CICLO DI CATECHESI SULL'ANNO SACERDOTALE - tenute presso la nostra parrocchia nell'anno PASTORALE 2009/10

“Liturgia e Sacerdozio”

 

di Sua Ecc Mons Brandolini

 

Lasciarsi conquistare pienamente da Cristo! Questo è stato lo scopo di tutta la vita di san Paolo, al quale abbiamo rivolto la nostra attenzione durante l'Anno Paolino dello scorso anno; questa è stata la meta di tutto il ministero del Santo Curato d'Ars, che invocheremo particolarmente durante l'Anno Sacerdotale; questo sia anche l'obiettivo principale di ognuno di noi. Per essere ministri al servizio del Vangelo, è certamente utile e necessario lo studio con una accurata e permanente formazione teologica e pastorale, ma è ancor più necessaria quella "scienza dell'amore" che si apprende solo nel "cuore a cuore" con Cristo. È Lui infatti a chiamarci per spezzare il pane del suo amore, per rimettere i peccati e per guidare il gregge in nome suo. Proprio per questo non dobbiamo mai allontanarci dalla sorgente dell'Amore che è il suo Cuore trafitto sulla croce.

Solo così saremo in grado di cooperare efficacemente al misterioso "disegno del Padre" che consiste nel "fare di Cristo il cuore del mondo"  

30 novembre 2009

 

Don Francesco

Permettetemi di dare il benvenuto a Mons. Brandolini che conosciamo tutti, io vorrei dire per il suo amore alla Chiesa che dura da tanti anni, perché ha contribuito con il suo ministero a farci vedere la bellezza della Chiesa. Non solo lei contribuisce con il suo ministero di vescovo a farci proprio gustare la bellezza della Chiesa apostolica, di questi apostoli che dal labbro stesso di Gesù hanno ascoltato il vangelo, e lei come vescovo, anche con il suo servizio alla Chiesa, toccando il cuore della Chiesa che è la liturgia, ci permette non solo di gustare ma quasi di toccare il mistero per poter in qualche modo assimilarci al Signore. Gli lasciamo volentieri la parola in questa IV catechesi sull’anno sacerdotale e con questa IV catechesi concludiamo la prima parte dell’anno sacerdotale che riprenderemo a Gennaio, e le nostre catechesi invece ora saranno più mirate sull’Avvento. Grazie per la sua presenza.

 

Mons. Brandolini

Buona sera. Sono felicissimo di stare qui con voi. Conoscete l’argomento di questa conversazione, spero di poter essere compreso da tutti con un linguaggio molto accessibile, ispirato profondamente al Vangelo da una parte e dall’altra al magistero del Concilio Vaticano II e più particolarmente ancora ad una lettera apostolica di Giovanni Paolo II intitolata “Pastores dabo vobis” (Vi darò dei pastori) ispirata ad una profezia di Ezechiele in cui il Santo Padre ha approfondito il discorso del sacerdozio, soprattutto del sacerdozio ordinato, cioè di coloro che, come noi, siamo pastori nella Chiesa.  Quindi mettere accanto il sacerdozio con questa esperienza la più forte che noi abbiamo di incontro e di comunione con il Signore che è la liturgia. 

 

Vi dico subito che articolerò questa mia conversazione in tre momenti: nella prima parte cercherò di approfondire il sacerdozio di Cristo. Gesù è il sacerdote della nuova ed eterna alleanza.  Queste parole vi sono note perché risuonano nel momento in cui noi celebriamo la presenza del sacrificio di Gesù nell’eucaristia, quando Gesù prese il calice, pronunziò la preghiera di benedizione, lo diede agli apostoli dicendo “Questo è il sangue della nuova ed eterna alleanza, sparso per voi per la remissione dei peccati”.

 

Alleanza, vorrei subito sottolineare questa parola, è potremmo dire una parola che percorre tutta la Bibbia dalla prima all’ultima pagina, forse con la quale non siamo molto familiarizzati, ma che vorrei tradurre con un linguaggio forse più vicino, ma anche questo che ci porta nel cuore, nella profondità di quel progetto che Dio ci fa conoscere attraverso le pagine della rivelazione biblica, che è la parola “comunione”. Comunione vuol dire unione con ed è il dono che Dio propone al quale invita e ammette gli uomini perché il Dio della rivelazione è il Dio che vuole stare con gli uomini, è il Dio con noi, ma è anche il Dio che sta dalla nostra parte, Dio per noi.

