CICLO DI CATECHESI SULLA LETTERA AI ROMANI - I PARTE: INTRODUZIONI E PRIMI
TRE CAPITOLI
“Romani 1-3”.
di Don Filippo Morlacchi, vicedirettore dell’ufficio per la pastorale scolastica
della Diocesi di Roma.
L’anno
paolino è una straordinaria occasione, offertaci dal Papa, per riscoprire
l’apostolo delle genti e percorrere con lui il nostro cammino. Come noi, Paolo
non ha conosciuto il Gesù della storia, ma lo ha creduto risorto, si può dire
che ha dato alla storia il suo vero senso.
La fede
nella resurrezione, l’amore di Dio, la giustificazione dalla fede in Cristo
sono solo alcuni dei temi che ci accompagnano in questi testi relativi alla
prima parte del ciclo di catechesi sulla Lettera ai romani (si concluderà alla
fine del 2009).
L’anno
paolino avrà effetti su ognuno di noi se, per intercessione di Paolo, avremo
fatto esperienza della Grazia e del perdono del Signore e se avremo
approfondito la conoscenza dell’epistolario paolino, fonte indispensabile per
chi vuole vivere in profondità la propria adesione a Cristo.
1 dicembre 2008
Non potevo rifiutare l’invito di Don Francesco,
anche per un “debito di amicizia” che è per me piacevole ricordare: ero
assistente in seminario da poco tempo quando mi sono trovato Francesco -
all’epoca non ancora Don – tra i seminaristi che erano affidati alle mie cure.
Devo dire che l’incarico che mi ha affidato Don
Francesco questa sera è abbastanza impegnativo, non soltanto per il tema della
lettera ai Romani, che di per sé è un tema assolutamente arduo e impervio.
Normalmente gli esegeti non scrivono o commentano la lettera ai Romani prima
dei cinquanta anni di età, perché è sicuramente uno dei testi più difficili,
più impegnativi, più faticosi. Ma, al di là di questo, perché la parte della
lettera ai Romani che vogliamo commentare questa sera è una parte scomoda.
Leggeremo questa sera i primi due capitoli e anche un pezzetto del terzo ed è
una parte scomoda, nel senso che questa parte introduttiva ha una funzione,
all’interno della lettera, che è molto sgradevole. Ha il compito di convincere
i destinatari del loro peccato. Quindi non si tratta di un messaggio particolarmente
brillante, gratificante. Ci sono altri passi della lettera ai Romani molto più
belli da questo punto di vista, dove San Paolo invita a riconoscere la
grandezza dell’amore di Dio, la sua misericordia.
Il nucleo
centrale del messaggio che ascoltiamo questa sera nella lettera ai Romani è un
altro: tutti gli uomini sono peccatori. E, quindi, è un messaggio in un
certo senso sgradevole, ma che è necessario per comprendere sia l’insieme
teologico della lettera, sia il valore, l’importanza, la bellezza e la
preziosità della grazia di Dio.
So che voi avete già avuto un’introduzione generale
alla lettera ai Romani, quindi do “per scontato” che voi sappiate più o meno
collocarla. So anche che molti di voi hanno partecipato a incontri precedenti
fatti in questa parrocchia.
Io vorrei questa sera farvi entrare più
direttamente nel testo e quindi vorrei “sprecare” un po’ dei minuti che ho a
disposizione per fare la cosa più importante: leggere il testo. Lo leggerò con
calma, cercando di dare un minimo di espressione al testo, e poi sulla base di
questo cercheremo di riflettere. Vi dirò quale è, secondo me, la struttura di
questa parte della lettera ai Romani, qual è il senso dei contenuti centrali.
Paolo, servo
di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunciare il Vangelo di
Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre scritture,
riguardo al figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne,
costituito figlio di Dio con potenza secondo uno spirito di santificazione
mediante la risurrezione dei morti, Gesù, Cristo, nostro Signore. Per mezzo di
lui abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato, per ottenere l’obbedienza e la
fede da parte di tutte le genti, a gloria del suo nome. E tra queste siete
anche voi, chiamati da Gesù Cristo. A quanti sono in Roma diletti da Dio e
santi per vocazione grazia a voi e pace da Dio padre nostro e dal Signore Gesù
Cristo. Anzitutto rendo grazie al mio Dio per mezzo di Gesù Cristo riguardo a
tutti voi, perché la trama della vostra fede si espande in tutto il mondo. Quel
Dio al quale rendo culto nel mio spirito, annunziando il Vangelo del figlio
suo, mi è testimone che io mi ricordo sempre di voi, chiedendo sempre nelle mie
preghiere che per volontà di Dio mi si apra una strada per venire fino a voi.
