di Gianpaolo
Salvini S.I
Le donne sono le principali
protagoniste della vita. Sono quelle che la vita la generano, svolgono le
attività produttive, ma anche coloro che vendono, comprano e rimodellano il
prodotto trasformandolo nel pasto quotidiano. Eppure non hanno accesso alle
risorse come l’acqua e l’energia, né al credito, né tantomeno
all'istruzione, non possono avere terreni di proprietà, non
stabiliscono i prezzi. A tutti questi fattori purtroppo ben noti su scala
internazionale, se ne aggiunge uno particolarmente diffuso in Asia:la
proporzione tra uomini e donne è stata profondamente alterata, e ciò sta
generando fenomeni molto gravi e preoccupanti. In Cina, insieme con il
comunismo in economia, ci si è lasciati alle spalle anche la difesa
dell'uguaglianza dei sessi, che il comunismo predicava con fervore, e le
strutture sociali ed economiche che nei secoli passati favorivano i maschi sono
risorte prepotentemente. L'India, settima potenza economica mondiale, mostra
lo stesso atteggiamento, senza essere passata attraverso le teorie marxiste. A
questi due grandi Paesi occorre aggiungere anche Pakistan, Bangladesh, Taiwan,
Corea del Sud e Indonesia (quest'ultima in minore misura): messi insieme sono
Paesi che riuniscono metà della popolazione mondiale attuale, cioè circa tre
miliardi di abitanti.
Il testo che segue è tratto dalla Civiltà Cattolica, 4 novembre 2006,
quaderno 3753, pp. 254-264. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione
se la presenza di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno
degli aventi diritto..
27/07/09
Solo lentamente il mondo sta prendendo coscienza di
un fenomeno inedito, molto triste e inquietante, che rischia, specialmente in
alcuni Paesi asiatici, di avere profonde ripercussioni sulla popolazione. La
proporzione tra uomini e donne, da circa 25 anni, è stata alterata. Com'è noto
da sempre ai demografi, in ogni popolazione umana nascono ogni anno più
bambini che bambine e l'eccedenza in genere è costante: nascono tra 104 e 108
maschi per ogni 100 femmine. «Questo lieve eccesso [...] non è un fenomeno limitato
nel tempo e nello spazio, ma si verifica per tutti i popoli e per tutti i tempi
conosciuti»1. Ma negli anni
successivi alla nascita il numero dei maschi che muoiono è costantemente
superiore a quello delle femmine (in particolare nei primi cinque anni di
vita), con il risultato che in tutte le popolazioni la vita media delle donne è
più lunga di quella degli uomini, e ad età avanzata si contano sempre più donne
che uomini in una determinata popolazione. I motivi della maggiore
mortalità maschile vengono in genere attribuiti a una maggiore resistenza
dell'organismo femminile, ma anche al fatto che nella grande maggioranza dei
casi sono gli uomini a svolgere i lavori più pericolosi (minatori, soldati,
autisti di trasporti pesanti o a lunga percorrenza ecc.) o a praticare gli
sport più a rischio (corse in moto e in auto, acrobazie di vario tipo ecc.)2.
Questa proporzione tra maschi e femmine, lungamente
studiata e documentata, conosce negli ultimi decenni vistose deviazioni dalla
norma, specialmente in alcuni Paesi asiatici, ma non solo, dove si constata
un'anomala diminuzione delle nascite di bambine. Fu l'economista indiano
Amartya Sen, oggi attivo negli Stati Uniti e premio Nobel per l'economia, a
lanciare un primo grido di allarme capace di suscitare una certa risonanza a
livello internazionale, nel 19903. Ma nessuno si è inquietato più
di tanto.
La spiegazione non è difficile da trovare: poiché
per una serie di ragioni culturali, politiche, economiche buona parte delle
famiglie preferisce avere un figlio anziché una figlia, e, poiché oggi è
possibile conoscere úi antecedenza il sesso del nascituro, si fa ricorso
all'aborto, se non all'infanticidio, per eliminare la nascita di una bimba non
desiderata. Si tratta quindi di un fenomeno provocato, non naturale. Qualcuno
ha parlato di gendercide («genericidio»).
Quante bambine mancano
all'appello?
