CICLO DI CATECHESI SULLA LETTERA AI ROMANI - I PARTE: INTRODUZIONI E PRIMI TRE CAPITOLI

 

“Romani 1-3”.

 

di Don Filippo Morlacchi, vicedirettore dell’ufficio per la pastorale scolastica della Diocesi di Roma.

 

L’anno paolino è una straordinaria occasione, offertaci dal Papa, per riscoprire l’apostolo delle genti e percorrere con lui il nostro cammino. Come noi, Paolo non ha conosciuto il Gesù della storia, ma lo ha creduto risorto, si può dire che ha dato alla storia il suo vero senso.

La fede nella resurrezione, l’amore di Dio, la giustificazione dalla fede in Cristo sono solo alcuni dei temi che ci accompagnano in questi testi relativi alla prima parte del ciclo di catechesi sulla Lettera ai romani (si concluderà alla fine del 2009).

L’anno paolino avrà effetti su ognuno di noi se, per intercessione di Paolo, avremo fatto esperienza della Grazia e del perdono del Signore e se avremo approfondito la conoscenza dell’epistolario paolino, fonte indispensabile per chi vuole vivere in profondità la propria adesione a Cristo.

 

1 dicembre 2008

 

Non potevo rifiutare l’invito di Don Francesco, anche per un “debito di amicizia” che è per me piacevole ricordare: ero assistente in seminario da poco tempo quando mi sono trovato Francesco - all’epoca non ancora Don – tra i seminaristi che erano affidati alle mie cure.

Devo dire che l’incarico che mi ha affidato Don Francesco questa sera è abbastanza impegnativo, non soltanto per il tema della lettera ai Romani, che di per sé è un tema assolutamente arduo e impervio. Normalmente gli esegeti non scrivono o commentano la lettera ai Romani prima dei cinquanta anni di età, perché è sicuramente uno dei testi più difficili, più impegnativi, più faticosi. Ma, al di là di questo, perché la parte della lettera ai Romani che vogliamo commentare questa sera è una parte scomoda. Leggeremo questa sera i primi due capitoli e anche un pezzetto del terzo ed è una parte scomoda, nel senso che questa parte introduttiva ha una funzione, all’interno della lettera, che è molto sgradevole. Ha il compito di convincere i destinatari del loro peccato. Quindi non si tratta di un messaggio particolarmente brillante, gratificante. Ci sono altri passi della lettera ai Romani molto più belli da questo punto di vista, dove San Paolo invita a riconoscere la grandezza dell’amore di Dio, la sua misericordia.

Il nucleo centrale del messaggio che ascoltiamo questa sera nella lettera ai Romani è un altro: tutti gli uomini sono peccatori. E, quindi, è un messaggio in un certo senso sgradevole, ma che è necessario per comprendere sia l’insieme teologico della lettera, sia il valore, l’importanza, la bellezza e la preziosità della grazia di Dio.

So che voi avete già avuto un’introduzione generale alla lettera ai Romani, quindi do “per scontato” che voi sappiate più o meno collocarla. So anche che molti di voi hanno partecipato a incontri precedenti fatti in questa parrocchia.

Io vorrei questa sera farvi entrare più direttamente nel testo e quindi vorrei “sprecare” un po’ dei minuti che ho a disposizione per fare la cosa più importante: leggere il testo. Lo leggerò con calma, cercando di dare un minimo di espressione al testo, e poi sulla base di questo cercheremo di riflettere. Vi dirò quale è, secondo me, la struttura di questa parte della lettera ai Romani, qual è il senso dei contenuti centrali.

 

Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il Vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre scritture, riguardo al figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne, costituito figlio di Dio con potenza secondo uno spirito di santificazione mediante la risurrezione dei morti, Gesù, Cristo, nostro Signore. Per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato, per ottenere l’obbedienza e la fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome. E tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo. A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione grazia a voi e pace da Dio padre nostro e dal Signore Gesù Cristo. Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a tutti voi, perché la trama della vostra fede si espande in tutto il mondo. Quel Dio al quale rendo culto nel mio spirito, annunziando il Vangelo del figlio suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, chiedendo sempre nelle mie preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi. Ho infatti un vivo desiderio di vedervi, per comunicarvi qualche dono spirituale, perché ne siate fortificati, meglio per rinfrancarmi con voi e tra voi mediante la fede che abbiamo in comune. Voi e io. Non voglio pertanto che ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma fino ad ora ne sono stato impedito. Per raccogliere qualche frutto anche tra voi, come tra gli altri gentili, poiché sono in debito verso i greci come verso i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti e sono quindi pronto, per quanto sta in me, a predicare il Vangelo anche a voi di Roma.   