Ho infatti un vivo desiderio di vedervi, per comunicarvi qualche dono
spirituale, perché ne siate fortificati, meglio per rinfrancarmi con voi e tra
voi mediante la fede che abbiamo in comune. Voi e io. Non voglio pertanto che
ignoriate, fratelli, che più volte mi sono proposto di venire fino a voi, ma
fino ad ora ne sono stato impedito. Per raccogliere qualche frutto anche tra
voi, come tra gli altri gentili, poiché sono in debito verso i greci come verso
i barbari, verso i dotti come verso gli ignoranti e sono quindi pronto, per
quanto sta in me, a predicare il Vangelo anche a voi di Roma.
Questo è “l’aperitivo”, in senso tecnico
l’indirizzo di saluto e il prologo. Chiaramente Paolo non comincia la sua
lettera subito con testi forti, ma inizia con tante parole di consolazione. Si
potrebbe fare tranquillamente una lectio
divina soltanto su questi versetti, che non sono neanche tanto pochi.
Vedremo subito che Paolo descrive se stesso come una persona che ha una
relazione così profonda con Cristo da determinare la sua identità. Paolo si
presenta come servo di Gesù, apostolo per
vocazione, prescelto per annunziare il Vangelo di Dio. Cioè la sua vita
esiste in relazione al Vangelo di Cristo. Lui è servo di Cristo. La sua vita si definisce in base al
rapporto che ha con il Vangelo e questo non è scontato, perché Paolo faceva
altre cose nella vita. Aveva una cultura, aveva un lavoro. Ma nulla più
conta se non il suo legame con Cristo. Sarebbe come se a qualcuno che vi
chiedesse “Tu chi sei” o “Cosa fai nella vita”, invece di rispondere “Io sono
avvocato”, “Io sono operaio”, “Io sono insegnante”, qualcuno rispondesse “Io
sono cristiano”. Il che vuol dire che nella nostra identità personale saremmo
così fortemente marcati dal rapporto con Cristo, da dire “La mia identità è
data innanzitutto dalla mia relazione con lui, poi c’è il resto, il lavoro che
faccio, la famiglia, ma viene dopo.”
Più avanti Paolo dice il Vangelo di Gesù Cristo, il Vangelo
del figlio suo. E’ importante questa espressione, da confrontare con
un’altra che troveremo più avanti. Paolo dichiara che lui non è il padrone del
Vangelo, ma anzi ne è servo. Cioè il Vangelo che lui annuncia, il messaggio che
porta, lui non ha il potere di modificarlo, lui lo deve rispettare. Il Vangelo
è il Vangelo di Cristo. C’è una verità di fede rispetto alla quale lui non è
padrone ma servo. Lui non può dire alla gente quello che gli sembra meglio, o
la sua opinione su come ci si comporta bene davanti a Dio o per essere brave
persone. Lui deve dire la verità del Vangelo, il Vangelo di Dio, la verità che
Dio in Cristo annuncia, non le personali opinioni del suo annunciatore. Se io
voglio essere annunciatore del Vangelo, devo cercare di esprimere ciò che la
parola di Dio dice, non le mie private elucubrazioni o quello che mi sembra
meglio, più vero, più giusto. C’è un Vangelo di Cristo rispetto al quale noi
siamo servitori, in ascolto, lo trasmettiamo. Non possiamo modificarlo, neanche
nella pretesa di migliorarlo, di cambiarlo, di adattarlo ai nostri tempi. Il
Vangelo è quello. E Paolo questo Vangelo lo annuncia ai Romani, a noi. E questi
Romani vengono definiti agapetoi,
cioè diletti da Dio, amati da Dio. Anche questo è un punto di partenza
fondamentale.
Paolo sta
per cominciare un discorso terribile, dirà: “Siete peccatori in tutti i sensi”.
Ma prima dice: “Ricordatevi che siete amati da Dio”. E’ quasi una sorta di
contro definizione. Dopo aver definito se stesso, in relazione a Cristo, come servo del
Vangelo, dice: “Ma anche voi avete un rapporto speciale con Dio, voi siete
amati da Dio, voi siete chiamati da Gesù Cristo”. Quindi stabilisce un ponte,
un legame con la comunità di Roma. Gli dice: “Io vorrei venire a trovarvi, ma
ancora non ci sono riuscito”. Quindi ha soltanto una notizia “con mediazione” della
comunità di Roma, però stabilisce un legame. Il legame lo crea Cristo. “Io sono
servo di Cristo, voi siete chiamati da Cristo. Io sono a servizio del suo
Vangelo, voi siete l’oggetto – per così dire – del Vangelo. Non soltanto i
destinatari, cioè coloro a cui io annuncio il Vangelo, ma i destinatari di
questa buona notizia, cioè che Cristo vi ama”.