 

Ecco ci stiamo preparando a ricordare l’evento storico e salvifico della nascita di Cristo, dell’incarnazione del Figlio di Dio. L’incarnazione, come del resto la morte e la risurrezione di Gesù, l’avvenimento tra poco dirò iniziale e conclusivo di tutta l’avventura, se la posso chiamare così, di Gesù, altro scopo non ha avuto se non quello di essere un Dio con noi, di invitarci e di ammetterci alla comunione con Lui, di farci sua famiglia, suo popolo e per noi ha dato e continua a dare la vita.

 

Quindi nella prima parte mi fermerò sul sacerdozio di Gesù: in che senso, perché Gesù è il sacerdote di questa alleanza, venuto per manifestare e realizzare questo progetto, possiamo chiamarlo così, di comunione, di partecipazione alla sua vita che Dio offre a tutti gli uomini, non glielo impone, lo offre. Lascia che l’uomo conoscendo questo progetto gli dica il sì della fede, si apra al dono e vi corrisponda con la sua vita. Prima parte.

 

Seconda parte della mia riflessione: dirò che la comunità cristiana, quella che noi chiamiamo la Chiesa, i discepoli del Signore a cominciare dagli apostoli fino a tutti noi che siamo qui, siamo un popolo sacerdotale, tutti sacerdoti. Nel giorno, poco più di una settimana fa, della festa di Cristo Re universale sono risuonate nelle nostre assemblee le parole dell’Apocalisse in cui si ricordava che Dio ha fatto di noi un regno e sacerdoti. Ecco, tutta la Chiesa è un popolo sacerdotale. In che senso e come si esprime questo sacerdozio dei fedeli, che appartiene a tutti.

 

E finalmente nella terza dirò qualcosa su colui che chiamiamo sacerdote, ma che io, sulla base appunto di quello che dice Giovanni Paolo II, soprattutto in questa lettera che ho appena annunziato, chiama i pastori della Chiesa. Questo sarà l’argomento.

 

Vorrei invitarvi, raccogliendo una sollecitazione che  proprio Giovanni Paolo II fa all’inizio di questa lettera “Pastores dabo vobis” (Vi darò dei pastori secondo il mio cuore) con cui dice che noi dobbiamo volgere lo sguardo a Cristo. Il cristiano è colui che ha il coraggio di guardare, ecco vorrei dire meglio di contemplare il Cristo.  Noi contempleremo Cristo in due icone, in due momenti importanti della sua vita per scoprire perché e come Gesù è il sacerdote della nuova ed eterna alleanza.

 

La prima icona o se volete il primo episodio importante della vita di Gesù, lo racconta solo l’evangelista Luca.  Quest’anno a cominciare da ieri I domenica d’Avvento, inizio dell’anno liturgico, noi ascolteremo tutto il Vangelo di Luca, di domenica in domenica, avremo la possibilità di venire a contatto con questo grande trasmettitore del Vangelo, della buona notizia di Gesù, che viene comunemente chiamato “l’evangelista della misericordia”, perché la comunità che si è formata attorno a questo testimone di Gesù, era una comunità di gente emarginata, fatta di gente  poco considerata nella mentalità e nel costume di quel tempo, pubblicani, prostitute, gente che si era venduta ai romani, poveracci di ogni genere. Il Vangelo di Luca mette in risalto soprattutto della personalità di Gesù la misericordia di Dio che si incarna in Lui.

 

Bene Luca nel Cap. IV ci presenta Gesù, a Nazareth, trentenne, dove era cresciuto, che va di sabato, come ogni ebreo faceva e fa ancora oggi nella sinagoga, cioè nel luogo della preghiera, dove si ascoltava la parola di Dio e si pregavano i Salmi, un po’ come facciamo noi ancora oggi nella prima parte della messa e  si alza a leggere un brano contenuto nelle profezie di Isaia in cui Gesù dice, ecco sono le parole “lo Spirito del Signore è sopra di me, mi ha consacrato, mi ha consacrato, con l’unzione e mi ha mandato a portare il lieto annuncio, la bella notizia, della liberazione, della salvezza ai poveri, ai carcerati, a coloro che sono afflitti e bisognosi di liberazione e di perdono e per inaugurare, diremmo oggi, un grande giubileo, un anno, un tempo di grazia e di misericordia da parte del Signore”.