 

Questo è “l’aperitivo”, in senso tecnico l’indirizzo di saluto e il prologo. Chiaramente Paolo non comincia la sua lettera subito con testi forti, ma inizia con tante parole di consolazione. Si potrebbe fare tranquillamente una lectio divina soltanto su questi versetti, che non sono neanche tanto pochi. Vedremo subito che Paolo descrive se stesso come una persona che ha una relazione così profonda con Cristo da determinare la sua identità. Paolo si presenta come servo di Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio. Cioè la sua vita esiste in relazione al Vangelo di Cristo. Lui è servo di Cristo. La sua vita si definisce in base al rapporto che ha con il Vangelo e questo non è scontato, perché Paolo faceva altre cose nella vita. Aveva una cultura, aveva un lavoro. Ma nulla più conta se non il suo legame con Cristo. Sarebbe come se a qualcuno che vi chiedesse “Tu chi sei” o “Cosa fai nella vita”, invece di rispondere “Io sono avvocato”, “Io sono operaio”, “Io sono insegnante”, qualcuno rispondesse “Io sono cristiano”. Il che vuol dire che nella nostra identità personale saremmo così fortemente marcati dal rapporto con Cristo, da dire “La mia identità è data innanzitutto dalla mia relazione con lui, poi c’è il resto, il lavoro che faccio, la famiglia, ma viene dopo.”

Più avanti Paolo dice il Vangelo di Gesù Cristo, il Vangelo del figlio suo. E’ importante questa espressione, da confrontare con un’altra che troveremo più avanti. Paolo dichiara che lui non è il padrone del Vangelo, ma anzi ne è servo. Cioè il Vangelo che lui annuncia, il messaggio che porta, lui non ha il potere di modificarlo, lui lo deve rispettare. Il Vangelo è il Vangelo di Cristo. C’è una verità di fede rispetto alla quale lui non è padrone ma servo. Lui non può dire alla gente quello che gli sembra meglio, o la sua opinione su come ci si comporta bene davanti a Dio o per essere brave persone. Lui deve dire la verità del Vangelo, il Vangelo di Dio, la verità che Dio in Cristo annuncia, non le personali opinioni del suo annunciatore. Se io voglio essere annunciatore del Vangelo, devo cercare di esprimere ciò che la parola di Dio dice, non le mie private elucubrazioni o quello che mi sembra meglio, più vero, più giusto. C’è un Vangelo di Cristo rispetto al quale noi siamo servitori, in ascolto, lo trasmettiamo. Non possiamo modificarlo, neanche nella pretesa di migliorarlo, di cambiarlo, di adattarlo ai nostri tempi. Il Vangelo è quello. E Paolo questo Vangelo lo annuncia ai Romani, a noi. E questi Romani vengono definiti agapetoi, cioè diletti da Dio, amati da Dio. Anche questo è un punto di partenza fondamentale.

 

Paolo sta per cominciare un discorso terribile, dirà: “Siete peccatori in tutti i sensi”. Ma prima dice: “Ricordatevi che siete amati da Dio”. E’ quasi una sorta di contro definizione. Dopo aver definito se stesso, in relazione a Cristo, come servo del Vangelo, dice: “Ma anche voi avete un rapporto speciale con Dio, voi siete amati da Dio, voi siete chiamati da Gesù Cristo”. Quindi stabilisce un ponte, un legame con la comunità di Roma. Gli dice: “Io vorrei venire a trovarvi, ma ancora non ci sono riuscito”. Quindi ha soltanto una notizia “con mediazione” della comunità di Roma, però stabilisce un legame. Il legame lo crea Cristo. “Io sono servo di Cristo, voi siete chiamati da Cristo. Io sono a servizio del suo Vangelo, voi siete l’oggetto – per così dire – del Vangelo. Non soltanto i destinatari, cioè coloro a cui io annuncio il Vangelo, ma i destinatari di questa buona notizia, cioè che Cristo vi ama”.

E pensiamo già a quello che dirà verso la fine di questa parte dogmatica, la prima parte della lettera: “Chi potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?”

Quello è il punto di arrivo, ma adesso Paolo deve cominciare il rimprovero.

Premesso che siamo tutti quanti amati da Dio e per arrivare alla conclusione che nulla potrà mai separarci da questo amore di Dio in Cristo Gesù, ora diciamo come stanno le cose: noi siamo peccatori. Tutti. Giudei e greci. Voi di Roma, quelli di Corinto, quelli che ho lasciato a Gerusalemme. Tutti. Nessuno ci salva se non c’è Cristo, ma – e gradualmente porta avanti il suo discorso per arrivare a questa conclusione – c’è Cristo. Se non ci fosse lui saremmo rovinati. E questo è un punto di partenza che l’uomo di oggi non accetta facilmente. Come non lo accettava neanche ai tempi di San Paolo, ai tempi della lettera ai Romani. Perché questo significa riconoscere una dipendenza radicale. Il Vangelo che Paolo annuncia è un Vangelo di verità, cioè lui vuol dire come stanno le cose: “Cari amici non facciamoci illusioni, senza la grazia di Dio noi siamo peccatori e siamo perduti”. Questo è l’argomento che adesso Paolo deve affrontare. Perché questa prima parte si articola in questa duplice dimensione. Innanzitutto dimostrare che tutti i pagani sono peccatori. Non conoscevano neanche la legge, non avevano la Torah, quindi non sapevano quale fosse la volontà di Dio e comunque non la rispettavano. E vedremo con quali toni severi Paolo parla del peccato dei pagani. Però poi dice anche i giudei, che hanno avuto la legge, non sono tanto migliori. Anche i giudei hanno sbagliato. Quindi tutti siamo peccatori. Tutti Dio ha rinchiuso nel peccato perché a tutti potesse portare la grazia in Cristo.

