nelle vetture della metropolitana o nelle stazioni i cosiddetti graffiti moderni: spesso sono alfabetici, altre volte paralfabetici, in molti altri casi sono segni e basta, da cui non si deduce nemmeno una valenza simbolica. La stessa cosa è stata fatta qua. Il problema è che da questa sovrapposizione di testi Margherita Guarducci ha tirato fuori un mondo, come lei dice, una grande ricchezza spirituale che ha chiamato “criptografia mistica”, cioè un linguaggio nascosto dei cristiani. 

Lei era sicura di trovare su questo muro scritto espressamente il nome Petrus, che non c’è. Dunque si è ingegnata a vedere gli incroci di lettere scritte sovrapposte che potessero dare non il nome Petrus per intero ma quanto meno lettere PE. Si tratta, al contrario, di graffiti di visitatori che sicuramente, tra la seconda metà del III secolo e fin quando Costantino non ha fatto la basilica, si sono recati ed hanno lasciato in qualche caso il loro nome, in altri casi segni.  Tra l’altro qui era in funzione una figura tipica del mondo antico, originaria dalla realtà egiziana, che si chiamava Liupograffeus: colui che scriveva per altri ciò che di per sé sarebbe dovuto essere autografo. Infatti qui ci sono sequenze di nomi scritte dalla stessa mano.

 

Questo confronto che vi mostro è impressionante. Con circa 20-30 anni di anticipo sulla Via Appia nasce un culto dedicato a Pietro e Paolo. Esiste un dato incontrovertibile: nel 1915 gli scavi di Paolo Stigler hanno portato alla luce 600 graffiti, in cui ricorre molte volte l’espressione “Paulae et Petrae petite pro Vittore”. Mai su 600 graffiti che si trovano sulla Via Appia, dove sta il cimitero di San Sebastiano, c’è l’invocazione agli apostoli. Naturalmente su questo spostamento del culto ci sarebbe molto da dire; quello che posso dire è che è già attestato nel più antico calendario della chiesa romana - la Depositio Martirum - del 636, in cui si dice che c’è un culto sul Vaticano, sulla Via Ostiense e sulla Via Appia.

 

Secondo quanto detto nella relazione ufficiale dei quattro archeologi, sotto l’edicola di Gaio, che nelle intenzioni di chi l’ha voluta indica il luogo del sepolcro, non c’è il sepolcro, ma un avvallamento sconquassato. Quando furono fatte le fondazioni del ciborio del Bernini - fondazioni colossali per cui sono stati sfondati quattro o cinque mausolei - trovarono resti di ossa frammisti a terra e di ossa animali. Questa è una cosa normale che succede quando si scava un’area sepolcrale, specialmente dove si trovano tombe a terra, in cui i corpi venivano messi direttamente in una fossa di forma antropoide.

Ora il problema è che su quel muro G dei graffiti, sotto c’è come un piccolo buco, un loculetto, dentro al quale sono stati trovati dei resti osteologici, anche se molto modesti. La cosa ancora più strana è che tutto l’insieme di queste ossa miste fu trovato in una modestissima cassettaccia di legno, nei magazzini della Fabbrica di San Pietro, con sopra un biglietto scritto a matita non dagli archeologi ma da un “fossore”. I fossori sono gli operai che anche attualmente fanno gli scavi nelle catacombe. Capite, quindi, che il problema diventa delicatissimo. La Guarducci si rivolse ad uno specialista, il Professor Correnti, il quale, partì da una selezione delle ossa - che non appartenevano tutte alla stessa persona e comprendevano anche ossa animali – e concluse poi, attraverso l’analisi antropologica, che queste ossa appartenevano ad una persona di sesso maschile, che poteva avere tra i 60-65 anni. Onestamente, però, non dice molto. Il problema è che si tratta di reperti ossei “erratici” e ci si chiede perché se le ossa venivano dalla tomba siano state messe nel loculetto del muro G e perché dal IX secolo in poi si ritenga che le teste di Pietro e Paolo siano in Laterano.

 

Professore Gianmaria Vian

Carlo Carletti ha esposto in maniera mirabile i dati archeologici. Su questa questione c’è discussione tra gli studiosi. Paradossalmente ci fu una sorta di rovesciamento di campo perché il maggiore sostenitore della non autenticità delle reliquie petrine era proprio un padre gesuita della Civiltà Cattolica – grande epigrafista - Antonio Ferrua, mentre la sua avversaria scientifica è stata Margherita Guarducci, anch’essa insigne epigrafista.

Io sono allievo di Simonetti che è molto più legato alla Guarducci di quanto non lo sia Carlo Carletti. Dico che Paolo VI c’entra perché, pressato insistentemente dalla Professoressa Guarducci che lo tormentava, alla fine del 1967 decise di inaugurare l’Anno della Fede che fu concluso un anno dopo nel 1968 con la proclamazione dell’allora celebre Credo del Popolo di Dio. In questo contesto dottrinale, celebrativo, se volete ideologico, Paolo VI fa quello che aveva fatto Pio XII a conclusione del grande Giubileo del 1950: dichiara che, sulla base delle ricerche scientifiche, erano state identificate le reliquie dell’apostolo con certezza. “Quelle che sono ritenute le reliquie dell’apostolo con una sufficiente sicurezza scientifica” dice il Papa.  Questo, però, non chiuderà le discussioni scientifiche. 

