CICLO DI CATECHESI SULL'ANNO SACERDOTALE - tenute presso la nostra parrocchia nell'anno PASTORALE 2009/10
“Sacerdote secondo Melchisedek”
di don Francesco Pesce, parroco di Santa Melania Juniore e Accompagnatore spirituale ACLI di Roma
Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la vita di san Paolo, al quale abbiamo rivolto la nostra attenzione durante l'Anno Paolino dello scorso anno; questa è stata la meta di tutto il ministero del Santo Curato d'Ars, che invocheremo particolarmente durante l'Anno Sacerdotale; questo sia anche l'obiettivo principale di ognuno di noi. Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile e necessario lo studio con una accurata e permanente formazione teologica e pastorale, ma è ancor più necessaria quella "scienza dell'amore" che si apprende solo nel "cuore a cuore" con Cristo. È Lui infatti a chiamarci per spezzare il pane del suo amore, per rimettere i peccati e per guidare il gregge in nome suo. Proprio per questo non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell'Amore che è il suo Cuore trafitto sulla croce.
Solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso "disegno del Padre" che consiste nel "fare di Cristo il cuore del mondo"
26 ottobre 2009
Quest’anno parleremo dell’Anno Sacerdotale, si alterneranno vari relatori, ma io farò un po’ di più; il prossimo incontro lo faremo il 16 novembre; ho invitato Angelo Bertani, che è stato condirettore di Avvenire negli anni ’60-’70, vice presidente della FUCI, ma soprattutto lui verrà come uno che ha condiviso la sua vita con Aldo Moro, con Bachelet, con La Pira, con Turoldo e ci racconterà la sua esperienza con questo cattolicesimo cosiddetto democratico e soprattutto ci racconterà l’esperienza con queste grandi figure del sacerdozio universale. Penso sia una bella persona da ascoltare volentieri e mi ha fatto piacere che abbia accettato.
Oggi io faccio una piccola introduzione, come sempre molto semplice.Ci avevo pensato un po’ qualche settimana fa su come introdurre l’anno sacerdotale poi ieri mi ha colpito la lettura della Lettera agli Ebrei in cui si parlava di Gesù sacerdote secondo l’ordine di Melchisedeck, e ho pensato di dire due o tre cose partendo da questo personaggio.
Dicevo ieri alla Messa, cosa che non dico solo io, noi siamo stati abituati a considerare la Chiesa come l’arca della salvezza, così definita anche. E’ vero!. Per salvarsi, poi il concetto di salvezza è anche molto difficile, bisognava entrare dentro questa arca, questa famosa espressione “fuori dalla Chiesa nessuno è salvato”;questo ha anche una sua valenza teologica, però questa frase ha prodotto anche tanto danno, ancora oggi. Io penso che abbiamo un po’ fatto diventare una espressione egemonica troppo chiusa questa affermazione che invece è un’affermazione che dovrebbe proprio avere i confini dell’universalità: la salvezza è Gesù Cristo, la salvezza è anche fuori dalla Chiesa, sennò sarebbe un Dio minore. Io penso che in questo anno sacerdotale dobbiamo allargare i nostri orizzonti, i nostri confini. Cosa sempre molto difficile questa, perché noi dobbiamo avere dei confini, noi dobbiamo avere una patria, noi siamo italiani, i confini ci definiscono, anche quelli spirituali, però se i confini diventano dei muri invalicabili, ci uccidono.
Ieri abbiamo visto questo passo della Lettera agli Ebrei in cui si dice che Gesù è sacerdote secondo Melchisedek. Facendo una rapidissima storia di questa parola , penso sia importante dirci un po’ chi è il prete, presbitero dal greco e dal latino; all’inizio nella cultura dei primi secoli, il termine giusto era “anziano”. Leggo un attimo quel testo famosissimo della I Pietro, Cap. 5, quando Pietro dice:
Esorto gli anziani che sono tra di voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi, pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio, non per vile interesse ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge e quando apparirà il pastore supremo riceverete la corona della gloria che non appassisce.
Il testo esprime la coscienza che il servizio del presbitero è un servizio di guida della comunità; questa è la cosa che interessa a noi. Questo è il concetto importante: il presbitero, meglio definito da Pietro come anziano, è uno che guida il popolo e qui non si fa nessun riferimento per esempio a quello che noi diciamo oggi, il secondo grado dell’ordine sacerdotale, il diacono, il sacerdote e il vescovo. C’è qualcosa di più ampio: anziano non è il secondo grado sacerdotale ma è la guida di un intero popolo. Mi sembra di cogliere qualcosa di più ampio.
Sant’Ignazio di Antiochia nel I secolo usa il termine presbitero, per la prima volta fa questa ripartizione che noi ancora oggi manteniamo di diacono, presbitero e vescovo, però anche lì con la coscienza, dicono i commentari, di un presbitero in mezzo agli altri presbiteri. Dicono gli studiosi di questi testi, una cosa che mi ha colpito, che man mano che nella storia si delinea il carattere anche gerarchico del sacerdozio, però si mantiene sempre un substrato culturale di un sacerdozio comune che è quello proprio battesimale che accomuna tutti noi..
