DOSSIER – Verso la Pasqua

 

Nelle periferie, la Quaresima è capita dai mussulmani

 

intervista a Cyril Tisserand (1) a cura di Nicolas Senèze 

 

 

Un tempo” forte” di preghiera può favorire il dialogo tra le religioni; una comune esperienza di periferia può contribuire a centralizzare il nostro rapporto con Dio.

“Non bisogna dimenticare che, nelle periferie, ci sono molti poveri. Si parla molto dei giovani, della delinquenza, ma si dimentica il “quarto mondo”: tutte le persone isolate, sole, depresse. Gli anonimi condomìni ne sono pieni! Fra questa gente molto fragile, ci sono moltissimi francesi “doc”. Molti di loro, perché malati, non vengono più a messa. Durante la Quaresima, molti di loro tornano a chiedere la nostra presenza, i malati ci chiamano per avere l’Eucarestia. Bisogna avere un’attenzione particolare per i poveri”

L’articolo è tratto dal giornale francese “La Croix ” del 25 febbraio 2009. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di questo testo sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto

25/04/2009

Che cos’è la Quaresima per lei?

 

Per me, sono prima di tutto quaranta giorni per avvicinarmi a Dio. Quaranta giorni per superare una tappa e conoscere meglio Gesù. Quaranta giorni per scoprire chi è realmente Gesù per me e per gli altri.

 

Concretamente, come si traduce questo nella sua vita quotidiana?

 

A dire la verità, privarmi del cibo non è necessariamente, per me, il modo migliore di progredire verso Dio! Mi concentro su un altro tipo di “sforzo”. Quest’anno, per esempio, cerco di essere più attento alla Parola di Dio. A parte la messa, a cui partecipiamo ogni mattina, cerco di trovare anche uno spazio vero per riflettere seriamente su questa Parola che, per quaranta giorni, ci accompagna verso la Resurrezione. Qui a Tolone, la diocesi ha infatti “lanciato” degli “Anni della Parola”, offrendo delle schede di lettura per i testi del giorno: cerco di partecipare, perché penso che è attraverso la Parola che posso capire meglio chi è Cristo. Per me, la Quaresima assume un po’ questo aspetto, del dedicare più tempo, spesso la sera, a riprendere e meditare la Parola di Dio.

 

Quale eco trova nella sua vita questa Parola?

 

Il tempo della Quaresima mi invita ad una riflessione sulla conversione e mi permette di vedere ciò che posso convertire nella mia vita. Osservando i testi della liturgia quotidiana, ho notato per esempio che per due giorni di seguito il Vangelo parlava del servizio. Questo ci deve interpellare: come metterci a servizio? Come diventare “lo schiavo dell’altro” (Mt 20), come dice il Vangelo in quella frase con molta forza? Tutto ciò deve sconvolgere tanto la nostra vita fraterna in equipe quanto il nostro modo di vivere nel quartiere.

  

 

 

La Quaresima le permette quindi di avvicinarsi agli altri?

 

Non bisogna dimenticare che, nelle periferie, ci sono molti poveri. Si parla molto dei giovani, della delinquenza, ma si dimentica il “quarto mondo”: tutte le persone isolate, sole, depresse. Gli anonimi condomìni ne sono pieni! Fra questa gente molto fragile, ci sono moltissimi francesi “doc”. Molti di loro, perché malati, non vengono più a messa. Durante la Quaresima, molti di loro tornano a chiedere la nostra presenza, i malati ci chiamano per avere l’Eucarestia. Bisogna avere un’attenzione particolare per i poveri.

In un certo qual modo, la Quaresima ci riporta al modo in cui Gesù si è fatto uomo. Cristo è venuto per gli altri. La Quaresima deve quindi renderci attenti a questo aspetto. Bisogna avere ben chiaro in mente che, per molti cristiani di questo quartiere, Pasqua non sarà una festa familiare, ma una festa di solitudine. Allora, organizzeremo una grande festa, perché deve essere il momento più gioioso della nostra fede. Sarà una vera festa, che annunciamo in tutto il quartiere e in ogni singolo caseggiato. Quando i mussulmani del quartiere vivono il Ramadan, lo sanno tutti e si sostengono a vicenda. C’è una solidarietà vera. Per noi, la questione è la stessa: quale solidarietà viviamo durante questa Quaresima?

  

 

Lei ha appena accomunato Ramadan e Quaresima: quest’ultima si vive in modo diverso in periferia, ambiente dove l’islam è molto presente?

 

Quando ho cominciato a lavorare in periferia, i giovani mi prendevano un po’ in giro: “Per voi cristiani, che cos’è la Quaresima? Le uova di Pasqua?” Stessa cosa a Natale: per i giovani mussulmani, è la festa per la quale i cristiani vanno a fare la spesa all’ipermercato. Anche solo in questo, si può fare testimonianza. Visto che si parla molto del Ramadan – e ce ne parlano davvero molto! -, anche noi dobbiamo poter spiegare che cos’è la Quaresima. Spesso, d’altra parte, sono loro che ci interrogano: “Ma, in fin dei conti, non è poi così dura la vostra Quaresima! Invece per noi, il Ramadan, è proprio duro, soprattutto d’estate quando fa caldo.” Questo mi offre l’occasione di riflettere a ciò che è veramente la Quaresima per me. E, alla fine, di decidere di fare una “vera” Quaresima: devo spiegare loro, infatti, che lo scopo non è di privarmi di qualcosa, ma di conoscere meglio Gesù, di fare un altro passo nella mia vita spirituale. E allora, sceglierò uno sforzo che mi permetta veramente di fare questo passo, che mi aiuti davvero. La cosa interessante, è che così si pongono il problema di come loro vivono il Ramadan e che si rendono conto che lo vivono essenzialmente come un fatto culturale. Si interrogano quindi sul modo di viverlo anche loro in maniera più spirituale.