In Cina e in alcuni Stati indiani si comincia ad
avvertire la mancanza di donne al momento del matrimonio: molti giovani
emigrano in altri Stati per trovare una moglie, o si «importano» donne
straniere (ad esempio, dal Vietnam) per potersi sposare o avere una compagna.
Alle volte si tratta di veri e propri rapimenti o di «acquisti» di donne e
ragazze vietnamite o nordcoreane, vendute poi nelle campagne cinesi. Le agenzie
che si incaricano di adozioni internazionali e che si prestano anche a questi
traffici hanno difeso pratiche di questo tipo sostenendo che il rivendere le
bambine all'estero le salva dall'infanticidio e procura un profitto alle
famiglie più diseredate4. «Si calcola che a partire dal 2010, ogni
anno più di un milione di cinesi resteranno candidati al matrimonio frustrati,
per mancanza di donne»5.
Sono soprattutto la Cina e l'India
a risentire del fenomeno in forma massiccia, e poiché si tratta di due Paesi che
da soli rappresentano più di un terzo della popolazione mondiale (i1 37%) la
tendenza è perlomeno inquietante, poiché, se non altro, si tratta di una grave
forma di discriminazione verso le donne, selezionate sia prima della nascita,
sia nei primi anni di vita, offrendo alle bambine minori probabilità di
sopravvivenza. Di fatto nascono meno bambine, e più bambine muoiono nei primi
anni di vita rispetto ai maschietti. Se la tendenza si protrae per un certo numero di
anni, lo squilibrio demografico diventa inevitabile a favore dei maschi. In
realtà il numero dei figli, cioè la natalità, è in diminuzione, e questo fa sì
che la preferenza per il figlio maschio, già spesso esistente, si esasperi,
rompendo un equilibrio millenario.
In Cina, insieme con il comunismo in economia, ci
si è lasciati alle spalle anche la difesa dell'uguaglianza dei sessi, che il
comunismo predicava con fervore, e le strutture sociali ed economiche che nei
secoli passati favorivano i maschi sono risorte prepotentemente. L'India,
settima potenza economica mondiale, mostra lo stesso atteggiamento, senza
essere passata attraverso le teorie marxiste. A questi due grandi Paesi occorre
aggiungere anche Pakistan, Bangladesh, Taiwan, Corea del Sud e Indonesia
(quest'ultima in minore misura): messi insieme sono Paesi che riuniscono metà
della popolazione mondiale attuale, cioè circa tre miliardi di abitanti.
Il continente più femminile è attualmente l'Europa,
che, secondo i dati del 2000, conta a livello generale di popolazione (cioè calcolando
tutti gli abitanti, di qualunque età) 92,7 uomini ogni 100 donne, seguita da
Stati Uniti e Canada con 96,9, dall'America Latina con 97,5 e dall'Oceania con
99,5. L'Africa, sempre nel 2000, presenta una situazione di quasi equilibrio,
con 99,8 uomini ogni 100 donne. L'Asia invece conta in media 103,9 uomini ogni
100 donne, con notevoli differenze da uno Stato all'altro: l'Indonesia ha 100,6
uomini ogni 100 donne6,1'India 102,5, la Cina 105,6 e il Pakistan
106,6. Nelle singole regioni i dati possono essere peggiori: in due Stati
dell'India, Punjab e Haryana, nel 1997 si contavano 75 donne ogni 100 uomini.
Ma lo squilibrio demografico è ben maggiore se si riconsiderano le statistiche
alla nascita: in Cina si contano 117 bambini ogni 100 bambine, in India 111,
in Corea del Sud 108, in Indonesia (tra i bambini inferiori a un anno) 106. In
Georgia e in Armenia rispettivamente 118 e 120. Nei Paesi del Caucaso (Georgia,
Armenia e Azerbaigian) la proporzione dei maschi si è brutalmente accresciuta
a partire dalla metà degli anni Novanta, raggiungendo quasi la Cina. Ma il fenomeno
non si è esteso ai Paesi vicini: Ucraina, Russia e Turchia.
L'Asia è quindi il continente più
maschile del pianeta. Ma anche in altri Paesi cominciano a notarsi tendenze
analoghe, come in Ecuador, Messico, Perù e Paraguay, e in misura minore anche
in Bolivia, Iran, Nigeria e Arabia Saudita. È molto difficile fornire cifre
globali, ma alcuni studiosi parlano di 150-180 milioni di donne che già mancano
all'appello, cioè risultano mancanti in base alle normali leggi demografiche.