 

Fatta questa premessa sull’amore, sulla carità, entriamo in questo spinoso e scomodo argomento del tentativo di Paolo - tentativo riuscito –  di mostrare la colpevolezza di ogni uomo. Questi primi versetti che leggo adesso (dal numero 16 al 17) sono l’enunciazione della tesi, cioè la propositio come si dice in termini retorici. San Paolo enuncia l’argomento e poi lo affronterà con un certo metodo.

 

Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede. Del giudeo prima e del greco poi. E’ in esso che si rivela la giustizia di Dio, di fede in fede, come sta scritto “il giusto vivrà mediante la fede”.

 

L’argomento di cui Paolo vuol parlarci in questa lettera è: c’è un Vangelo, c’è una buona notizia, di cui non ci dobbiamo vergognare. E questa buona notizia è che il Signore salva tutti se credono in lui, sia il giudeo sia il greco. Ovvero: senza la fede non c’è salvezza. L’uomo da solo non si salva. O c’è una relazione con Cristo oppure l’uomo da solo non si salva. Perdonate questa ripetizione, ma vedrete che è Paolo che ripete le stesse parole. E sono parole di una severità terrificante. Se un predicatore oggi utilizzasse gli stessi toni di Paolo nella lettera ai Romani, noi vedremmo la gente che si alza in chiesa e dice “come esagera”. Noi oggi siamo troppo abituati alle carezze sulla misericordia di Dio, che Dio è buono. Paolo parla senza mezzi termini dell’ira di Dio e del peccato dell’uomo. E allora questa sera lo vogliamo sentire. Anche perché non è che questa, siccome è stata scritta tanto tempo fa, non è più parola di Dio.

Paolo dice una verità per noi oggi, quindi dobbiamo cercare di accogliere questo “cazzottone” nello stomaco che San Paolo sta per darci. In vista di una salvezza maggiore ovviamente, cioè proprio perché poi possa manifestarsi con più chiarezza la forza della grazia di Cristo. Ma adesso vediamo la prima parte: la colpa dell’uomo.

 

In realtà l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. Poiché ciò che di Dio si può conoscere è loro manifesto. Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti dalla creazione del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità. Essi sono dunque inescusabili perché pur conoscendo Dio non gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si dichiaravano sapienti sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, si da disonorare fra di loro i propri corpi. Poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen. Per questo Dio li ha abbandonati – è la seconda volta che lo dice -  a passioni infami. Le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi. Uomini con uomini. Ricevendo così in se stessi la punizione che si addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati – è la terza volta che lo dice – in balia di una intelligenza depravata. Sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia.

 

E qui sentite l’elenco: malvagità, cupidigia, malizia, pieni di invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità. Diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa.

 

Picchia forte. Quasi si sente una rabbia in San Paolo nel descrivere la depravazione dell’uomo senza Dio. Comincia descrivendo l’omosessualità, prima femminile e poi maschile, e poi tutta una serie di altre cose, tutte cose che quasi oggi non si possono dire. Ma la parola di Dio non si può cancellare. San Paolo parte da questo peccato, legandolo ad un travisamento. Ora vediamo, passo dopo passo, cosa dice. Ritorniamo ai termini chiave.

 

L’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà.

 

Questo è il punto di partenza: il peccato degli uomini è l’empietà. L’empietà è il contrario della pietas, cioè della devozione a Dio, cioè del dare a Dio ciò che è di Dio. Troppo spesso oggi si cita quel versetto “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare”. Troppo spesso, perché Cesare quello che è suo se lo piglia, Dio no se non glielo diamo noi. Possiamo farlo tranquillamente: dare a Dio quel che è di Dio. Questo è la pietas, cioè la devozione. E l’empietà è il contrario, cioè è il negare una verità. Ecco perché lo dice con chiarezza: Uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. E ancora più avanti, al versetto 25: Hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna. Infatti il diavolo viene chiamato il padre della menzogna.

Perché la verità di fondo è che Dio è creatore e l’uomo è creatura. La verità di fondo è che l’uomo non basta a se stesso. E allora il risultato è l’adorazione di Dio. Questo mette le cose nel giusto ordine. Ma se l’uomo rifiuta questa verità, se l’uomo per orgoglio dice “non voglio sentirne parlare di Dio, io basto a me stesso, mi regolo da me”, ecco allora subentra il discorso del dover decidere tra il bene e il male. “Il bene e il male lo decido io”. Peccato di Adamo e Eva. “Io vado avanti da solo. La vita me la porto avanti io”. Questo è il peccato di fondo.