Adesso potremmo dire sacerdozio come mediazione, però una cosa che mi colpisce, sin dall’inizio questa parola ha una storia, questa parola prenderà dei risvolti culturali, questa parola indicherà una gerarchia, però questa parola mantiene sempre l’ampiezza di un sacerdozio comune che è quello battesimale. Ed è una cosa questa importantissima: noi cristiani moderni lo abbiamo un po’ riscoperto dopo il Concilio il sacerdozio comune di tutti i fedeli; soprattutto voi più grandi identificate il sacerdote soltanto come sacerdote ordinato, invece il sacerdozio come dicono i primi testi della Chiesa, ha a che fare col battesimo, con tutto quello che siamo noi. Secondo me non è una piccola cosa.
Brevemente altri piccoli testi; sacerdote come anziano, sacerdote come presbitero in mezzo agli altri presbiteri, con la coscienza però quasi nascosta che si tratta di un sacerdozio comune, battesimale che noi abbiamo riscoperto nel Concilio, e poi sentite Paolo cosa dice in due famosi testi; nella Lettera a Tito lui descrive un po’ come è fatta la Chiesa e dice così, cita anziani, vescovi, diaconi, devono essere sobri nel vestire ecc, e poi dice una cosa simpatica, dice,bisogna avere le caratteristiche di buon marito e dei buoni padri di famiglia. Naturalmente già capiamo che qui non c’è ancora la coscienza del celibato, quindi l’anziano, il presbitero, il sacerdote come abbiamo detto, Paolo dice anziani, vescovi, diaconi devono avere certe caratteristiche tra le quali di buon marito e buoni padri di famiglia. Non c’è ancora questa coscienza celibataria che come sappiamo nella Chiesa è venuta piuttosto dopo.
Un altro testo di Paolo nella Lettera a Timoteo nel cap. 3, Paolo dice anche qualcosa delle donne, proprio sono piccoli flash, parla dei vescovi, dei sacerdoti e poi dice:Le donne siano dignitose, non pettegole, sobrie, fedeli in tutto.
Ecco queste donne probabilmente avevano il ruolo di diaconesse, ancora non è stato ben risolto se era un ministero ordinato oppure se era solo un ministero al servizio, poi il Concilio di Nicea ha detto no, nel 325, le diaconesse non erano un ministero ordinato.Mi sembrava bello citare questi passi per vedere proprio l’ampiezza della parola e di quello che la parola significa, da anziano, sacerdote, presbitero, contesto battesimale, le caratteristiche non celibatarie e l’importanza del ruolo delle donne che erano sicuramente diaconesse, non si sa bene se era un ministero ordinato, ma Nicea ha detto no.
Poi, nel IV secolo, al tempo in cui non c’erano più i conflitti con l’impero romano e con gli ebrei, piano piano nella Chiesa si sviluppa la coscienza del termine sacerdozio, prevale questa parola, quindi da anziano siamo finiti a sacerdoti, ma soprattutto prevale ormai già nel IV secolo fino ad oggi, prevale la coscienza di mettere in parallelo il sacerdozio dell’Antico Testamento con quello del Nuovo Testamento, come suggerivano ieri le Letture della Messa;. quindi gli esegeti cristiani incominciano a paragonare i due tipi di sacerdozio, sempre però con la coscienza del sacerdozio comune battesimale. Io insisto molto su questa coscienza perché è importantissima, noi l’abbiamo riscoperta e ancora facciamo fatica a viverla, soprattutto noi sacerdoti, per cui parlare coi laici è sempre molto complicato, è proprio sicuro per colpa dei preti, questo è un dato oggettivo, il prete ancora in generale non ha capito che c’è un sacerdozio battesimale, questo è sicuro, lo vedo dappertutto nella Chiesa, lo vedo anche in me, lo vedo soprattutto nella Chiesa e anche nei testi che leggo ed è un problema non piccolo.
Poi arrivando un po’ alla cosa moderna c’è il sacerdote ordinato che sta incardinato in una Diocesi e lui è il sacerdote, il clero secolare, che sta nel secolo, vive nel secolo e poi ci sono i sacerdoti ordinati negli ordini, che sono il clero ordinato perché hanno l’ordine del loro convento, hanno il loro ordo, questa è un po’ la terminologia che tutti abbiamo. Il clero regolare,, regolare perché hanno la regola monastica, il clero secolare che vive nel secolo.
Come dicevo ieri nella messa la parola sacerdote, soprattutto per chi è più grande di me richiama ancora qualcosa che sa di casta; io di questo sono convinto, lo dicono gli studiosi ma ce lo sentiamo dentro. Le tre grandi caste sono queste: i sacerdoti, i mercanti e i guerrieri. Questo è sicuro e dicevo se Gesù appartenesse ad una casta sarebbe tragico se Gesù appartenesse ad una casta, non sarebbe più un sacerdozio universale. Ci diceva invece la Lettera agli Ebrei che lui non appartiene ad una casta ma è sacerdote secondo Melchisedek e non secondo Aronne, quindi non è soltanto l’uomo del culto e della liturgia ma è qualcosa di più.