Secondo uno studio pubblicato sulla rivista The Lancet, gli aborti selettivi
in India sono 500.000 all'anno, e il fenomeno sarebbe in espansione. Quando le
bambine e i bambini nati in questi anni arriveranno all'età nuziale, sarà
inevitabile uno squilibrio che si risolverà nell'assenza di un numero
sufficiente di possibili mogli. In Cina si calcola che dopo i120101o squilibrio
sarà particolarmente acuto, arrivando al 20% verso i12030, quando ogni anno
circa 1,6 milioni di uomini non potranno trovare una moglie della stessa età.
In passato in alcuni Paesi si faceva ricorso
all'infanticidio per i neonati non desiderati o che una famiglia pensava di non
poter mantenere. Anche in Italia l'istituzione delle «ruote» nei conventi di
molte città, in cui deporre i neonati rifiutati, per evitare gli infanticidi
testimoniò per secoli l'esistenza del doloroso fenomeno dell'abbandono dei
neonati, ma non si trattava soltanto di bambine. In India l'infanticidio era
soprattutto femminile anche in passato, ed è stato studiato da almeno un
secolo. Sembra che inizialmente fosse un fenomeno limitato ad alcune aree o
caste. Ultimamente però si è esteso un po' dovunque, ma soprattutto è
grandemente aumentato il numero di aborti selettivi a danno dei feti
femminili. La morte di bambine in numero maggiore rispetto ai maschietti tra 1
e 5 anni di età (contro la norma che vede in ogni Paese morire più bambini che
bambine nei primi anni di vita) oggi però sembra dovuta più a una serie di
discriminazioni in fatto di alimentazione, cure mediche ecc., che non per
diretta soppressione. Uno studio dell'Onu del 1998 rileva che oggi il 50%
dell'umanità vive in Paesi nei quali le disuguaglianze tra i sessi provocano
una sovramortalità delle bambine7. In Cina la mortalità delle
bambine nei primi 5 anni di vita supera quella dei maschi del 28%, caso unico
al mondo.
La Cina è il Paese più noto e più
studiato per questo dramma, provocato o accelerato anche dal diretto intervento
delle autorità politiche dopo gli anni Settanta in materia demografica,
intervento diretto a limitare la crescita della popolazione dell'immenso Paese. Negli anni Settanta
infatti il Governo cinese, temendo un'esplosione demografica incontenibile,
impose la regola del figlio unico per ogni famiglia in molte regioni del
Paese, sperando così di elevare contemporaneamente il livello di vita e di
aumentare anche la stabilità politica. Vennero offerti incentivi economici
per far osservare la norma del figlio unico, infliggendo sanzioni anche gravi
alle famiglie che non obbedivano. In una società nella quale già esisteva la
preferenza per il figlio maschio8, infanticidi femminili e aborti
selettivi si sono moltiplicati. L'ex-ministro cinese per la pianificazione
familiare, Peng Peiyun, ha ammesso candidamente che la politica del figlio
unico ha fatto sì che le donne finiscano per essere trattate come merci. Il numero
di figli per ogni donna è sceso da più di 5 all'inizio degli anni Settanta a
meno di 2 9. Taiwan e
Corea del Sud hanno ormai una natalità tra le più
basse del mondo (1,2 figli per donna). In India dove pure il Governo preme per
una riduzione del numero dei figli, si è già scesi da 5 figli a meno di 3. Ma,
anche se si dice che l'ideale sia avere un bambino e una bambina, le famiglie
desiderano un bambino o più, ma al massimo una bambina.
La preferenza per i figli maschi
rispecchia mentalità e culture profondamente radicate non soltanto nei Paesi
poveri o nelle zone agricole. Le famiglie cercano in tutti i modi di avere un
erede maschio, perché il nome della famiglia e la continuità della stirpe vengono
assicurati nella maggioranza delle società dai maschi (famiglie patrilineari). In Cina, a Taiwan e in
Corea, l'assenza di un erede maschio significa la fine della linea familiare e
del culto degli antenati.