San Paolo dice che i pagani sono inescusabili perché se facessero attenzione – e questo sarebbe un tema da approfondire a lungo – vedrebbero che Dio si è reso visibile. Le perfezioni visibili di Dio, se uno ci riflette, le vede nel creato. Dalla perfezione e dalla bellezza del creato chiunque riesce a capire che c’è un creatore. Il problema è che pur conoscendo Dio non gli hanno dato gloria e non gli hanno reso grazie come a Di”.

Questo è il vero atteggiamento di preghiera: dar gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, cioè riconoscere la sovranità di Dio, che noi siamo creature, che lui è il padre e noi siamo i figli, che lui ci ha dato la vita, che noi accogliamo come dono. Questa è una verità inequivocabile, noi ce l’abbiamo scritto nel nostro corpo che non siamo all’origine della nostra vita. L’ombelico è la prova somatica che noi non siamo all’origine della nostra vita. Il nostro corpo ci ricorda che l’abbiamo ricevuta in dono. E questa è la verità, poi possiamo anche nasconderla e dire “Mi sono fatto da me”. Ma non è vero. Nessuno si fa da sé. E’ questo ciò che San Paolo rimprovera: non hanno reso gloria a Dio e non hanno reso grazie. In greco suona eucaristesa: non hanno fatto eucaristia. E l’eucaristia è il cuore della vita cristiana. Eucaristia vuol dire ringraziamento. Cosa si fa a messa se non dire: ti ringraziamo perché è cosa buona e giusta rendere grazia a te, Signore, padre, fonte della vita, che ci hai creati, che anche oggi ci hai rivolto la tua parola che ci vivifica, che anche oggi ci consenti di presentare dei miseri doni sull’altare, del pane e del vino, e tu ci li restituisci infinitamente arricchiti?.

E riconoscendo questa verità le cose sono ordinate. Ma gli uomini che non vogliono rispettare questa verità, che negano questa verità, stravolgono tutto. Mentre si dichiarano sapienti diventano stolti e scambiano la gloria dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura di bestie, animali, rettili, uomini. Ecco gli idoli. E questa depravazione, questa stortura, questo stravolgimento della verità di fede, porta l’uomo invece che ad adorare Dio ad adorare le creature. E qui possiamo cominciare a pensare ad altri idoli: il potere, il denaro, il piacere, il successo. E quanta gente si prostra di fronte a questi idoli di oggi! Ha stravolto la sua vita: invece di obbedire a Dio segue questi altri idoli. Dopo che è successo Dio li abbandona e tre volte Paolo dice: “Dio vi ha abbandonati”.

Attenzione questo è esattamente ciò che l’uomo voleva, l’uomo sta dicendo a Dio: “Che vuoi tu da me? Io ci penso da me a me stesso”. Come il ragazzino che dice: “Me ne vado di casa, basto a me stesso.” E Dio fa come il padre del figliol prodigo: a malincuore spartisce gli averi e dice “vai, puoi andartene”. Sperando che poi ritorni. E questo fa l’uomo quando si ribella alla verità: si allontana da Dio. E poi si perde.

Ecco allora la seconda parte, che è questa degradazione morale sempre maggiore, perché perso questo rapporto con la verità, l’uomo che non obbedisce alla verità del suo essere si perde. E questo è il peccato. Il peccato in greco è amartia e letteralmente, etimologicamente, significa sbagliare il bersaglio. Cioè: sono fatto per quello e sbaglio mira, mi perdo per strada. Ora, dice Paolo, questo è ciò che capita a ogni uomo pagano che non ascolta la voce della coscienza – lo dirà dopo, parlando, nel secondo capitolo, della coscienza – si ribella a Dio, vuole mettere se stesso sul piedistallo. Allora non si capisce più niente, perché la verità delle cose viene stravolta. L’uomo voleva essere liberato dalla presenza di Dio e Dio lo abbandona al proprio consiglio. Perché Dio lascia l’uomo libero, ma la libertà dell’uomo senza Dio si chiama peccato, cioè fallimento.

E questo non riguarda solo qualche sventurato, riguarderebbe ognuno di noi se non ci fosse la grazia di Dio. Tutti sono sotto il peccato e, allora, siccome San Paolo sa che molti dei suoi destinatari provenivano dall’ebraismo, parla anche della situazione dei giudei. Adesso in maniera più velata - all’inizio del capitolo 2 - poi in maniera più esplicita, annuncia la stessa situazione di catastrofe progressiva.