Allora ho pensato di vedere un po’ bene questa figura di Melchisedek che secondo me è una figura molto bella e molto importante, non era un ebreo ma era un sacerdote cananeo e nella Genesi che adesso leggiamo si capisce che è un sacerdozio regale, ma soprattutto cosmico, universale che ha a che fare addirittura con la creazione e soprattutto ha a che fare con l’eucaristia. Non so se qualcuno è andato a Santa Maria Maggiore a vedere il mosaico di Melchisedek che sta sopra l’altare; sta sopra l’altare proprio perché richiama il fatto del pane e del vino. Allora leggiamo un attimo pochi versetti del cap. 14 della Genesi:
Quando Abram fu di ritorno dopo la sconfitta di Kedor Laomer ed i re che erano con lui il re di Sodoma gli uscì incontro nella valle di Sare, cioè la valle del re. Intanto Melchisedek re di Salem offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole: “Sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetto sia il Dio altissimo che ti ha messo in mano i tuoi nemici. Abram gli diede la decima di tutto. Poi il re di Sodoma disse ad Abram: dammi le persone, i beni prendili tu. Ma Abram disse al re di Sodoma: alzo la mano davanti al Signore, il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra, né un filo, né un legaccio di sandalo, niente io prenderò di quello che è tuo, non potrai dire io ho arricchito Abram, per me non voglio niente.
Ecco questo brano,molto bello, descrive benissimo chi dovrebbe essere un sacerdote, nel sacerdozio comune e nei nostri ministeri particolari e lo commento brevemente. Questo capitolo 14 dicono gli studiosi sembra non entrarci niente nel complesso. Melchisedek , dice la Lettera agli Ebrei non ha né padre, né madre; una figura un po’ misteriosa, cananeo, non si sa molto, però la cosa importante, intanto sembra che siamo addirittura 17 secoli prima di Cristo, la sensazione è, sembra veramente di vedere un film di guerra: in quei tempi tutti i popoli si combattevano, la sensazione è che c’erano tanti popoli che si combattevano tra di loro, hanno sconfitto i cananei; questi re vittoriosi tornano alle loro terre e sulla strada incontrano Abram. Abram, gli dicono guarda che Lot, tuo nipote, è stato vinto, è stato preso prigioniero, lui e tutti i suoi beni. Ci sono quei versetti famosi prima di questi, in cui Abram organizza questa spedizione, va a liberare Lot e lo libera con un trionfo, libera Lot il nipote con una vittoria trionfale, riprende tutti i beni, tutte le donne e torna vittorioso lui contro tutti, quasi una vittoria epica.
Già questo mi fa pensare;Abram nostro padre nella fede ha fatto una strage. Mosè ha ucciso un uomo, i nostri padri nella fede non sono proprio dei perfetti … che grande mistero l’amore di Dio. Abram ha fatto questa vittoria epica, ha ripreso il nipote, tutti i beni e le donne, torna e incontra questo re-sacerdote Melchisedek e vediamo cosa succede, è una storia bella. Intanto si dice che Melchisedek è re di Salem, che sarebbe Gerusalemme, naturalmente qui non si tratta già della Gerusalemme di Davide, di Iesse, di Gesù Cristo, però chiaramente il testo prefigura sicuramente, parlando poi del pane e vino, la nostra Gerusalemme, quello che poi Gerusalemme significherà. Non può essere un caso:
Cosa succede? Lui appunto è re di Gerusalemme, vediamo bene cosa significa re di Gerusalemme: significa che Abramo si inchina, lui che ha fatto questa vittoria epica, si inchina di fronte a questo misterioso sacerdote-re, non solo si inchina, ma gli paga la decima, cioè lo riconosce in autorità, lo riconosce; io Abram, condottiero strepitoso che ho vinto questa epica battaglia, io che sono stato mandato da Dio stesso, lascia il tuo paese e vattene, incontro questo Melchisedek e mi inchino, riconoscendogli una certa autorità, non solo mi inchino, ma gli pago la decima di questa strepitosa vittoria e succede quello che vediamo adesso. Quindi Abramo torna dalla vittoria, all’inizio si inchina a questo sacerdote riconoscendogli l’autorità e pagando la decima, alla fine nel capitolo 15 il testo dice così:
La parola di Dio fu rivolta ad Abramo in visione, non temere Abram io sono per te uno scudo, la tua ricompensa è molto grande.
Quindi tra queste due parentesi c’è questo incontro: Abram che torna da una vittoria epica, si inchina a questo sacerdote-re, vediamo cosa succede e alla fine riparte la sua missione, alla fine c’è la visione di Dio che gli dice “non temere, sono io il tuo scudo”. Mi sembra importante che in mezzo a queste due parentesi c’è questo incontro sacerdotale, con questo sacerdote-re, perché qualcosa deve pure significare.
Vediamo proprio brevemente versetto per versetto. Quando Abram ritornò dall’aver vinto i re gli si fece incontro Melchisedek, re di Salem, che portò pane e vino: lui era sacerdote dell’Altissimo.
Melchisedek significa anche “re di giustizia”, allora io penso che si possa dire così, quando il Salmo 109 dice “tu sei sacerdote eterno al modo di Melchisedek”, dicono i commentari di quel Salmo, che si riferisce proprio alla giustizia. Allora forse il sacerdote, il sacerdozio nostro, deve avere la caratteristica della giustizia, parola molto difficile. Vedremo, secondo me almeno, che si tratta proprio di una giustizia molto concreta, oggi potremmo dire di una giustizia sociale, più precisamente a mio parere proprio di una giustizia quasi carnale, corporale, perché è chiaro che la giustizia si riferisce ai valori, all’ordine, però forse la giustizia deve riguardare soprattutto le persone, le carni.Mi sembra di poter dire di aver raggiunto questa piccola conclusione. Quindi , Melchisedek significa re di giustizia, forse il Dio giusto, anche se Dio non è giusto ma misericordioso, noi dobbiamo prendere un po’ questa caratteristica.