In India è
il maschio che si occuperà dei riti funebri dei genitori, i quali, senza un degno
funerale, secondo la credenza locale saranno condannati a vagare per
l'eternità. In Cina, anche dopo la privatizzazione delle campagne, sono i
maschi a poterne essere assegnatari. Inoltre dal figlio ci si attende la cura
dei genitori quando saranno vecchi. La Cina, ad esempio, dispone di un sistema
di pensioni molto limitato, e si pensa che soltanto i figli maschi potranno
provvedere ai genitori anziani. La figlia, infatti, se si sposa, diventa «proprietà»
del marito, andrà fuori di casa lasciando i genitori senza il reddito di quanto
guadagna e senza il lavoro di casa, mentre sarà la famiglia dello sposo a
ricevere una lavoratrice che essa non deve mantenere durante l'infanzia dei
suoi bambini.
Se queste sono ragioni per preferire un figlio
maschio, vi sono altri motivi che fanno sottovalutare le femmine e che fanno
comprendere le scelte operate dalle famiglie in questo tipo di abusi. Le
figlie hanno in genere minori possibilità di guadagno economico rispetto ai
ragazzi. Esse infatti hanno minor accesso al mercato del lavoro remunerato (e
soprattutto a quello ben remunerato) e minori possibilità di ricevere la
formazione e l'addestramento adeguati che lo renderebbe possibile. Una
famiglia povera spesso non desidera aggiungere le spese che comporta un nuovo
figlio se non si prevede che in futuro porterà un beneficio economico alla
famiglia. In Cina anche una ragazza che ha studiato e ha trovato un lavoro
invia alla famiglia di origine meno denaro di quanto farebbe un maschio, se non
altro perché lo deve anzitutto offrire al marito al quale è subordinata. La
preferenza per il figlio maschio si manifesta così nell'infanzia in una
migliore alimentazione, migliori cure mediche, vaccinazioni più puntuali, una
migliore abitazione ecc. per i maschi, ai quali vengono dedicate le poche
risorse disponibili in famiglia. Ma lo stesso sembra avvenire in non pochi
casi anche in famiglie abbienti.
Alcune società poi hanno rigidi
usi sociali che rendono l'educazione di una figlia molto più costosa di quella
di un figlio. In alcune regioni dell'India, ad esempio, è costume che alla
nascita di una bimba la famiglia offra una festa o un regalo a tutti gli
abitanti del villaggio. Una cerimonia «adeguata» può rovinare una famiglia povera. In molti Paesi il sistema
della dote, secondo il quale la famiglia deve pagare una notevole somma allo
sposo affinché questi sposi la ragazza, è un vero flagello. La pratica in molti
Stati è illegale, ma ciò nonostante ampiamente diffusa. Così il matrimonio di
una figlia può rovinare una famiglia, mentre il matrimonio di un figlio la
arricchisce. Per aggirare il divieto della dote, ci si attende che la famiglia
della sposa faccia alla propria figlia numerosi regali che la aiutino a
impiantare la nuova casa. E il genero, o la sua famiglia (in particolare la
suocera), possono continuare a lungo in questo genere di richieste. In alcuni
Paesi dell'Africa è viceversa lo sposo a dover «comprare» la sposa con denaro o
capi di bestiame per compensare la famiglia di lei della perdita della figlia:
infatti in Africa sono le donne che compiono buona parte del lavoro in campagna
e in casa. Inutile dire che in questi Paesi un tale tipo di discriminazione
non esiste: ogni bambina che nasce è un investimento.
È chiaro che il valore di una bambina non si valuta
soltanto in termini economici, come purtroppo sembra alle volte avvenire,
quando si pensa, ad esempio, che la famiglia, se alleva una figlia, compie una
fatica «inutile». Un proverbio locale indiano dice: «Allevare una ragazza è
come innaffiare la pianta del vicino»; e uno cinese: «Una figlia sposata è
acqua buttata via». Non sono poche poi le donne la cui vita si svolge in
condizioni così umilianti o miserabili che non desiderano avere una figlia
destinata a vivere in futuro nelle stesse condizioni e nella stessa infelicità
nelle quali esse si sono trovate. Preferiscono non farle nascere o eliminarle
appena nate. «Molte donne delle regioni feudali dell'India non vogliono avere
una figlia che dovrà vivere nella stessa miseria, umiliazione e dipendenza che
sembrano definire le loro vite», ha dichiarato V Parthasarathy, presidente dell'India's
National Commission for Women10
.