E pensiamo
già a quello che dirà verso la fine di questa parte dogmatica, la prima parte
della lettera: “Chi potrà separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù?”
Quello è il
punto di arrivo, ma adesso Paolo deve cominciare il rimprovero.
Premesso che siamo tutti quanti amati da Dio e per
arrivare alla conclusione che nulla potrà mai separarci da questo amore di Dio
in Cristo Gesù, ora diciamo come stanno le cose: noi siamo peccatori. Tutti.
Giudei e greci. Voi di Roma, quelli di Corinto, quelli che ho lasciato a
Gerusalemme. Tutti. Nessuno ci salva se non c’è Cristo, ma – e gradualmente
porta avanti il suo discorso per arrivare a questa conclusione – c’è Cristo. Se
non ci fosse lui saremmo rovinati. E questo è un punto di partenza che l’uomo
di oggi non accetta facilmente. Come non lo accettava neanche ai tempi di San
Paolo, ai tempi della lettera ai Romani. Perché questo significa riconoscere
una dipendenza radicale. Il Vangelo che Paolo annuncia è un Vangelo di verità,
cioè lui vuol dire come stanno le cose: “Cari amici non facciamoci illusioni,
senza la grazia di Dio noi siamo peccatori e siamo perduti”. Questo è
l’argomento che adesso Paolo deve affrontare. Perché questa prima parte si
articola in questa duplice dimensione. Innanzitutto dimostrare che tutti i
pagani sono peccatori. Non conoscevano neanche la legge, non avevano
Fatta questa premessa sull’amore, sulla carità,
entriamo in questo spinoso e scomodo argomento del tentativo di Paolo -
tentativo riuscito – di mostrare la
colpevolezza di ogni uomo. Questi
primi versetti che leggo adesso (dal numero 16 al 17) sono l’enunciazione della
tesi, cioè la propositio come si dice
in termini retorici. San Paolo enuncia l’argomento e poi lo affronterà con un
certo metodo.
Io non mi
vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque
crede. Del giudeo prima e del greco poi. E’ in esso che si rivela la giustizia
di Dio, di fede in fede, come sta scritto “il giusto vivrà mediante la fede”.
L’argomento
di cui Paolo vuol parlarci in questa lettera è: c’è un Vangelo, c’è una buona
notizia, di cui non ci dobbiamo vergognare. E questa buona notizia è che il
Signore salva tutti se credono in lui, sia il giudeo sia il greco. Ovvero:
senza la fede non c’è salvezza. L’uomo da solo non si salva. O c’è una relazione con
Cristo oppure l’uomo da solo non si salva. Perdonate questa ripetizione, ma
vedrete che è Paolo che ripete le stesse parole. E sono parole di una severità
terrificante. Se un predicatore oggi utilizzasse gli stessi toni di Paolo nella
lettera ai Romani, noi vedremmo la gente che si alza in chiesa e dice “come
esagera”. Noi oggi siamo troppo abituati alle carezze sulla misericordia di
Dio, che Dio è buono. Paolo parla senza mezzi termini dell’ira di Dio e del
peccato dell’uomo. E allora questa sera lo vogliamo sentire. Anche perché non è
che questa, siccome è stata scritta tanto tempo fa, non è più parola di Dio.
Paolo dice una verità per noi oggi, quindi dobbiamo
cercare di accogliere questo “cazzottone” nello stomaco che San Paolo sta per
darci. In vista di una salvezza maggiore ovviamente, cioè proprio perché poi
possa manifestarsi con più chiarezza la forza della grazia di Cristo. Ma adesso
vediamo la prima parte: la colpa dell’uomo.
In realtà
l’ira di Dio si rivela dal cielo contro ogni empietà e ogni ingiustizia di
uomini che soffocano la verità nell’ingiustizia. Poiché ciò che di Dio si può
conoscere è loro manifesto. Dio stesso lo ha loro manifestato. Infatti dalla
creazione del mondo in poi le sue perfezioni invisibili possono essere
contemplate con l’intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna
potenza e divinità. Essi sono dunque inescusabili perché pur conoscendo Dio non
gli hanno dato gloria, né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato
nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa. Mentre si
dichiaravano sapienti sono diventati stolti e hanno cambiato la gloria
dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura dell’uomo corruttibile, di
uccelli, di quadrupedi e di rettili. Perciò Dio li ha abbandonati all’impurità
secondo i desideri del loro cuore, si da disonorare fra di loro i propri corpi.