Poi lo invita a questo pranzo, allestisce il pane e il vino su questo monte e tutti i padri della Chiesa vogliono alludere al significato dell’eucaristia. Quindi forse questo sacerdote che quest’anno vogliamo un po’ scoprire, forse banalizzando un po’ ma non credo, deve essere un uomo di giustizia, forse deve essere anche un uomo ospitale, allestisce un banchetto per un guerriero che torna, magari anche affaticato, poi vedremo l’ospitalità di Cristo la conosciamo bene nell’ultima cena, poi però lui è re di giustizia di Salem, Gerusalemme, che è la città della pace. Allora forse il sacerdote deve essere un uomo di pace.
Io me lo faccio l’esame della coscienza. Paolo dirà: Cristo è la nostra pace, il nostro sommo sacerdote, dice Paolo, e la nostra pace. Forse quindi Melchisedek che prefigura Cristo nostra pace, è anche l’uomo della pace, il suo ministero è la pace, pace nel significato profondo che noi sappiamo, non assenza di guerra, ma proprio la pace che Cristo impersona. Quindi man mano che c’è questo incontro forse il sacerdote sarà un uomo di giustizia, un uomo di pace nel senso profondo, un uomo ospitale, che poi nel Nuovo Testamento sappiamo bene che cosa significa, e poi il testo continua e dice:
E benedisse Abram con queste parole: sia benedetto Abram dal Dio altissimo creatore del cielo e della terra.
Ecco, forse il vertice dell’incontro è questo: il sacerdote Melchisedek è un uomo di giustizia, è un uomo ospitale, è un uomo di pace, ma soprattutto è un uomo della benedizione. Pensate che cosa straordinaria: Melchisedek benedice Abramo, il nostro padre nella fede viene benedetto da questo misterioso personaggio, che lo benedice in maniera particolare, gli dice, lo accoglie così dopo il suo inchino: sia benedetto Abram dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra. Ecco qui c’è la benedizione di Abramo, cioè dell’uomo, che ha accolto la chiamata. Dell’uomo che ha lasciato tutto, è andato in una terra già occupata dai Cananei. C’è questa benedizione particolare che è importante. Perché? Perché non solo viene benedetto dal sacerdote l’uomo che ha accettato la sua vocazione, che è partito per questa terra con tutto quello che sappiamo e che forse possiamo anche immaginare, però è la benedizione, la voglio rileggere dal Dio altissimo, creatore del cielo e della terra. Allora questo significa che dobbiamo tornare alla creazione, cioè qui si parla di quando Dio ha fatto il patto con Noè dopo il diluvio universale, è quel Dio lì, quel Dio creatore, che ha fatto il patto, rotto già dal peccato originale, con Noè dopo il diluvio universale.
Quindi spiritualmente che cosa significa per noi? Dobbiamo tornare all’Eden, cioè la cosa che conta è che la benedizione di Dio che il sacerdote trasmette, non si interrompe con il peccato. Questo secondo me è un fatto molto interessante. La benedizione continua attraverso Abramo e arriva a tutti noi. Questo per me è un fatto importante, è forse la caratteristica più importante del nostro sacerdozio: che la benedizione di Dio, cioè Dio ci vuole bene, banalizzando un po’, continua anche dopo il peccato. Anche per questo secondo me Abramo è nostro padre nella fede. Noi diciamo che è nostro padre nella fede soltanto perché ha accettato la sua missione, ma è nostro padre nella fede anche perchè è stato benedetto, in lui sono benedette tutte le genti, in lui c’è la prova vivente che il peccato non ha interrotto la benedizione di Dio. Questo è un fatto abbastanza chiaro e anche bello. Perché non l’ha interrotta? Perché non era possibile. Perché la benedizione dell’Eden era proprio destinata a raggiungere tutti gli uomini e se qui tornassimo ai sacramenti; il battesimo è una cosa veramente straordinaria.
Quindi la giustizia, l’ospitalità, la pace, soprattutto la benedizione, Melchisedek è tutto questo, il sacerdozio battesimale è tutto questo, poi altre caratteristiche non piccole secondo me. Il Dio altissimo, creatore del cielo e della terra non è il Dio ebreo, non è Jahvè. È il Dio creatore del cielo e della terra: significa che da questa benedizione non è escluso alcun uomo, ebrei e non ebrei, l’abbiamo visto l’anno scorso bene con San Paolo, pagani, circoncisi e non circoncisi. Questo è un fatto importantissimo , cioè Dio, come dice il Cardinal Martini, non è cattolico, non è ebreo, Dio è, non solo naturalmente, il creatore del cielo e della terra e significa che la sua benedizione raggiunge ogni uomo e non è interrotta neanche dal peccato. Mi sembra un fatto importante. Cioè tutti i popoli, nessuno escluso, sono oggetto dell’amore di Dio. Poi, sapete i padri greci, latini hanno detto i semina verbi, in tutte le culture ci sono i semi del verbo, questo è sicuro. Però nessun popolo è escluso da questa benedizione ma non solo, in un certo senso a tutti i popoli Dio si rivolge. Quindi non solo non sono esclusi ma Dio si rivolge direttamente e se Mechisedek non era ebreo qualcosa deve pure significare, se un non ebreo benedice un ebreo, qualcosa deve pur significare.