Varrebbe la pena leggere questo elenco terrificante di depravazioni che Paolo ha descritto così come suona in greco. Sono dei termini che anche a pronunciarli fanno impressione. Si sente la foga di San Paolo, che si è lasciato prendere la mano. Dice proprio: “si sono infilati in un guaio che non finisce mai”. Gli ultimi improperi, verrebbe da dire, sono durissimi: aunedos, asuntetos, astornos, anelemonas. Paolo ce l’ha non con i peccatori, ma con il peccato, al quale questa gente ha lasciato spazio. Li definisce “senza cervello”, “senza ragionamento”, dice che “non sanno stare in piedi”, “non sono capaci di voler bene” – storné è l’amore più normale, l’amore familiare – che non ci sono più nemmeno gli affetti che dovrebbero sorgere spontanei e poi, alla fine, che “non hanno misericordia verso nessuno”, sono senza scrupoli. E’ una descrizione agghiacciante della situazione dell’uomo, che vive con la coscienza anestetizzata dal peccato ripetuto. Ma se noi non siamo in questa condizione è per che noi siamo toccati dalla grazia di Cristo.

 

Passiamo ora all’altra parte.

 

Sei dunque inescusabile.

 

Prima l’aveva detto dei pagani: sono inescusabili perché se vogliono riconoscere Dio dalla bellezza della creazione possono farlo. Ma adesso comincia a dire: “Tu pure sei inescusabile, chiunque tu sia uomo che giudichi”. Perché San Paolo dice: “Adesso che vi ho detto tutte queste cose voi che cosa state pensando? Io mica sono arrivato a quegli eccessi di depravazione”. Questo lo pensiamo anche noi: tutte queste cose noi non le abbiamo fatte. E invece Paolo insiste: “Anche tu, chiunque tu sia uomo che giudichi. Perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso. Infatti tu che giudichi fai le medesime cose”.

Dobbiamo capire in che senso, perché forse non tutti facciamo questi stessi peccati terrificanti. Vi anticipo in che senso tutti facciamo lo stesso errore. Il punto di partenza è l’idolatria, cioè il non mettere Dio al posto che gli spetta. Lo possiamo fare di più, lo possiamo fare di meno, ma dare a Dio veramente il primo posto, fare che Dio sia Dio nella nostra vita, se non ci aiuta lo spirito Santo non lo fa nessuno. Questo è quello che dice Paolo. Magari ci si può fermare per vari motivi senza arrivare proprio in fondo alla china, ma la radice è la stessa. Per cui: tutti peccatori. Eppure noi sappiamo che il giudizio di Dio è secondo verità contro quelli che commettono tali cose. La misericordia di Dio non è un pretesto per continuare imperterriti sulla via dell’errore. “Tu però con la tua durezza e il tuo cuore impenitente accumuli collera su di te per il giorno dell’ira e della rivelazione del giusto giudizio di Dio. Il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore e incorruttibilità, sdegno e ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all’ingiustizia”.

La verità è sempre la stessa. C’è un’espressione bellissima di Bossuet, che dice che la fede è “acconsentire alla propria origine, riconoscere che Dio è Dio, che siamo originati”. Invece il peccato è opporsi alla verità, resistere a questa verità. Cioè farsi Dio. Io sono Dio, io sono all’origine di me stesso. Questo è il punto di partenza di tutti i peccati. Quindi tribolazione e angoscia per ogni uomo che opera il male, per il giudeo prima e poi per il greco, senza differenze, per tutti. Gloria, onore e pace invece per chi opera il bene, per il giudeo prima e poi per il greco. Perché presso Dio non c’è parzialità. La questione è vivere secondo la verità, nell’amore che Dio vuole. E siccome nessuno lo fa, tutti siamo giudicati e condannati. 

Qui Paolo chiarisce ancora di più che sta parlando proprio dei giudei. Ancora non l’ha detto, l’ha soltanto accennato. Dopo aver spiegato qual è la brutta situazione dei pagani, che non hanno la legge ma sono ugualmente inescusabili, adesso spiega che per i giudei, che hanno la Torah, la situazione è ancora peggiore. Perché Dio gliel’aveva detto. Ma adesso Paolo deve spiegare che la legge non basta, cioè la legge ti fa capire qual è il tuo peccato, ma non basta per avere la forza di non commetterlo. Ci vuole qualcosa di più: una legge nuova. E questa legge nuova è la grazia dello Spirito Santo che ci ha dato il Cristo. Ma lo dirà dopo, adesso, dopo aver parlato del peccato dei pagani, deve approfondire il peccato dei giudei.

 

Tutti quelli che hanno peccato senza la legge – cioè senza conoscere la Torahperiranno anche senza la legge. Quanti invece hanno peccato sotto la legge saranno giudicati con la legge – sono gli ebrei questi – perché non coloro che ascoltano la legge sono giusti davanti a Dio, ma quelli che mettono in pratica la legge saranno giustificati. 

 

Non basta andare a messa la domenica, bisogna vivere secondo il Vangelo. Valeva allora e vale adesso.

 

Quando i pagani che non hanno la legge per natura agiscono secondo la legge essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.  