 

Queste erano le parole contenute nel Cap. 61 dell’attuale libro di Isaia, Gesù dopo aver pronunciate queste parole dice “queste parole oggi si compiono perché io - dice Gesù - sono colui che il profeta ha annunziato”. E Luca sottolinea che gli occhi di tutti erano fissi sopra di lui, con un po’ di sorpresa, perché quel giovanotto lo avevano visto fare il falegname in una bottega di un oscuro falegname o carpentiere che fosse e quindi sorpresi che egli potesse appropriarsi di queste parole per dire in altri termini “io sono il Messia che voi attendete e che Dio aveva già annunziato attraverso i profeti” e parla del Messia come colui sul quale si è posato lo Spirito, lo Spirito Santo, per consacrarlo ad una missione, una missione che è quella di portare un annunzio di salvezza a tutti coloro che sono in difficoltà e per inaugurare un tempo nuovo, un tempo di gioia, di speranza. L’evangelista Luca è anche l’evangelista della gioia.

 

Dunque Gesù è il consacrato dallo Spirito. Allora voi capite che se il nome Gesù era un nome abbastanza comune, molti si chiamavano Gesù al suo tempo, del resto anche in Spagna il nome Jesus è ancora molto frequente, da noi non si dà a nessuno, credo per rispetto. Ma Gesù in questa maniera diventa anche il Cristo.

 

Io quando spiegavo, poco fa parlavamo dei ragazzi della cresima, quando spiegavo da parroco ai ragazzi della cresima la figura e il dono dello Spirito Santo dato a Gesù, dicevo che Cristo è il nome proprio di Gesù, perché la parola Cristo è il nome proprio di Gesù.  Di questo consacrato, inviato da Dio, pieno di Spirito Santo, per una missione di liberazione  e di salvezza, il libro di Isaia non parla solo in questo Cap. 61, che ho appena ricordato che Gesù proclama all’assemblea di preghiera della sinagoga di Nazareth, ma ne parla anche nella seconda parte in quattro testi bellissimi, suggestivi che noi leggiamo durante i giorni della settimana santa, in cui a questo misterioso personaggio annunziato dal  profeta si dà anche il nome di “servo del Signore”.

 

Ieri mattina sentivo che ne parlava Mons. Ravasi in una trasmissione che lui fa su Canale 5 tutte le domeniche alle 9 meno 5 e che vi consiglierei di vedere perché è una delle proposte della Sacra Scrittura più profonde ma anche più semplici, accessibili a tutti. Nel battesimo di Gesù Dio, presentandolo alla folla, presentandolo anche all’umanità, investendolo del dono dello Spirito che si posa su di lui proprio in occasione del battesimo usa questa parola che il profeta Isaia aveva utilizzato per descrivere il Messia servo del Signore come servo. I Vangeli quando rileggono questa profezia attribuendola a Gesù, cambiano questa parola Servo in Figlio. Ricordate “questo è il mio Figlio del quale io mi compiaccio, il mio spirito è sopra di lui”.

 

Quindi chi è Gesù? stando a questa prima icona che vi presento allargata anche alla visione complessiva che il profeta Isaia ci dona del Messia? Gesù è il consacrato per un servizio, è un servo ma non nel senso di schiavo, ma è un servo che adempie la volontà del Padre che lo ha mandato, potremmo dire manifesta e porta a compimento il progetto del Padre che è un progetto di alleanza e di comunione in un atteggiamento, vi prego di accogliere questa sottolineatura forte che faccio, in un atteggiamento di obbedienza filiale. Gesù è il Figlio, il consacrato per una missione di salvezza che la compie, la realizza attraverso l’obbedienza alla volontà di Dio. “Quello che il Padre vuole da me, io faccio, sono venuto - dirà lui stesso - non per compiere la mia volontà, ma per compiere la volontà del Padre, per realizzare il progetto del Padre per la salvezza di tutta l’umanità”.  Ecco, Cristo servo, Figlio, che è consacrato dallo Spirito per essere obbediente alla volontà del Padre.