Questo sacerdote, giusto, di pace, ospitale, che benedice lui da non ebreo, che la benedizione non può essere interrotta dal peccato, che si allarga a tutti i popoli, tutti sono oggetto dell’amore di Dio, dice anche un’altra cosa, dice così: …e benedetto sia il Dio altissimo che ti ha messo in mano i tuoi nemici.
Questo sacerdote, e qui forse è veramente il vertice, non benedice solo Abram, ma benedice anche Dio e non solo, ma gli dice “ti ha messo in mano i nemici”, proprio lo splendore della verità, proprio lo splendore del trionfo dell’amore di Dio. Cioè un sacerdote dovrebbe fare questo, un sacerdote comune, lo diciamo sempre, la messa è un ringraziamento, benedice Abram, ma benedice anche Dio creatore, benedice la natura ma benedice il sole che la illumina. Io me ne sono accorto all’alba quando sono andato al mare, ho visto proprio la sensazione bellissima perché c’era il sole, sennò non vedevo niente, era bellissimo il mare, il rumore di queste piccole onde, però era bellissimo il sole che le illuminava mentre sorgeva.
Ecco questo significa “e benedetto sia il Dio altissimo che ti ha messo in mano i tuoi nemici”. Cioè la fede di Abramo è vittoriosa, la benedizione ricevuta è vittoriosa, ma lo splendore della vittoria è che c’è qualcuno che ti ha fatto vincere, tu hai accettato le armi che ti ha dato in mano. Mi sembra un fatto da sottolineare. Lo diceva anche Matteo, mi sono segnato un versetto bello, Matteo dice “Vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. Ecco un sacerdozio battesimale fa così, cioè vedono le vostre opere buone, io dico sempre credenti credibili, e rendono gloria al padre vostro celeste, perchè se rendono gloria a Don Francesco o a te, a te, a te, c’è qualcosa che non va.. E questo è un problema: quanti fedeli sotto le sottane dei preti, ormai non le portiamo più le tonache, ma dipendenti, non solo dal sacerdote ordinato, ma da quello battesimale. Vedono le vostre opere buone che, abbiamo visto anche in questi testi, non sono frutto della tua bellezza, santità, ma sono frutto di questa benedizione alla quale tu ti sei reso disponibile, sono frutto anche di questo invito a tavola, sono frutto della giustizia, sono frutto della pace, però glorificano il padre vostro che è nei cieli.
Quindi vedete questo sacerdote quante caratteristiche possiede: la giustizia, la pace, l’ospitalità, la benedizione, la benedizione di Abram, ma il Dio creatore, quindi al di là dei confini del popolo eletto. Mi sembra che si delinei una figura di non piccola profondità, questo Melchisedek, che Cristo ha portato in pienezza e al quale tutto il nostro sacerdozio è ispirato.
Cosa succede ancora? Succede, ed è la sesta caratteristica che mi sono segnato, dice il testo poi Abram gli diede la decima di tutto. Cioè, chi è un sacerdote? Uno che ha la convinzione che l’altissimo Iddio, come lo chiama qui, è colui dal quale genera tutto, Francesco non a caso lo chiama l’Altissimo. Melchisedek ha questa convinzione: colui che ha reso vittorioso Abramo tramite la mia benedizione, e non è una piccola cosa questa funzione nostra di mediatori, è il Dio altissimo, però Melchisedek non capisce questo mistero. Lui ha la convinzione: Dio altissimo che ha fatto vincere Abramo, prima ma poi anche dopo, però lui non capisce il disegno ambizioso di Dio, questo dovrebbe essere anche per noi. Io lo sento proprio questo; quandoconsacro il pane e il vino, dico due parole, io non capisco però ho la convinzione che Dio agisce, ho la fede che è Dio che agisce, se lo capissi sarebbe un grande errore, se pensassi di capirlo. Ma questo vale per tutti noi, mi sembra questa una caratteristica importante: Melchisedek non sa nulla del Dio di Abramo, non è neanche ebreo, non sa nulla, non capisce i disegni misteriosi di Dio però forse lo capisce più di tutti, perché ha capito che Dio non è cattolico, non è ebreo, non è cristiano, Dio è creatore del cielo e della terra. E’ convinto che l’altissimo Iddio è colui che ha reso vittorioso Abramo però rimane anche lui nel mistero.
Poi Abramo, dice il testo, gli diede la decima di tutto, cioè a sua volta Abramo si inchina, anche questo è un aspetto importante, cioè si inchina al sacerdote che lo ha benedetto, gli dà la decima, cioè gli riconosce autorità, gli riconosce anzi più che l’autorità, gli riconosce i diritti sui beni, sulla decima. Un sacerdote, il nostro sacerdozio, allora è anche uno al quale va riconosciuta una certa autorità, al quale va data la decima, non nella forma a volte forse un po’ troppo assoluta di alcune comunità nella chiesa; sapete che i neocatecumenali pagano la decima, se si sono ispirati a questo testo è una cosa molto buona. Quindi il sacerdote alla maniera di Melchisedek è uno al quale ci si inchina, al quale va riconosciuta autorità e si paga la decima, si inchina nel senso profondo spirituale. Il problema dell’autorità è un problema molto importante nella chiesa, ma anche fuori della chiesa, in molti sensi, ne sottolineo due: quando l’autorità degenera nel potere è un disastro, la storia la conosciamo tutti, la grande storia ma anche la piccola storia. Ma anche quando l’autorità non è riconosciuta succede un disastro, nella grande storia e nella piccola storia, purtroppo questa è la vita della chiesa ma anche fuori della chiesa.