Poiché essi hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e
adorato la creatura al posto del creatore, che è benedetto nei secoli. Amen.
Per questo Dio li ha abbandonati – è la seconda volta che lo dice - a
passioni infami. Le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti
contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con
la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti
ignominiosi. Uomini con uomini. Ricevendo così in se stessi la punizione che si
addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio,
Dio li ha abbandonati – è la terza volta che lo dice – in balia di una intelligenza depravata. Sicché commettono ciò che è
indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia.
E qui sentite l’elenco: malvagità, cupidigia, malizia, pieni di invidia, di omicidio, di
rivalità, di frodi, di malignità. Diffamatori, maldicenti, nemici di Dio,
oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori,
insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il
giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano
a farle, ma anche approvano chi le fa.
Picchia
forte. Quasi si sente una rabbia in San Paolo nel descrivere la depravazione
dell’uomo senza Dio. Comincia descrivendo l’omosessualità, prima femminile e
poi maschile, e poi tutta una serie di altre cose, tutte cose che quasi oggi
non si possono dire. Ma la parola di Dio non si può cancellare. San Paolo parte da questo
peccato, legandolo ad un travisamento. Ora vediamo, passo dopo passo, cosa
dice. Ritorniamo ai termini chiave.
L’ira di Dio
si rivela dal cielo contro ogni empietà.
Questo è il punto di partenza: il peccato degli
uomini è l’empietà. L’empietà è il contrario della pietas, cioè della devozione a Dio, cioè del dare a Dio ciò che è
di Dio. Troppo spesso oggi si cita quel versetto “dare a Dio quel che è di Dio
e a Cesare quel che è di Cesare”. Troppo spesso, perché Cesare quello che è suo
se lo piglia, Dio no se non glielo diamo noi. Possiamo farlo tranquillamente:
dare a Dio quel che è di Dio. Questo è la pietas,
cioè
Perché la verità di fondo è che Dio è creatore e
l’uomo è creatura. La verità di fondo è che l’uomo non basta a se stesso. E
allora il risultato è l’adorazione di Dio. Questo mette le cose nel giusto
ordine. Ma se l’uomo rifiuta questa verità, se l’uomo per orgoglio dice “non
voglio sentirne parlare di Dio, io basto a me stesso, mi regolo da me”, ecco
allora subentra il discorso del dover decidere tra il bene e il male. “Il bene
e il male lo decido io”. Peccato di Adamo e Eva. “Io vado avanti da solo. La
vita me la porto avanti io”. Questo è il peccato di fondo.
San Paolo dice che i pagani sono inescusabili
perché se facessero attenzione – e questo sarebbe un tema da approfondire a
lungo – vedrebbero che Dio si è reso visibile. Le perfezioni visibili di Dio,
se uno ci riflette, le vede nel creato. Dalla perfezione e dalla bellezza del
creato chiunque riesce a capire che c’è un creatore. Il problema è che pur
conoscendo Dio non gli hanno dato gloria
e non gli hanno reso grazie come a Di”.
Questo è il vero atteggiamento di preghiera: dar
gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, cioè riconoscere la sovranità
di Dio, che noi siamo creature, che lui è il padre e noi siamo i figli, che lui
ci ha dato la vita, che noi accogliamo come dono. Questa è una verità
inequivocabile, noi ce l’abbiamo scritto nel nostro corpo che non siamo
all’origine della nostra vita. L’ombelico è la prova somatica che noi non siamo
all’origine della nostra vita. Il nostro corpo ci ricorda che l’abbiamo ricevuta
in dono. E questa è la verità, poi possiamo anche nasconderla e dire “Mi sono
fatto da me”. Ma non è vero. Nessuno si fa da sé. E’ questo ciò che San Paolo
rimprovera: non hanno reso gloria a Dio e non hanno reso grazie. In greco suona
eucaristesa: non hanno fatto
eucaristia. E l’eucaristia è il cuore della vita cristiana. Eucaristia vuol
dire ringraziamento. Cosa si fa a messa se non dire: ti ringraziamo perché è
cosa buona e giusta rendere grazia a te, Signore, padre, fonte della vita, che
ci hai creati, che anche oggi ci hai rivolto la tua parola che ci vivifica, che
anche oggi ci consenti di presentare dei miseri doni sull’altare, del pane e
del vino, e tu ci li restituisci infinitamente arricchiti?.