 

Mi fermo qui nella descrizione di questa prima icona evangelica che voglio completare con un’altra  nella quale si parla del volgere lo sguardo a Cristo.  “Gli occhi di tutti erano fissi su di Lui”. Noi abbiamo fissato gli occhi su questo misterioso personaggio annunciato dal profeta che abbiamo riconosciuto nel volto e nelle parole di Gesù nella sinagoga di Nazareth e prima ancora nel battesimo nel Giordano che inaugura la sua missione. Una missione che, inaugurata al Giordano nel battesimo e dunque anche subito dopo nella sinagoga di Nazareth, si conclude sulla croce e  il profeta, non più qui Isaia, ma un altro profeta Zaccaria aveva predetto che al momento della crocifissione di Cristo dovranno tutti volgere lo sguardo, fissare lo sguardo in colui che hanno trafitto, che è Gesù, perché solo volgendo lo sguardo a lui si ha quella salvezza.  E’ chiaro che qui “volgere lo sguardo” è un atteggiamento, voi capite, della fede, non è questione solo di conoscenza o di curiosità. Si tratta di  volgere lo sguardo per cogliere il significato profondo di quella croce e soprattutto di quel crocifisso.

 

Bene, il significato profondo di quel crocifisso e di quel momento che è  il momento culminante della sua missione, Gesù ce lo svela la sera precedente la sua passione quando insieme con gli apostoli, seduto alla tavola come voleva la tradizione biblica, sta compiendo questo speciale banchetto, questa cena particolarissima, ricca di significato simbolico, di elementi che non si mangiano, non si bevono tutti i giorni. Ecco che cosa voglio dire con l’espressione simbolica, nel quale si rende grazie a Dio. Il popolo di Israele in ogni famiglia, perché questa è una cena familiare, ricorda, fa memoria della liberazione dalla schiavitù di Egitto ma nello stesso tempo rinnova, ribadisce, riafferma la volontà della fede di vivere in alleanza, in comunione con Dio.  Voi ricorderete che subito dopo la liberazione dalla schiavitù, Dio, cinquanta giorni esattamente, alle pendici del Sinai riunisce  tutti coloro che erano stati liberati, o meglio dice a Mosè di riunirli insieme, poi dopo propone quelle dieci parole, le dieci parole dell’alleanza che sono le clausole per poter entrare in comunione, in amicizia con Dio, ricevere, partecipare alla vita di Dio, il popolo dice sì. Dice l’amen, amin che vuol dire il sì, d’accordo noi faremo tutto quello che tu ci hai chiesto, tutto quello che ci hai detto e dopo questo che cosa fa Mosè? Manda dei giovani, offre dei sacrifici materiali, probabilmente agnelli, poi prende il sangue lo versa prima sull’altare, segno della presenza di Dio in mezzo a questo popolo, segno materiale e poi lo versa sul popolo dicendo “questo è il sangue dell’alleanza, della comunione di vita che Dio oggi ha fatto con voi”. Sono parole di Mosè. Il sangue, perché nella mentalità della Bibbia il sangue è sinonimo di vita, anzi è sinonimo di comunione di vita.

 

Apro una piccola parentesi: nella tradizione sponsale, nel matrimonio, anche a Roma questo avveniva nel mondo pagano, il matrimonio si contraeva facendo una piccola incisione al polso, facendo uscire qualche goccia di sangue, si metteva il sangue dell’uno insieme a quello dell’altra e questo era il suggello di una comunione di vita, di una volontà di vivere insieme appunto espressa nel sangue. Il sangue che Mosè sparge a nome di Dio sul popolo è il segno di una vita che Dio comunica a coloro che, riuniti intorno a lui, dopo aver detto sì alla parola di Dio, diventano partecipi della sua stessa vita e diventano un popolo solo, una sola famiglia. Dio dice attraverso Mosè “sua speciale proprietà”, è quasi un matrimonio. E’ quasi un matrimonio che nella liturgia di Natale noi diremo che Dio è venuto, si è fatto uomo per sposare  l’umanità. Ecco il progetto di Dio: sposare l’umanità.