Quindi tra le caratteristiche ci metterei anche questa: l’autorità. Giustizia, pace, ospitalità, benedizione di Abram e di Dio, fuori dal popolo eletto e autorità, non solo autorità ma autorità che deve essere riconosciuta. Poi il testo continua e dice:
Il re di Sodoma disse ad Abramo: dammi la persone e tu prenditi la roba. Abramo rispose: alzo le mani a Jahvè, Dio altissimo, che ha creato il cielo e la terra, non prenderò nulla di ciò che ti appartiene, neanche un filo, né un legaccio dei calzari perché tu non abbia a dire di aver arricchito Abramo, non voglio nulla.
Chi è questo re di Sodoma? Fondamentalmente non si sa, probabilmente forse era un alleato di Abramo che forse non aveva fatto tutto da solo in questa guerra, un alleato di Abramo al quale Abramo cede tutto. Non spartisce il bottino della guerra vittoriosa che abbiamo descritto prima, ma questo è importante, significa spiritualmente, dicono tutti, che Abramo è così certo della benevolenza di Dio, è così certo di questa benedizione di Melchisedek, la sente proprio dentro la carne, che lui, il nostro grande patriarca, e in questo padre della fede, si affida totalmente “di te farò una grande discendenza”, cioè lui si affida totalmente al seme, quasi fisico, della discendenza. Vi ricordate che dice Paolo: “sperò contro ogni speranza”. Abramo è uno che spera in Dio contro ogni speranza;questo mi sembra un particolare molto importante, lui non solo spartisce il bottino, ma dà tutto il suo bottino, perché io vivo di questa fiducia che Dio ha in me, vivo di questa speranza che Dio ha garantito un futuro alla mia discendenza.
Qui facciamo una piccola riflessione: il sacerdote deve essere un uomo povero, povero in tutti i sensi..Quindi vedete quante caratteristiche, la giustizia, la pace, l’ospitalità, la benedizione ad Abramo, a Dio, fuori del popolo eletto, la povertà, l’autorità, lui rinuncia a tutto, dà tutto al re di Sodoma, perché si fida della benedizione che Dio gli ha promesso, dei favori che gli ha promesso. Più che fidarsi direi, sente efficace la benedizione di Melchisedek.
Siamo usciti un attimo da Melchisedek per parlare di Abramo però è sacerdote anche Abramo, il sacerdozio comune. Soprattutto l’altra caratteristica: il sacerdote deve essere anche efficace, cioè non è che efficace significa che fa tutto bene, ma deve annunciare la verità di quello che vive: Abramo ha creduto a Melchisedek, Abramo ha sentito l’efficacia di questa benedizione.
Vediamo adesso, dopo questo semplice commento di Genesi, come il testo di ieri nella Messa, Ebrei cap. 7 approfondisce. Dico solo una cosa che io dico sempre e mi sembra bella da dire: questo capitolo 7 di Ebrei, testo proprio difficilissimo, approfondisce un po’ questa figura di Melchisedek e l’autore dice chiaramente come prefigurazione del sacerdozio di Cristo e poi dice una cosa che mi ha colpito, parla di una casta sacerdotale ben superiore a quella di Levi, che era la casta sacerdotale per eccellenza.
Ecco questa secondo me è una cosa bella perché Levi era della tribù sacerdotale, non della casta. Melchisedek no, non era neanche ebreo. Allora, mi piace sempre fare questo commento che potrebbe essere anche semplicistico, ma mi convince: quando sento dire questa brutta parola quando un prete lascia il sacerdozio, gli dicono sempre “ridotto allo stato laicale”. E’ proprio offensivo, voi siete delle riduzioni, è proprio offensivo, si dovrebbe dire il contrario: elevato allo stato laicale, proprio riferendoci a questo testo, elevato cioè ad uno stato senza principio e senza fine che è quello proprio di Melchisedek, fuori da ogni tipo di casta, fuori da ogni tipo di appartenenza nel senso negativo. Quindi ecco, faccio questa battuta per dire che è proprio brutto, sbagliato, voi siete dei ridotti, no voi siete degli elevati. Questo mi sembra da dire quasi per scherzo, per dire come a volte abbiamo abusato di tante cose nella storia, tutti noi.
Però come approfondisce ebrei, ancora solo due caratteristiche per non fare troppo tardi. Ebrei dice due cose fondamentalmente, dice: Melchisedek ci ricorda, mentre paragona Melchisedek con Cristo, ci ricorda il mistero del sacerdozio, rimane un mistero il nostro sacerdozio, la nostra funzione di mediatori, la mia così, la vostra in un altro modo, rimane fondamentalmente un mistero, però il mistero non significa una cosa che non esiste, significa magari per certi versi una cosa che non si vede. La lettera agli Ebrei lo sottolinea, noi dobbiamo rimanere con la coscienza che è un mistero il sacerdozio, è un mistero, noi partecipiamo proprio del sacerdozio di Cristo, tutti noi partecipiamo, ed è un mistero e a volte avere la coscienza di un mistero aiuta a non banalizzare tante cose, cioè non è banale il nostro battesimo, a volte lo abbiamo banalizzato per tanti motivi. Mi sembra una cosa importante.