E
riconoscendo questa verità le cose sono ordinate. Ma gli uomini che non
vogliono rispettare questa verità, che negano questa verità, stravolgono tutto.
Mentre si dichiarano sapienti diventano stolti e scambiano la gloria
dell’incorruttibile Dio con l’immagine e la figura di bestie, animali, rettili,
uomini.
Ecco gli idoli. E questa depravazione, questa stortura, questo stravolgimento
della verità di fede, porta l’uomo invece che ad adorare Dio ad adorare le
creature. E qui possiamo cominciare a pensare ad altri idoli: il potere, il
denaro, il piacere, il successo. E quanta gente si prostra di fronte a questi
idoli di oggi! Ha stravolto la sua vita: invece di obbedire a Dio segue questi
altri idoli. Dopo che è successo Dio li abbandona e tre volte Paolo dice: “Dio
vi ha abbandonati”.
Attenzione questo è esattamente ciò che l’uomo
voleva, l’uomo sta dicendo a Dio: “Che vuoi tu da me? Io ci penso da me a me
stesso”. Come il ragazzino che dice: “Me ne vado di casa, basto a me stesso.” E
Dio fa come il padre del figliol prodigo: a malincuore spartisce gli averi e
dice “vai, puoi andartene”. Sperando che poi ritorni. E questo fa l’uomo quando
si ribella alla verità: si allontana da Dio. E poi si perde.
Ecco allora
la seconda parte, che è questa degradazione morale sempre maggiore, perché
perso questo rapporto con la verità, l’uomo che non obbedisce alla verità del
suo essere si perde. E questo è il peccato. Il peccato in greco è amartia e letteralmente,
etimologicamente, significa sbagliare il bersaglio. Cioè: sono fatto per quello
e sbaglio mira, mi perdo per strada. Ora, dice Paolo, questo è ciò che capita a
ogni uomo pagano che non ascolta la voce della coscienza – lo dirà dopo,
parlando, nel secondo capitolo, della coscienza – si ribella a Dio, vuole
mettere se stesso sul piedistallo. Allora non si capisce più niente, perché la
verità delle cose viene stravolta. L’uomo voleva essere liberato dalla presenza
di Dio e Dio lo abbandona al proprio consiglio. Perché Dio lascia l’uomo
libero, ma la libertà dell’uomo senza Dio si chiama peccato, cioè fallimento.
E questo non riguarda solo qualche sventurato,
riguarderebbe ognuno di noi se non ci fosse la grazia di Dio. Tutti sono sotto
il peccato e, allora, siccome San Paolo sa che molti dei suoi destinatari
provenivano dall’ebraismo, parla anche della situazione dei giudei. Adesso in
maniera più velata - all’inizio del capitolo 2 - poi in maniera più esplicita,
annuncia la stessa situazione di catastrofe progressiva.
Varrebbe la pena leggere questo elenco terrificante
di depravazioni che Paolo ha descritto così come suona in greco. Sono dei
termini che anche a pronunciarli fanno impressione. Si sente la foga di San
Paolo, che si è lasciato prendere
Passiamo ora all’altra parte.
Sei dunque
inescusabile.
Prima l’aveva detto dei pagani: sono inescusabili
perché se vogliono riconoscere Dio dalla bellezza della creazione possono
farlo. Ma adesso comincia a dire: “Tu pure sei inescusabile, chiunque tu sia
uomo che giudichi”. Perché San Paolo dice: “Adesso che vi ho detto tutte queste
cose voi che cosa state pensando? Io mica sono arrivato a quegli eccessi di
depravazione”. Questo lo pensiamo anche noi: tutte queste cose noi non le
abbiamo fatte. E invece Paolo insiste: “Anche tu, chiunque tu sia uomo che
giudichi. Perché mentre giudichi gli altri condanni te stesso. Infatti tu che
giudichi fai le medesime cose”.
Dobbiamo capire in che senso, perché forse non
tutti facciamo questi stessi peccati terrificanti. Vi anticipo in che senso tutti facciamo lo stesso errore. Il punto di
partenza è l’idolatria, cioè il non mettere Dio al posto che gli spetta. Lo
possiamo fare di più, lo possiamo fare di meno, ma dare a Dio veramente il
primo posto, fare che Dio sia Dio nella nostra vita, se non ci aiuta lo spirito
Santo non lo fa nessuno. Questo è quello che dice Paolo. Magari ci si può
fermare per vari motivi senza arrivare proprio in fondo alla china, ma la
radice è
La verità è sempre
Qui Paolo chiarisce ancora di più che sta parlando
proprio dei giudei. Ancora non l’ha detto, l’ha soltanto accennato. Dopo aver
spiegato qual è la brutta situazione dei pagani, che non hanno la legge ma sono
ugualmente inescusabili, adesso spiega che per i giudei, che hanno
Tutti quelli
che hanno peccato senza la legge – cioè senza conoscere
Non basta andare a messa la domenica, bisogna
vivere secondo il Vangelo. Valeva allora e vale adesso.