 

Paolo sta dicendo: “Dopo che ho parlato così male dei pagani, non pensiamo che tutti quanti siano peccatori in quel modo”. C’è tanta gente che, potremmo dire oggi, non crede in Dio, ma si comporta in maniera moralmente ineccepibile. Si comportano secondo natura, cioè è scritto nei loro cuori, è la loro coscienza che spiega le esigenze fondamentali della legge. Quindi qualcuno che non commette peccati in quella maniera ci può anche essere. Paolo tiene bene in considerazione le differenze da persona a persona, ma questo non inficia il ragionamento di fondo, perché anche quelle persone in qualche modo sono state raggiunte dalla grazia. Perché senza la grazia l’uomo sprofonda nel baratro del peccato.

 

Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio Vangelo.

 

E qui permettetemi una piccola parentesi. Paolo non dice più il Vangelo di Cristo o il Vangelo di Dio, dice il mio Vangelo. Questo è importantissimo, perché se prima Paolo ha detto c’è un Vangelo oggettivo, che io non posso toccare, non devo modificare, devo rispettare nella sua oggettiva verità, adesso Paolo dice il Vangelo è il mio. Cioè quel Vangelo oggettivo io l’ho fatto mio. Paolo, servo di Gesù Cristo, annunciatore del Vangelo, può dire secondo verità che quel Vangelo è suo. Nel senso che questa buona notizia che deve trasformare la vita dei destinatari prima ha trasformato la sua. Se quel Vangelo non fosse anche il Vangelo di Paolo sarebbe qualcosa di morto, una dottrina oggettiva, ma sterile. Invece Paolo dice: “il Vangelo di Cristo, che è il mio Vangelo”. Tutte e due le cose. Non dice solo il mio Vangelo, perché sarebbe una fantasia. Non dice solo il Vangelo di Dio, perché sarebbe una dottrina arida. E’ il Vangelo di Cristo e il mio Vangelo.

 

Ora, se tu ti vanti di portare il nome di giudeo – ecco che Paolo chiarifica che sta parlando proprio agli ebrei – e ti riposi sicuro sulla legge – potremmo dire, con il Vangelo di Luca, “dire di avere Abramo per padre”, cioè dire di avere la legge dalla propria parte – e ti glori di Dio, del quale conosci la volontà perché la leggi nelle scritture e istruito come sei nella legge sai discernere ciò che è meglio e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di coloro che sono nelle tenebre, educatore degli ignoranti, maestro dei semplici, perché possiedi nella legge l’espressione della sapienza, della verità, ebbene, come mai tu, che insegni agli altri non insegni a te stesso? Perché tu che predichi di non rubare, che è giusto, poi però rubi? Tu che proibisci l’adulterio sei adultero? Tu detesti gli idoli e ne derubi i templi? Tu che ti glori della legge poi offendi Dio trasgredendola? Infatti, come sta scritto, il nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani.

 

Paolo sta citando l’Antico Testamento – Isaia, insieme con altre citazioni dell’Esodo – e dice: “Il mio nome è bestemmiato per causa vostra fra i pagani”, cioè voi ebrei – dice Dio nell’Antico Testamento – dovreste essere osservanti della legge e invece i pagani si fanno beffe di me perché vedono voi che dite tante belle cose, ma poi non osservate la legge. Voi dite che avete la legge, sapete qual è la volontà di Dio, però voi non la fate lo stesso. E allora che ce ne facciamo di questa legge? Dice Paolo: non chi ascolta la legge, ma chi la fa e chi la mette in pratica quella legge giustifica, quella è salvezza.

Quindi dopo aver “legnato” pesantemente i pagani comincia a “legnare” anche i giudei, proprio per dire che non si salva nessuno: tutti uguali, tutti peccatori. La circoncisione allora è utile se osservi la legge, ma se trasgredisci la legge sei come uno che non è circonciso.

 

Se dunque chi non è circonciso osserva le prescrizioni della legge la sua non circoncisione non gli verrà forse contata come circoncisione?

 

Paolo sta dicendo che tu puoi essere circonciso e poi non osservi la legge e allora non ti serve a niente, oppure ci può essere uno che osserva la legge pur non essendo circonciso. Applichiamo questo concetto a noi: cosa te ne fai di quel battesimo se non vivi secondo il Vangelo? E c’è invece chi non è battezzato, chi magari è nato in una famiglia non cristiana, però è moralmente retto. Per certi versi è più cristiano lui di te. Paolo è forte e pronuncia giudizi taglienti ma molto attuali, validi anche oggi.

 

E così chi non è circonciso fisicamente ma osserva la legge giudicherà te, che nonostante la circoncisione sei un trasgressore della legge. Infatti giudeo non è chi appare tale all’esterno e la circoncisione non è quella visibile nella carne. Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore, nello spirito e non nella lettera. La sua gloria non viene dagli uomini, ma da Dio.

 

Quello che conta non è l’esteriorità, ma quello che c’è nel cuore. Perché Dio giudica i cuori, è nel cuore che bisogna essere circoncisi. Letteralmente dice proprio: “Il vero ebreo - cioè il vero membro del popolo elettoè quello che è dentro il cuore. Lui è l’eletto di Dio”.