In Cina spesso si crede che sia la donna a
determinare il sesso del nascituro, mentre come è noto, dal punto di vista
genetico è l'uomo a determinarlo. Così molte donne vengono rimproverate quando
mettono al mondo una femmina, se non addirittura, in casi documentati,
avvelenate, strangolate, prese a bastonate e socialmente ostracizzate per
«aver fallito» nel dare un figlio al marito. La pressione è così forte che
molte mamme piangono quando vengono a sapere di aver dato alla luce una bimba.
Ma è evidente che l'argomento di non eliminare le bambine prima o dopo la
nascita, perché questo può produrre una scarsità di mogli, riflette una
visione molto impoverita della dignità della donna e del suo ruolo futuro nella
vita. Inoltre è un argomento che rinforza la svalutazione della vita della
donna che sembra contare soltanto se è importante in relazione all'uomo.
Mentre l'infanticidio, vietato attualmente in tutti
gli Stati, sembra giocare oggi un ruolo relativamente secondario nell'eliminazione
delle bambine, una parte preponderante viene oggi dalla pratica dell'aborto.
Con le nuove tecniche che consentono di determinare il sesso del nascituro, è
stata aperta la via per selezionare la figlia o il figlio desiderati. Nel 1970
si iniziò con la pratica dell'amniocentesi. Uno dei primi studi in proposito
rilevò che in una clinica urbana in India 430 donne su 450, alle quali era
stato detto che attendevano una bambina, preferirono abortire, mentre tutte le
250 donne il cui feto era maschile portarono a termine la gravidanza, anche nei
casi in cui esisteva la possibilità di malformazioni genetiche. Ma l'uso
dell'amniocentesi è rimasto limitato ad alcune aree urbane. È stato il
diffondersi della rilevazione con il metodo degli ultrasuoni (ecografia), a
metà degli anni Ottanta, che ha aumentato enormemente la determinazione del sesso
prima della nascita. Il metodo infatti si diffuse rapidamente anche nelle
campagne11. Nelle
zone rurali del Maharashtra, in India, una donna ogni sei sposate che aveva
abortito nei 18 mesi precedenti dichiarò di averlo fatto dopo un'ecografia che
aveva stabilito che il feto era femminile. Risultati analoghi si sono avuti da
indagini svolte in Cina. Se inizialmente si pensava che ad abortire fossero
soprattutto donne che avevano già delle figlie, uno studio compiuto nel Nord
dell'India mise in evidenza che la selezione tesa a eliminare le femmine
avveniva anche nel caso del primo parto o di donne che avevano già dei maschi.
Con l'amniocentesi è possibile stabilire il sesso
del nascituro intorno alla 18a-20a settimana di gravidanza; con l'ecografia
intorno alla 13a-14a settimana, anche se la precisione della diagnosi aumenta
con l'avanzare della gravidanza; con il metodo Cvs (chorionic villus sampling),
diffusosi neAi anni Novanta, i più abbienti hanno accesso a una tecnica che
determina il sesso anche nella 6a-7a settimana di gravidanza. Le nuove
tecniche consentono ora la selezione del sesso anche prima del concepimento,
separando gli spermatozoi portatori del cromosoma X da quelli che portano il
cromosoma Y (che danno vita a un maschio) e usando soltanto i secondi per la
fecondazione in vitro o per l'inseminazione artificiale. Oggi è pure
possibile, anche se assai costoso, determinare il sesso di un embrione prima
del suo impianto nell'utero, per chi vuole ricorrere a queste pratiche.
Mentre le donne operano questa selezione, come si è
accennato, per una serie di motivi che possono essere costringenti, è difficile
negare che i medici che effettuano questi esami lo fanno soprattutto per
motivi venali. Gli operatori sanitari di questi Paesi appartengono allo stesso
tipo di società che attribuisce un maggior valore ai figli rispetto alle
figlie, ma, a differenza delle donne, non sono vittime delle strutture sociali
del loro Stato. Innegabilmente la selezione del sesso dei figli si è
dimostrata un grande affare e ha condotto alla proliferazione delle cliniche
che usano gli ultrasuoni un po' in tutta l'India, persino in remote comunità rurali
che non hanno accesso ad altri servizi sanitari. Molte di queste cliniche non
dispongono neppure di personale medico adeguatamente preparato. E ciò avviene
anche se tutti sono teoricamente convinti che i medici non dovrebbero mai
trarre profitto da pratiche contrarie all'etica.