Quando i
pagani che non hanno la legge per natura agiscono secondo la legge essi, pur
non avendo legge, sono legge a se stessi. Dimostrano che quanto la legge esige
è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza
e dai loro stessi ragionamenti, che ora li accusano, ora li difendono.
Paolo sta
dicendo: “Dopo che ho parlato così male dei pagani, non pensiamo che tutti
quanti siano peccatori in quel modo”. C’è tanta gente che, potremmo dire oggi,
non crede in Dio, ma si comporta in maniera moralmente ineccepibile. Si
comportano secondo natura, cioè è scritto nei loro cuori, è la loro coscienza
che spiega le esigenze fondamentali della legge. Quindi qualcuno che non commette
peccati in quella maniera ci può anche essere. Paolo tiene bene in
considerazione le differenze da persona a persona, ma questo non inficia il
ragionamento di fondo, perché anche quelle persone in qualche modo sono state
raggiunte dalla grazia. Perché senza la grazia l’uomo sprofonda nel baratro del
peccato.
Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di
Gesù Cristo, secondo il mio Vangelo.
E qui
permettetemi una piccola parentesi. Paolo non dice più il Vangelo di Cristo o
il Vangelo di Dio, dice il mio
Vangelo. Questo è importantissimo, perché se prima Paolo ha detto c’è un
Vangelo oggettivo, che io non posso toccare, non devo modificare, devo
rispettare nella sua oggettiva verità, adesso Paolo dice il Vangelo è il mio. Cioè quel Vangelo oggettivo io l’ho fatto mio. Paolo, servo di
Gesù Cristo, annunciatore del Vangelo, può dire secondo verità che quel Vangelo
è suo. Nel senso che questa buona notizia che deve trasformare la vita dei
destinatari prima ha trasformato
Ora, se tu
ti vanti di portare il nome di giudeo – ecco che Paolo chiarifica che sta parlando
proprio agli ebrei – e ti riposi sicuro
sulla legge – potremmo dire, con il Vangelo di Luca, “dire di avere Abramo
per padre”, cioè dire di avere la legge dalla propria parte – e ti glori di Dio, del quale conosci la
volontà perché la leggi nelle scritture e istruito come sei nella legge sai
discernere ciò che è meglio e sei convinto di essere guida dei ciechi, luce di
coloro che sono nelle tenebre, educatore degli ignoranti, maestro dei semplici,
perché possiedi nella legge l’espressione della sapienza, della verità, ebbene,
come mai tu, che insegni agli altri non insegni a te stesso? Perché tu che
predichi di non rubare, che è giusto, poi però rubi? Tu che proibisci
l’adulterio sei adultero? Tu detesti gli idoli e ne derubi i templi? Tu che ti
glori della legge poi offendi Dio trasgredendola? Infatti, come sta scritto, il
nome di Dio è bestemmiato per causa vostra tra i pagani.
Paolo sta citando l’Antico Testamento – Isaia,
insieme con altre citazioni dell’Esodo – e dice: “Il mio nome è bestemmiato per
causa vostra fra i pagani”, cioè voi ebrei – dice Dio nell’Antico Testamento –
dovreste essere osservanti della legge e invece i pagani si fanno beffe di me
perché vedono voi che dite tante belle cose, ma poi non osservate
Quindi dopo aver “legnato” pesantemente i pagani
comincia a “legnare” anche i giudei, proprio per dire che non si salva nessuno:
tutti uguali, tutti peccatori. La circoncisione allora è utile se osservi la
legge, ma se trasgredisci la legge sei come uno che non è circonciso.
Se dunque
chi non è circonciso osserva le prescrizioni della legge la sua non
circoncisione non gli verrà forse contata come circoncisione?
Paolo sta dicendo che tu puoi essere circonciso e poi
non osservi la legge e allora non ti serve a niente, oppure ci può essere uno
che osserva la legge pur non essendo circonciso. Applichiamo questo concetto a
noi: cosa te ne fai di quel battesimo se non vivi secondo il Vangelo? E c’è
invece chi non è battezzato, chi magari è nato in una famiglia non cristiana,
però è moralmente retto. Per certi versi è più cristiano lui di te. Paolo è
forte e pronuncia giudizi taglienti ma molto attuali, validi anche oggi.