 

E’ facile affrontare temi di tipo spirituale con i giovani?

 

Un fatto che mi colpisce molto è che la periferia è uno dei rari luoghi dove Dio non è tabù. Dio è presente in periferia. Se ne può parlare liberamente. Quotidianamente, si sente spesso “Insc’Allah”, e non è solo un modo di dire! Una volta, durante il Ramadan, giocando a calcetto con dei giovani, abbiamo cominciato a discutere e ci hanno interrogati sul nostro modo di pregare. Abbiamo recitato il Padre Nostro. E’ una cosa venuta proprio dal vissuto quotidiano. Altrove, la gente si chiude su questo argomento. Ma non in periferia.

 

Per lei, è un modo di evangelizzare?

 

Sì, ma senza proselitismo. Le Rocher è un’associazione educativa in cui cerchiamo di essere il più possibile professionali. Solo che ci sentiamo liberi di parlare di argomenti religiosi: ma non siamo mai noi a proporre l’argomento. Non è né strategia né tattica per far passare il nostro messaggio: cerchiamo solo di essere disponibili alle domande dei giovani. Come durante i campi estivi, nei quali abbiamo una popolazione mista – poiché nel quartiere ci sono molti cristiani, in particolare fra gli Africani. Ma questo non ci impedisce di continuare a vivere la nostra fede: gli animatori non smetteranno di dire il benedicite o di andare a messa. Solo che ci si organizza in modo che una parte

di loro possa occuparsi dei giovani che non ci vanno. In generale, più spesso, l’occasione di evangelizzare ci è offerta dalla liturgia, in modo specifico quella entrata a far parte delle abitudini sociali. In Francia, molti giorni festivi sono dovuti a feste religiose: e sono altrettante occasioni di domande che ci vengono poste. Pasqua, con quaranta giorni

di preparazione e la Settimana Santa, è un’ottima occasione. Così, per il Triduo pasquale,

chiudiamo Le Rocher, e spieghiamo il perché ai genitori: diciamo loro che è la nostra festa più importante e quanto questi giorni contino per noi. Non è una strategia, è la verità, e loro lo capiscono.

 

 

Lo capiscono?

 

Sì. E’ un tempo che capiscono, perché, in un certo qual modo, anche loro vivono una “quaresima” con il Ramadan. Questo ci avvicina e li colpisce, perché i mussulmani rispettano molto chi crede. Siccome Dio è presente e non è un tabù, capiscono che non è un tempo negativo, ma costruttivo con Dio. Questo li interpella. Ci dicono: “Ah davvero? Non sapevo proprio che i cristiani facessero questo!» E questo ci dà modo di spiegare. Perché c’è una forte ignoranza della nostra fede.

 

A che cosa è dovuta questa ignoranza?

 

Innanzi tutto al fatto che i cristiani sono andati via. Il mondo operaio e i pieds-noirs (ndr: ex coloni francesi obbligati a rientrare in Francia al momento dell’indipendenza dell’Algeria), che sono stati i primi abitanti delle periferie, sono stati sostituiti dal mondo degli immigrati e dei disoccupati. Un tempo, la Chiesa era molto presente in periferia, con l’Azione cattolica, che era ben inserita. Ma era una Chiesa che andava di pari passo con quel mondo ed era volontariamente poco visibile; ha finito per andarsene anche lei. Dato che di giovani cristiani non ce n’è più, non c’è più occasione di scambio con loro!

Bisogna riconoscere anche che c’è stato tutto un lavoro ateo e comunista. Così, abbiamo tutto un gruppo di ragazze e ragazzi sui dodici anni che non sono mai stati battezzati. E si chiedono perché i musulmani vivono il loro islam, mentre loro stessi non vivono il loro cristianesimo. E’ che neanche i loro genitori sono stati catechizzati, e non sono in grado di discutere della loro fede con i mussulmani. Allora, i mussulmani non conoscono niente del mondo cristiano, se non dei cliché. Per loro, società francese e cristianesimo sono spesso la stessa cosa. Per cui, le derive della nostra società sono attribuite al cristianesimo! In un certo qual modo, gli immigrati incontrano dei Francesi, ma non dei cristiani.

 

 

Lei arriva a fare testimonianza?

 

In un certo qual modo, facciamo della volgarizzazione della fede cristiana. Perché, comunque, la Resurrezione è un ben difficile mistero da spiegare! Quando parlo con un mussulmano, uso poco l’espressione “Gesù è il Figlio di Dio”: dico più facilmente che Gesù è Dio. E’ molto più comprensibile per i mussulmani: Dio ci ama a tal punto, è così vicino a noi che ha accettato di diventare uomo; Gesù è Dio che ci ha fatto il regalo di essere come noi. E quando lo si spiega così, il mussulmano – o l’ateo – può capirlo meglio.

 

 

(1) Cyril Tisserand è un giovane educatore di 34 anni, sposato e con tre figli, membro della

Communauté de l’Emmanuel e fondatore di Le Rocher, presente a Bondy e a Tolone,

un’associazione che persegue uno scopo socio-educativo presso i giovani, aiutandoli nella loro crescita attraverso il gioco e lo studio.

 


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