Di fronte all'estendersi del fenomeno si è tentato
anzitutto di modificare la legislazione. In ogni Paese esistono leggi che proibiscono
l'infanticidio, senza distinzione di sesso. La Corea del Sud già nel 1987 ha
proibito che si rivelasse di che sesso è il nascituro. La Cina lo ha fatto nel
1989-90 con varie leggi che proibiscono ogni discriminazione nei confronti
delle bambine. Una legge più recente commina fino a tre anni di prigione al
medico che rivela il sesso del nascituro. In India la legge che vieta le tecniche
per la diagnosi prenatale (Regulation and Prevention of Misuse) del 1994, ma
che entrò in vigore nel 1996, rese la pratica illegale, comminando carcere e
multe per quanti rivelano ai genitori il sesso dei nascituri, ma la legge
continua ad essere largamente violata. La maggioranza di queste leggi proibiscono
i test che consentono di determinare il sesso del nascituro, ma non proibiscono
l'aborto compiuto in base al test stesso. In tutti questi Paesi esistono
infatti leggi molto liberali che consentono l'aborto, e naturalmente una donna
che desidera abortire può addurre facilmente motivi diversi da quello di non
volere una figlia, tanto più che alcune di queste tecniche, come quella basata
sugli ultrasuoni, possono venire usate durante la gravidanza per altre ragioni
diagnostiche.
Appare chiaro però, anche da
quanto abbiamo esposto, che non si tratta soltanto di problemi legislativi, ma
di aspetti culturali, spesso profondamente inseriti nella società del proprio
Paese. Colpire soltanto le donne che compiono queste scelte può rischiare di
colpevolizzare una volta ancora donne che sono già vittime di una società che
le emargina e discrimina, aggiungendo una nuova sofferenza. Poiché uno degli
assiomi di ogni società di oggi è che, se un'azione è tecnicamente possibile e
se è oggetto di domanda (in senso economico), essa si può sempre compiere, la
tecnologia aiuterà sempre purtroppo quanti desiderano operare una
discriminazione sessuale di questo genere, a meno che non se ne affrontino le
cause. La
Cina nel 2001 ha lanciato una campagna intitolata «Più stima per le figlie»,
cercando di promuovere l'uguaglianza dei sessi, a partire dall'educazione
nelle scuole e dalla protezione delle famiglie che hanno soltanto figlie.
Questo tipo di famiglie in alcune regioni beneficiano di un fondo di sostegno
e sono esentate dalle imposte agricole e dalle spese per la scolarità delle
figlie sino a che raggiungano l'età per sposarsi. Il Governo vorrebbe
riportare il tasso di natalità nelle proporzioni normali entro il 2010.
Ma, come si è detto, non è tanto un problema di
leggi, quanto di cultura e di mentalità. Solo lentamente molte famiglie ammettono
che sono le ragazze a restare più attaccate ai genitori e sono più attente ad
essi quando invecchiano. Soltanto cambiando usi e abitudini è probabile che
anche concezioni patriarcali vengano modificate e che i genitori diventino più
indifferenti al sesso dei figli. Per ora soltanto la Corea del Sud è riuscita a
invertire la tendenza in quanto, anche grazie a una serie di leggi e di
incentivi, le giovani coppie sono meno disposte a conservare le abitudini sessiste
del passato. Ma «se il deficit di donne continua la corsa attuale,
approfondendosi di molti milioni ogni decennio, esso avrà pesanti
ripercussioni. Chi dice infatti meno donne, dice meno figli a breve scadenza,
quindi matematicamente meno figlie, quindi meno donne nelle generazioni
future, quindi rallentamento rapido della crescita demografica nei Paesi oggi
più popolati del mondo»12. In pratica si tratta di un suicidio
demografico.