 

Attenzione Paolo non si è dimenticato di aver detto ai Romani: “Voi siete gli eletti di Dio, voi siete amati da Dio”. Ha un motivo per cui sta facendo questo lungo discorso. E il motivo è proprio quello di convincere del peccato, per rendere ancora più importante ai loro occhi la grazia di Cristo. C’è poi questo dialogo che inizia nel capitolo terzo. Vi leggo la conclusione di questa prima parte, dal versetto 9 del capitolo terzo

 

Tutti sono sotto il dominio del peccato, come sta scritto, non c’è nessun giusto, nemmeno uno. Non c’è un sapiente, non c’è chi cerchi Dio.

 

E qui Paolo utilizza citazioni della scrittura, per dimostrare che tutti sono peccatori.

 

Ora, noi sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la legge, perché sia chiusa ogni bocca, che tutto il mondo sia  riconosciuto colpevole di fronte a Dio. Infatti, in virtù delle opere della legge, nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato.

 

Questa è la conclusione di questa seconda parte. Voi giudei, che avete la legge, non  avete la forza di opporvi al peccato. Il peccato vi fa capire quale è la colpa, ma non vi dà ancora la forza di opporvi.

 

 

Ora – e questa è la seconda faccia della medaglia, che ci serve per capire l’arcata del pensiero di Paolo – indipendentemente dalla legge, giudei o greci, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti, cioè la giustificazione dell’uomo. Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione. Questa è la frase che conclude il primo ragionamento: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente dalla sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Da adesso in poi Paolo comincia a spiegare che cosa è questa giustificazione.

 

Allora questa “galoppata” un po’ faticosa ci ha guidato a comprendere questo messaggio che è come un “cazzottone” nello stomaco. Prima “ci dà il bacetto sulla fronte” – cari fratelli amati da Dio – poi si rimbocca le maniche e comincia a “legnare”. Ma questo è importantissimo, perché è il punto di partenza per l’accoglienza della grazia. Avete presente l’episodio della peccatrice in Luca 7, quando c’è quella donna che bagna con le lacrime i piedi di Gesù e poi li asciuga con i capelli? Gesù, in quell’occasione, dice a Simone il fariseo: quello a cui si perdona poco ama poco.

Il punto, quindi, non è fare tanti peccati per poter amare tanto, ma è riconoscere la gravità del peccato, riconoscere cosa significa essere peccatori, cosa significa essere senza Dio. La causa del peccato è il desiderio di essere senza Dio, che è l’empietà, è il non voler acconsentire alla propria origine, è il voler mettere se stessi all’origine della propria vita, è il voler scambiare se stessi con colui che è il nostro creatore, il vero Dio. E’ il confondere la verità con la menzogna. Se partiamo da questo le conseguenze sono comunque nefaste. E anche – Paolo lo dirà più avanti nella lettera con più chiarezza – il giudeo che attraverso la legge pretende di potersi giustificare davanti a Dio, dicendo “Tu mi hai detto cosa dovevo fare, l’ho fatto, non mi puoi fare più niente”, in questo modo pecca. Perché l’unico atteggiamento giusto di fronte al Signore è: Signore abbi pietà di me peccatore. E questo ci spalanca le porte della misericordia. Le confessioni più riuscite sono quelle della persona che ha piena consapevolezza del peccato. Tutto dipende dalla coscienza di peccato che quella persona ha. Chi veramente si sente un peccatore graziato da Cristo sperimenta la forza della sua misericordia. Ecco perché Paolo insiste tanto, in questa prima parte della lettera, sul peccato dell’uomo. Perché l’abisso del peccato fa risplendere la luce della grazia. E tutta la lettera è costruita su questa dinamica. La catastrofe dell’uomo, il peccato dell’uomo, il fallire dell’uomo: tutto viene sanato, guarito e elevato dall’incontro con Cristo e con la sua grazia.

 

Risposta alla prima domanda

La parola eresia viene dal greco airesis, che vuol dire scelta. L’eresia è una verità impazzita, che non frutta più. L’eresia si verifica quando si prende una parte della verità e la si assolutizza, a discapito del resto. Se noi avessimo a disposizione solo il primo capitolo e il secondo capitolo della lettera ai Romani noi potremmo pensare che c’è una predestinazione al male. Se noi leggessimo soltanto Efesini I – quando San Paolo parla del progetto eterno di Dio, che ci vuole santi e immacolati al suo cospetto, nella carità – noi rischieremmo di pensare che l’Inferno non esista. La verità è “sinfonica”, cioè deriva dalla capacità di mettere insieme tutto. Quindi il ragionamento di questa sera non è tutta la verità cattolica, è un pezzo, che va messo insieme agli altri. Quindi è vero che Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità, come dice la lettera a Timoteo, ma è anche vero che Dio lascia l’uomo libero e la possibilità di opporre un rifiuto alla grazia di Dio c’è ed è reale.