La seconda cosa che ripete Ebrei, cita questo re di Sodoma, quando Melchisedek raggiunge Abramo con la sua benedizione, Abramo ha la coscienza anche della sua povertà, ripeto anche Abramo è sacerdote, dobbiamo avere la coscienza della nostra libertà da troppi averi. Naturalmente non pensiamo subito alle cose materiali, ma troppi averi, troppi saperi, questo è importantissimo: lui consegna la decima a Melchisedek, cioè lui non vuole assolutamente nulla del bottino di guerra e questo è un fatto importante, perché? Perché c’è opposizione tra vivere da benedetti ed avere molti beni, dove tignola e ruggine consumano. C’è opposizione, tu sei benedetto, tu sei anche uno che benedice, tu sei Melchisedek, sei anche Abramo, se hai troppi beni c’è opposizione, c’è qualcosa che non va, troppi beni nel senso profondo, non solo beni materiali. Mi sembra un fatto interessante e mi sembra bello che ne parli l’autore della Lettera agli Ebrei.
L’ultima caratteristica che le riassume tutte è naturalmente questa: il sacerdote, nel senso battesimale, è l’uomo dell’eucaristia soprattutto. Come è iniziata l’eucaristia? E’ iniziata con la ospitalità su questo monte di Melchisedek dove è stato offerto pane e vino. Naturalmente arriviamo all’eucaristia, cioè arriviamo al perfetto sacerdozio di Gesù Cristo. Melchisedek come sappiamo bene è citato nel canone romano, vi leggo il pezzetto che leggiamo il giovedì santo che dice così:
Tu che hai voluto accettare i doni di Abele il giusto, il sacrificio di Abramo nostro padre nella fede, l’oblazione pura e santa di Melchisedek tuo sommo sacerdote, volgi sulla nostra offerta il tuo sguardo sereno e benigno.
Mi sembra bellissimo questo pezzo del canone romano, Melchisedek è un sommo sacerdote, è un papa in un certo senso Melchisedek, nella chiesa antica ed è un uomo puro e santo. Ecco mi piace anche questa caratteristica, il sacerdote deve essere un uomo puro, in tutti i sensi. Per me il celibato, la castità per quanto riguarda me è importante da questo punto di vista. Sappiamo benissimo che il celibato non è vangelo ma norma al sacerdozio, abbiamo visto Pietro, Paolo, moglie, marito, però è stato definito segno di contraddizione. Oggi secondo me forse potrebbe essere non per tutti, infatti adesso sono accolti i preti anglicani che sono sposati, altri del clero cattolico orientale, però è un grande segno di contraddizione nel senso profondo, cioè serve al mondo il celibato,io direi che non è vangelo, ma è necessario al mondo..
Ecco arriviamo pian piano al sacerdozio come uomo dell’eucaristia: qual è il significato? Quello che Gesù dirà nella sinagoga di Cafarnao “Chi mangia il mio corpo e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Ecco questo ultimamente è il sacerdote, l’uomo dell’eucaristia, spezzata e condivisa, l’uomo che annuncia l’ultimo giorno che è quello della risurrezione, non è quello della morte. Questo è importantissimo.
Però, come dicevo ieri alla Messa, l’uomo dell’eucaristia, che però è annunciata a tutta l’umanità come abbiamo visto un po’ semplicemente prima, perché Melchisedek non era neanche ebreo, perché Abramo ha fatto una strage, perché Abramo è andato in una terra straniera, perché sappiamo tutta la storia della salvezza. Questo è importante. Io ogni tanto rischio nel dirlo perché uno può essere capito male e poi son cose delicate, io ogni tanto due volte l’anno lo dico quando dico “beati gli invitati alla cena del Signore”, dico sempre: lo so benissimo che tutti sono invitati ma che non tutti possono venire, perché la Chiesa ha giustamente messo delle norme, perché ci sono alcune situazioni della vita ecc ecc; però questo non significa che tu non sei invitato, questo non significa che questo pane non è spezzato per te che non puoi venire, per te che non sei cristiano, per te che sei contro il cristianesimo. Ecco dobbiamo vedere con chiarezza che l’eucaristia salva l’intera umanità: questo è chiarissimo, proprio dal punto di vista quasi teologico. Cioè Gesù non è venuto a salvare solo gli ebrei e i cristiani, questo è importantissimo dircelo con prudenza e delicatezza perché poi magari ti fanno dire le cose che non dici; Gesù è il messia dell’umanità, questo è sicuro al cento per cento. Lo voglio ribadire questo perché noi lo sappiamo benissimo, però culturalmente forse non lo sappiamo: dicevo ieri, non ci sono religioni migliori o peggiori, ma io son cristiano, quell’altro è nato in Africa e che c’entra lui, ma ci sono dei cammini. Senza entrare nella cosa pericolosa del relativismo, però di questo sono sicuro: tutti i cammini finiscono sulla collina di Melchisedek dove c’è questo banchetto di pane e vino. Quindi non ci sono religioni false, ci sono cammini e noi cristiani, che diciamo fra virgolette, abbiamo il cammino migliore, abbiamo una grande responsabilità, noi dobbiamo dire che l’eucaristia salva l’intera umanità, tutto si ricapitola, è fonte e culmine.