Appare evidente che ci troviamo di fronte a una
forma di pesante discriminazione a sfavore delle donne. Se ne è parlato poco
in passato, anche perché in Occidente sembrava una conquista di libertà la
scelta della donna di avere o non avere figli, interrompendo liberamente anche
una gravidanza iniziata. Ma anche gli abortisti più accaniti cominciano ad
avere dubbi sul fatto che il diritto della donna a scegliere il sesso del
proprio figlio abbia la precedenza sul diritto alla giustizia e
all'uguaglianza, che vengono chiaramente violate in una società che favorisce
una discriminazione sistematica basata sul sesso.
L'uguale dignità di uomo e donna
va chiaramente riaffermata e difesa, ma rischia di rimanere lettera morta se
non si traduce anche in uguali possibilità e condizioni di vita e di
realizzazione per le donne. Per i credenti poi è evidente che il piano di Dio sull'umanità
contempla un'armonia tra i due sessi, numerica ma soprattutto qualitativa, che
non è concesso all'uomo alterare se non vuole mettere a rischio la stessa
esistenza della specie umana. Occorre rendere operativo il concetto di
un'autentica «ecologia umana». È più che mai necessario che ogni famiglia non
pensi soltanto al proprio piccolo focolare, ma allarghi lo sguardo anche all'intera
società, dalla quale non può prescindere e alla cui armonia, pensando all'oggi
e al futuro, deve anch'essa provvedere. Oggi si è giustamente attenti a
lasciare alle future generazioni un ambiente non depauperato delle risorse
indispensabili. Sarebbe molto triste se preparassimo un futuro impoverito
della risorsa principale, quella umana.
Note:
1 M. BOLDRINI, Demografia,
Milano, Giuffrè, 1956, 106. Il dato più basso, al di fuori dei Paesi asiatici,
dove la proporzione è stata sistematicamente alterata dall'intervento umano,
oggi si registra in Ruanda, dove nascono 101 maschi per 100 femmine, e il più
alto nel Suriname, con 108 bambini ogni 100 bambine. Non intendiamo qui addentrarci
nella spiegazione di questi dati statistici, per la quale sono state formulate
varie teorie. Il dato si riscontra anche nella maggioranza delle specie
animali.
2 Fanno eccezione a questa
regola pochissimi Paesi come il Bangladesh, dove uomini e donne hanno più o
meno la stessa speranza di vita, e il Pakistan, in cui gli uomini vivono in
media cinque mesi più delle donne, che vivono sistematicamente svantaggiate.
3
Cfr A. SEN, «More than 100 million women are missing», in The
4
Cfr YOUTH ADVOCATE PROGRAM INTERNATIONAL, Discrimination Against the
Girl Child, Booklet No. 6, 10. Ringraziamo anche l'Aidos (Associazione italiana
donne per lo sviluppo) per averci fornito questi e altri dati.
5 L ATTANÉ, «Vers le célibat
forcé. L'Asie manque de femmes», in Le Monde diplomatique, n. 628, juillet
2006, 1.
6 In Indonesia negli ultimi
anni i dati si sono pure squilibrati con un aumento dei maschi, e questo sia
per la forte emigrazione di donne, specialmente verso l'Arabia Saudita, sia per
lo squilibrio accennato, che si rileva già alla nascita
7 Cfr P.
AROKIASAMY, «Les variations régionales de la discrimination et de la surmortalité
des petites filles en Inde», in Population 59 (2004) 949.
8 Secondo i detti della
millenaria tradizione cinese, l'ideale per ogni famiglia era avere cinque
figli, tre maschi e due femmine
9 Non è escluso che le
statistiche risultino in parte alterate per il fatto che molte bambine, benché
«lasciate» nascere, non vemono denunciate all'anagrafe, sia per non incorrere
in sanzioni', sia per non privarsi del à possibilità di avere in seguito
l'agognato figlio maschio. Le bambine non registrate rischiano poi di vivere
come «morte viventi» in quanto prive di documenti e di diritti civili.
10
Citato in YOUTH ADVOCATE PROGRAM INTERNATIONAL, Discrimination Against
the Girl Child, cit., 8.
11
Cfr N. OOMMAN - B. R. GANATRA, «Sex Select: The Sys[ematic Elimination
o{ Girls», in Reproductive Health Matters, vol. 10, n. 19, may 2002, 185.
12 I. ATTANÉ, «Vers le célibat
forcé. L'Asie manque de femmes», cit., 17.
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