Il punto è proprio mettere insieme tutte le parti. Allora, se i suoni dolci del violoncello, che richiamano la misericordia di Dio, la sua bontà, il suo progetto di salvezza universale, devono dominare nell’orchestra, però in una sinfonia ci deve essere anche il suono sgradevole del fagotto che ti dice: se tu vuoi puoi dire no e, in questo caso, per te “sono dolori”. E questa è la nota che questa sera vi toccava, per questo io all’inizio ho detto che avrei avuto un compito sgradevole. D’altronde, se anche leggendo queste cose io avessi stemperato la verità, avremmo perso la ricchezza sinfonica della fede, che consiste nel saper mettere insieme una nota e l’altra in quella verità unica che si chiama appunto fede cattolica.

 

 

 

 

Domanda di Don Francesco

Mi ha colpito molto che il Papa ci abbia invitati a domandarci, in questo anno paolino, non cosa ha detto Paolo, ma anche cosa dice Paolo oggi. In base a questa autorità che ha Paolo nei capitoli della lettera che tu ci hai descritto si capisce bene che la mia identità è una relazione con Dio: io sono in quanto relazione con Dio. Mi domando come possiamo fare noi cristiani, che difficilmente riusciamo a vivere la preghiera, soprattutto quella dei sacramenti. E’stato detto che l’uomo moderno è uno che non prega più. Forse sbagliamo proprio alla fonte: facciamo tante cose buone, però a volte la cosa essenziale non riusciamo più a farla. Come si potrebbe fare? Poi, c’è questa difesa dei valori cristiani, dell’identità cristiana, da un po’ di decenni, però chi la difende “forse non percepisce neanche che cos’è questa identità cristiana come relazione, forse difende più un potere”. Come è possibile che a volte noi cristiani facciamo l’errore di farci difendere da personaggi che quanto meno in questo elenco di parole di Paolo ci sono quasi tutti? L’identità si difende vivendola.

 

Risposta

Sono convinto che la preghiera è essenzialmente un esercizio di verità, cioè la preghiera è il luogo dove noi mettiamo le cose come stanno. E questo non per dire che noi siamo niente, ma che non siamo niente rispetto a Dio e che se sappiamo metterci in ginocchio lui ci solleva su ali di aquila, come dice il Salmo. Quindi la preghiera è essenzialmente un esercizio di verità, di chi sono io, di verità di chi sono io davanti a Dio. E questo può essere anche una pista per rispondere alla seconda parte. Cioè io non credo che si possa difendere l’identità cristiana dall’esterno. La difesa dell’identità cristiana, intesa come patrimonio culturale, è qualcosa di assolutamente estrinseco, di cui ci si può servire per un’utilità politica, ma che alla fine produrrà poco. Certo è meglio collaborare con chi in qualche maniera dichiara di credere al Vangelo che niente. Gesù stesso ha detto che chi non è contro di noi è per noi. Quindi occorrono una certa apertura, un atteggiamento dialogico e un’accoglienza. Io non credo che il cristiano debba essere il censore iperortodosso della fede, perché tutti gli uomini di buona volontà sono chiamati a collaborare per il regno di Dio. D’altronde è anche vero che alcune persone vantano una familiarità con il Vangelo che è di tipo culturale, alle volte anche di tipo ideologico, ma spesso può anche essere strumentale e poi scarsamente feconda. Io credo che la logica di fondo sia quella di lavorare insieme fino a quando si può, però la difesa della fede, se di difesa c’è bisogno – io parlerei piuttosto di testimonianza, di diffusione – la fa il credente. Nessuno può difendere la fede da fuori, la fede la viviamo da dentro, la viviamo se siamo testimoni. Paolo dice del vangelo di Gesù Cristo “è il mio Vangelo” e chi non può dire il mio Vangelo non lo può trasmettere. Senza lo spirito Santo la scrittura non diventa parola di Dio. Noi abbiamo avuto un mese fa il Sinodo sulla parola di Dio, in cui si è insistito molto su questo concetto: un conto è la Sacra Scrittura e un conto è la parola di Dio.

La parola di Dio è molto più grande della Sacra Scrittura. La Sacra Scrittura è un libro, la parola di Dio è il verbo, è Cristo, è il vivente, è il risorto. Ora, così come gli agiografi - gli autori santi - attraverso l’ispirazione hanno fatto si che la parola di Dio si trovasse nelle scritture, c’è bisogno ora dell’operazione contraria: tramite l’azione dello Spirito le scritture devono diventare parola di Dio viva.

Questo è quello che noi cerchiamo di fare quando leggiamo la Bibbia con l’aiuto dello Spirito Santo: che la scrittura diventi parola, perché come dice l’instrumentum laboris del Sinodo non si può leggere la Sacra Scrittura senza ascoltare la parola di Dio. Una frase bellissima e minacciosa. Io non credo che si possa trasmettere la fede esternamente, da parte di persone che non possono dire questo è il mio Vangelo. Il compito della comunità cristiana è fare in modo che il Vangelo di Cristo, la verità del Vangelo, diventi il mio vangelo, il tuo Vangelo, il suo Vangelo.


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