 

Gli studiosi dell’antichità erano molto più attenti alle fonti di quanto non lo siamo noi e quindi la Guarducci ha messo a frutto tutte le osservazioni degli studiosi precedenti. La ricostruzione che lei fa è che è stato ucciso nel 64-68-67 e sepolto in fretta evidentemente in una necropoli, una necropoli pagana perché i cristiani non avevano ancora le catacombe. Soltanto una novantina d’anni più tardi viene fatto questo trofeo, questo “tropaion”. Questi resti - dopo 80/90 anni sarà rimasto pochissimo – vengono messi da qualche parte, forse nel loculetto.  Secondo Margherita Guarducci gli architetti di Costantino sbancano una collina – 40.000 metri cubi di terreno - per far coincidere la basilica, fra l’altro interrando una necropoli. Gli architetti avranno consegnato a Costantino i resti ritrovati e questi avrà ordinato di metteteli in un panno imperiale e di lasciarli lì. C’è un teologo domenicano, poi fatto cardinale da Giovanni Paolo II, che ha scritto una pagina commovente su quello che hanno fatto gli architetti di Costantino per la memoria dell’apostolo: hanno rispettato la povertà di quello che era il luogo sacro. La cosa importante è quello che ha detto il Professor Carletti prima e cioè che oggi, dopo 7-8 secoli, nessuno mette in dubbio che Pietro e Paolo vengono a Roma, vengono martirizzati e fondano questa Chiesa, anche se il cristianesimo già esisteva. Oggi queste polemiche dal punto di vista scientifico sono inesistenti.

 

Intervento

Non sapevo che le teste di Pietro e Paolo si trovassero in Laterano.

 

Risposta

Sono in Laterano, anche se non conosco il punto esatto. Le ho viste molti anni fa. Posso dirvi soltanto che uno degli scavatori - uno dei quattro storici di San Pietro - tirò fuori un collegamento importante su questo fatto delle teste proprio in relazione a tutto quello che abbiamo detto. Tirò fuori un passo della lettera ai Romani, in cui Paolo specifica che “dove sta la testa è come se ci fosse l’intero corpo”. Questo per dare valore al fatto che sebbene ci fosse solo la testa era come se ci fosse l’intero corpo dell’apostolo, perché la testa è la parte più importante.

 

Professor Vian

Come sapete tutti la cattedrale di Roma è al Laterano. C’è stata una lotta tra San Giovanni e San Pietro durata molti secoli, perché la residenza papale per mille anni è il Laterano, anche se il Vaticano è il luogo della memoria petrina, come San Paolo di quella paolina. Il punto è che i cristiani erano come gli altri, quindi anche il ragionamento che fanno questi studiosi è tanto più convincente quanto più ricostruisce un ambiente unico. Anche la Guarducci è stata convincente proprio perché ha saputo ricostruire sia l’ambiente pagano sia quello cristiano. La Guarducci era anche molto abile, perché sapeva ricorrere a diverse competenze: lei non era competente in letteratura cristiana antica e quindi ricorreva a Simonetti, non era competente di antropometria e ricorreva a Correnti. Questo è un punto di forza: il lavoro interdisciplinare, in cui le diverse competenze si integrano.

 

Domanda

Volevo un chiarimento sulla datazione della tomba, perché lei ha detto che sia il Professor Ferrua che il Professor Prandi hanno detto che lì non ci sono tombe del I secolo.

 

Domanda

A cosa porterebbe l’esame del dna?

 

Risposta

Il problema è semplicemente questo: la conclusione della relazione ufficiale dice che “è stata trovata la tomba di Pietro”. Anche se la relazione ufficiale uscì con un sospetto ritardo dopo il radio messaggio di Pio XII. E’ chiaro che comunicando il ritrovamento della tomba di Pietro era implicito datarla al I secolo, però quando il più antico mausoleo contiene bolli, timbri su mattoni o su tegole del 123, il discorso diventa più complesso anche perché le revisioni successive hanno confermato quello che ha fatto Prandi.

Questo è l’originale di un articolo uscito nel 1952 dove lui appunto prende le distanze da questo punto di vista della cronologia, dai risultati dell’esplorazione. Nella sostanza il discorso non inficia quelli che sono i risultati oggettivi o quelle conferme date dal dato monumentale o da ciò che conosciamo attraverso le fonti letterarie. Il Colle Vaticano era un colle praticamente allo stato brado, con vegetazione spontanea, ad eccezione degli Orti di Nerone, vicino ai quali  stava il circo, quindi i suppliziati nella persecuzione di Nerone (come confermato anche dalla tradizione antichissima). Il supplizio era infamante per la legge romana e rispetto ai giustiziati con supplizio non esisteva nemmeno l’obbligo giuridico di restituire la salma. Diciamo, quindi, che ci può essere stata confusione. In fondo, il fatto di aver trovato resti ossei frammisti alla terra può anche essere ricollegato a quelle condizioni originali. Ci vorrebbe una rilettura seria con le metodologie attuali di tutto ciò che è rimasto: forse qualcosa potrebbe definirsi meglio. 

 

Professor Vian

Il dna o il carbonio 14 non sono incontrovertibili.

 

Professor Carletti

Adesso è migliorato molto, anche se il tasso di approssimazione è comunque abbastanza alto, perché il carbonio 14 è stato utilizzato fondamentalmente per l’archeologia preistorica, in relazione alla quale è chiaro che l’approssimazione di 50 anni è niente. L’approssimazione di 15-20-30 anni nell’archeologia storica e dell’età imperiale, invece, è un problema non da poco.   


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