E così chi
non è circonciso fisicamente ma osserva la legge giudicherà te, che nonostante
la circoncisione sei un trasgressore della legge. Infatti giudeo non è chi
appare tale all’esterno e la circoncisione non è quella visibile nella carne.
Giudeo è colui che lo è interiormente e la circoncisione è quella del cuore,
nello spirito e non nella lettera. La sua gloria non viene dagli uomini, ma da
Dio.
Quello che
conta non è l’esteriorità, ma quello che c’è nel cuore. Perché Dio giudica i
cuori, è nel cuore che bisogna essere circoncisi. Letteralmente dice proprio: “Il
vero ebreo - cioè il vero membro del
popolo eletto – è quello che è dentro
il cuore. Lui è l’eletto di Dio”.
Attenzione Paolo non si è dimenticato di aver detto
ai Romani: “Voi siete gli eletti di Dio, voi siete amati da Dio”. Ha un motivo
per cui sta facendo questo lungo discorso. E il motivo è proprio quello di
convincere del peccato, per rendere ancora più importante ai loro occhi la
grazia di Cristo. C’è poi questo dialogo che inizia nel capitolo terzo. Vi
leggo la conclusione di questa prima parte, dal versetto 9 del capitolo terzo
Tutti sono
sotto il dominio del peccato, come sta scritto, non c’è nessun giusto, nemmeno
uno. Non c’è un sapiente, non c’è chi cerchi Dio.
E qui Paolo utilizza citazioni della scrittura, per
dimostrare che tutti sono peccatori.
Ora, noi
sappiamo che tutto ciò che dice la legge lo dice per quelli che sono sotto la
legge, perché sia chiusa ogni bocca, che tutto il mondo sia riconosciuto colpevole di fronte a Dio.
Infatti, in virtù delle opere della legge, nessun uomo sarà giustificato
davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del
peccato.
Questa è la conclusione di questa seconda parte.
Voi giudei, che avete la legge, non
avete la forza di opporvi al peccato. Il peccato vi fa capire quale è la
colpa, ma non vi dà ancora la forza di opporvi.
Ora – e
questa è la seconda faccia della medaglia, che ci serve per capire l’arcata del
pensiero di Paolo – indipendentemente dalla legge, giudei o greci, si è
manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti, cioè
la giustificazione dell’uomo. Giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo,
per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione. Questa è la frase che
conclude il primo ragionamento: tutti hanno peccato e sono privi della gloria
di Dio, ma sono giustificati gratuitamente dalla sua grazia, in virtù della
redenzione realizzata da Cristo Gesù. Da adesso in poi Paolo comincia a
spiegare che cosa è questa giustificazione.
Allora questa “galoppata” un po’ faticosa ci ha
guidato a comprendere questo messaggio che è come un “cazzottone” nello
stomaco. Prima “ci dà il bacetto sulla fronte” – cari fratelli amati da Dio –
poi si rimbocca le maniche e comincia a “legnare”. Ma questo è importantissimo,
perché è il punto di partenza per l’accoglienza della grazia. Avete presente
l’episodio della peccatrice in Luca 7, quando c’è quella donna che bagna con le
lacrime i piedi di Gesù e poi li asciuga con i capelli? Gesù, in
quell’occasione, dice a Simone il fariseo: quello a cui si perdona poco ama
poco.
Il punto,
quindi, non è fare tanti peccati per poter amare tanto, ma è riconoscere la
gravità del peccato, riconoscere cosa significa essere peccatori, cosa
significa essere senza Dio. La causa del peccato è il desiderio di essere senza
Dio, che è l’empietà, è il non voler acconsentire alla propria origine, è il
voler mettere se stessi all’origine della propria vita, è il voler scambiare se
stessi con colui che è il nostro creatore, il vero Dio. E’ il confondere la verità
con
Risposta
alla prima domanda
La parola eresia viene dal greco airesis, che vuol dire scelta. L’eresia
è una verità impazzita, che non frutta più.
L’eresia si verifica quando si prende una parte della verità e la si
assolutizza, a discapito del resto. Se noi avessimo a disposizione solo il
primo capitolo e il secondo capitolo della lettera ai Romani noi potremmo
pensare che c’è una predestinazione al male. Se noi leggessimo soltanto Efesini
I – quando San Paolo parla del progetto eterno di Dio, che ci vuole santi e
immacolati al suo cospetto, nella carità – noi rischieremmo di pensare che
l’Inferno non esista. La verità è “sinfonica”, cioè deriva dalla capacità di
mettere insieme tutto. Quindi il ragionamento di questa sera non è tutta la
verità cattolica, è un pezzo, che va messo insieme agli altri. Quindi è vero
che Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della
verità, come dice la lettera a Timoteo, ma è anche vero che Dio lascia l’uomo
libero e la possibilità di opporre un rifiuto alla grazia di Dio c’è ed è
reale.