E’ chiaro che le nostre distinzioni culturali e religiose hanno una grande importanza, però quando muori non conta più niente, quando muori noi crediamo che tu arrivi alla collina di Melchisedek;.
Dicevo, perché non ci sono religioni false ma ci sono cammini: dopo la morte non ci sono più né maschi né femmine, né mogli, né mariti, figuriamoci cattolici o non cattolici. Perché l’ha detto Gesù: quando sarò sollevato sulla croce attirerò tutti a me. Come ebreo, Gesù non attira nessuno, come figlio dell’uomo attira tutti, come cattolico non attiro nessuno io, come figlio di Gesù Cristo attiro tutti.
Non so se mi sono spiegato: cioè è Gesù Cristo il baricentro della storia, non Don Francesco,il papa il Presidente il Re, questo è sicuro, mi sembra un fatto importante da approfondire perché qui si rischia anche di dire delle eresie, però questo è sicuro: l’eucaristia, quindi il sacerdote uomo dell’eucaristia, salva l’intera umanità. A me una cosa che piace tantissimo: quando sono diventato sacerdote il mio impegno di dire la Liturgia delle Ore anche per quelli che non la dicono. Ed è una cosa molto più profonda secondo me, è una cosa che mi piace moltissimo e ti dà la gioia di dire il breviario.
Quindi è importantissimo: l’eucaristia salva l’intera umanità, questo è il sacerdozio universale e poi dice la Lettera agli Ebrei si è rivestito di debolezza e proprio per questo deve offrire sacrifici per se stesso e per tutto il popolo. Ecco la vera universalità è che lui è entrato nel dolore dell’uomo, cioè il sacerdote è uno che ha la visione universale dell’umanità, quindi non sta sempre nell’oratorio ma sta anche fuori, non pensa solo ai bambini del catechismo ma anche a quelli che stanno sul muretto là in fondo che saranno pure drogati, ma cerca di fare qualche cosa.
Però soprattutto il sacerdote è uno che entra nel dolore dell’uomo. Si è rivestito della debolezza, cioè la vera universalità è il nostro dolore e allora il sacerdote è uno che entra in questo dolore dell’uomo, per me questa è la cosa più profonda, perché Gesù Cristo sulla croce cosa ha fatto? E’ entrato nel dolore dell’uomo, ha preso su di sé la nostra debolezza: questa è la cosa più grande del sacerdozio. Più grande proprio nel senso dell’universalità, quindi l’ultima caratteristica, siamo partiti dalla giustizia, è proprio l’universalità. Ciascuno seguendo il suo viaggio doloroso entra in questo grande mistero del sacerdozio che tutti ci comprende.
Quindi in un certo senso non dobbiamo convertire nessuno noi, io sono rimasto sempre colpito quando Papa Giovanni, ho letto, ha detto ad un ortodosso che voleva diventare cattolico, tu rimani pure ortodosso e cerca di essere un vero ortodosso. Senza esagerare questo che dico, che non vuol dire che non dobbiamo convertire nessuno, a parte che noi dobbiamo annunciare, se poi qualcuno si converte. Tra parentesi ho letto qualche piccola statistica: ci sono pochissime conversioni al cristianesimo, questo qualcosa significa, molti si convertono al buddismo, convertono per modo di dire, però mi colpisce che da noi non si convertono, forse vuol dire che la nostra testimonianza è un po’ mediocre..
Per non uscire fuori tema, la vera universalità è questo viaggio di dolore che tutti ci accomuna, perché è la vera universalità, perché non dobbiamo convertire nessuno, perché noi siamo tutti destinati a questo “quando sarò attirato da terra”, è questo che ci accomuna. Io devo dire ad un musulmano: tu devi diventare profondamente musulmano, non devi diventare cristiano, tra virgolette ma non troppo, perché il cammino che ci unisce, è questo comune obiettivo, è questo monte di Melchisedek, dove noi crediamo e questo è il nostro annuncio ad un musulmano, noi crediamo che ci troveremo tutti insieme a spezzare questo pane che è stato fatto anche per te, non ci dobbiamo più strappare gli idoli gli uni con gli altri, le guerre di religioni noi le abbiamo solo studiate perché non c’eravamo o forse ci sono ancora oggi, ma penso che siano state drammatiche. Le guerre di religione hanno creato un vulnus nell’umanità che non si rimargina più, io le chiamo il nuovo peccato originale, un disastro hanno fatto. Guerre di religione, guerre con la scusa della religione.
Concludo dicendo che era proprio un fatto fisico perché secondo me è questo il punto di arrivo: la salvezza che dà il sacerdote comune, ricostruita banalmente ma secondo me veramente dalla Scrittura, liberata da questi pesi di caste, ecc. che ancora vediamo in tante forme, da questi sovrappesi, deve arrivare a questa solidarietà che tocca proprio il dolore del mondo, il dolore quasi fisico del mondo, Paolo ci ha insegnato che la creazione geme,l’uomo spirituale geme, e lo Spirito stesso geme con un gemito diciamo solidale con ognuno di noi.
Una solidarietà che tocca il gemito fisico dell'uomo, per cui salvarsi vuol dire avere un pezzo di pane a mezzogiorno o essere liberato dalla malattia che lo sta rovinando.Farci solidali con l'umanità intera nel suo viaggio verso il volto del Padre.
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