Il punto è proprio mettere insieme tutte le parti.
Allora, se i suoni dolci del violoncello, che richiamano la misericordia di
Dio, la sua bontà, il suo progetto di salvezza universale, devono dominare
nell’orchestra, però in una sinfonia ci deve essere anche il suono sgradevole
del fagotto che ti dice: se tu vuoi puoi dire no e, in questo caso, per te
“sono dolori”. E questa è la nota che questa sera vi toccava, per questo io
all’inizio ho detto che avrei avuto un compito sgradevole. D’altronde, se anche
leggendo queste cose io avessi stemperato la verità, avremmo perso la ricchezza
sinfonica della fede, che consiste nel saper mettere insieme una nota e l’altra
in quella verità unica che si chiama appunto fede cattolica.
Domanda di
Don Francesco
Mi ha colpito molto che il Papa ci abbia invitati a
domandarci, in questo anno paolino, non cosa ha detto Paolo, ma anche cosa dice
Paolo oggi. In base a questa autorità che ha Paolo nei capitoli della lettera
che tu ci hai descritto si capisce bene che la mia identità è una relazione con
Dio: io sono in quanto relazione con Dio. Mi domando come possiamo fare noi
cristiani, che difficilmente riusciamo a vivere la preghiera, soprattutto
quella dei sacramenti. E’stato detto che l’uomo moderno è uno che non prega
più. Forse sbagliamo proprio alla fonte: facciamo tante cose buone, però a
volte la cosa essenziale non riusciamo più a farla. Come si potrebbe fare? Poi,
c’è questa difesa dei valori cristiani, dell’identità cristiana, da un po’ di
decenni, però chi la difende “forse non percepisce neanche che cos’è questa
identità cristiana come relazione, forse difende più un potere”. Come è possibile
che a volte noi cristiani facciamo l’errore di farci difendere da personaggi
che quanto meno in questo elenco di parole di Paolo ci sono quasi tutti?
L’identità si difende vivendola.
Risposta
Sono
convinto che la preghiera è essenzialmente un esercizio di verità, cioè la
preghiera è il luogo dove noi mettiamo le cose come stanno. E questo non per dire
che noi siamo niente, ma che non siamo niente rispetto a Dio e che se sappiamo
metterci in ginocchio lui ci solleva su ali di aquila, come dice il Salmo.
Quindi la preghiera è essenzialmente un esercizio di verità, di chi sono io, di
verità di chi sono io davanti a Dio. E questo può essere anche una pista per
rispondere alla seconda parte. Cioè io non credo che si possa difendere
l’identità cristiana dall’esterno. La difesa dell’identità cristiana, intesa
come patrimonio culturale, è qualcosa di assolutamente estrinseco, di cui ci si
può servire per un’utilità politica, ma che alla fine produrrà poco. Certo è
meglio collaborare con chi in qualche maniera dichiara di credere al Vangelo
che niente. Gesù stesso ha detto che chi non è contro di noi è per noi. Quindi
occorrono una certa apertura, un atteggiamento dialogico e un’accoglienza. Io
non credo che il cristiano debba essere il censore iperortodosso della fede,
perché tutti gli uomini di buona volontà sono chiamati a collaborare per il
regno di Dio. D’altronde è anche vero che alcune persone vantano una
familiarità con il Vangelo che è di tipo culturale, alle volte anche di tipo
ideologico, ma spesso può anche essere strumentale e poi scarsamente feconda.
Io credo che la logica di fondo sia quella di lavorare insieme fino a quando si
può, però la difesa della fede, se di difesa c’è bisogno – io parlerei
piuttosto di testimonianza, di diffusione – la fa il credente. Nessuno può
difendere la fede da fuori, la fede la viviamo da dentro, la viviamo se siamo
testimoni. Paolo dice del vangelo di Gesù Cristo “è il mio Vangelo” e chi non può dire il mio Vangelo non lo può trasmettere. Senza lo spirito Santo la scrittura
non diventa parola di Dio. Noi abbiamo avuto un mese fa il Sinodo sulla parola
di Dio, in cui si è insistito molto su questo concetto: un conto è
La parola di Dio è molto più grande della Sacra
Scrittura.
Questo è quello che noi cerchiamo di fare quando
leggiamo
Sito gestito dalla Parrocchia Santa Melania.