 

E di questo evento che si compie sulla croce, di una vita data al Padre per noi, Gesù aveva dato in qualche maniera l’anticipo la vigilia della sua passione quando prese il pane, e invece di dire “questo è il pane dell’amarezza che abbiamo mangiato in terra di schiavitù” dice “questo è il mio corpo dato per voi” e così fa con il sangue, segno della vita “questo è il sangue della nuova ed eterna alleanza, sparso per la remissione dei peccati”. E aggiunge “fate questo in memoria di me”, chiede agli apostoli che sono protagonisti di questa cena, chiede di ripetere in sua memoria non solo il gesto materiale, il rito potremmo dire così, ma chiede a loro di fare quello che lui ha fatto con i medesimi sentimenti, per usare un’espressione, che furono in lui. E quali sono questi sentimenti? Sono i sentimenti del figlio, del servo-figlio che dice sì al Padre fino all’estremo. Ecco il sacrificio di Gesù. 

 

Attenzione, il sacrificio di Gesù non è, non vi scandalizzate se dico così, prima di tutto la sua morte, ma, come dice San Paolo scrivendo ai cristiani di Filippi, il sacrificio di Gesù consiste nella sua obbedienza filiale al Padre, un’obbedienza che egli manifesta con un segno visibile e ben significativo che è quello della vita data, della vita offerta. Quindi Gesù chiede ai suoi discepoli di fare della loro vita quello che lui ha fatto della sua. Non necessariamente morendo fisicamente, ma facendo della propria vita un atto di amore. Quando Gesù dice a chi lo vuole seguire di prendere la croce, di abbracciare la croce, vuol dire questo, non vuol dire prima di tutto rassegnarsi davanti alle sofferenze che pure non mancano nella vita di nessuno di noi, ma vuol dire fate della vostra vita una vita data, persa per amore, perché chi perde la vita obbedendo come figlio al Padre, costui è veramente il mio discepolo.

 

Allora facciamo una piccola sintesi di questa prima parte: che cosa ha voluto dire per Gesù essere sacerdote? Ha voluto dire  offrire la sua vita al Padre per noi uomini e per la nostra salvezza, per la nostra liberazione e questo Gesù lo ha potuto fare per questo atteggiamento interiore, profondo, ricco che è l’obbedienza filiale, è un’obbedienza d’amore. Vedete lo schiavo obbedisce per forza, il figlio non obbedisce per forza, non è più figlio, ma obbedisce per amore perché il progetto che il Padre gli propone è il suo, è per il bene suo, capite allora: Gesù è sacerdote perché è stato consacrato dallo Spirito e lo Spirito lo ha reso capace di dire il suo sì fino alla morte e alla morte di croce.

 

Una piccola postilla, perché poi questo mi servirà molto dopo, anche ora che è glorioso alla destra del Padre e non può più morire, dice uno degli scritti più interessanti per capire chi è, perché Gesù è sacerdote della nuova ed eterna alleanza, cioè la Lettera agli Ebrei, un testo un po’ difficile probabilmente, è un’omelia che è stata pronunziata non sappiano da chi, un testo importantissimo, dice che anche ora che è glorioso alla destra del Padre Gesù è in atteggiamento di obbedienza. Si direbbe che mostra al Padre le sue piaghe e il Padre guardandolo gradisce l’obbedienza, il dono di sé, diciamo pure, il sacrificio di sé che Gesù continua a fare per noi uomini e per la nostra salvezza. Rimane in un atteggiamento perenne di offerta di sé.

 

E’ importante questo perché quando fra poco dirò che nell’eucaristia, che è il culmine di tutta la liturgia, adesso poi vi spiegherò questa parola, noi diciamo che Gesù si fa presente. E certo lo diciamo, è la fede “questo è il mio corpo dato in sacrificio, questo è il mio sangue versato in sacrificio” si fa presente non come un morto ma si fa presente vittima, offertasi a Dio in virtù, per la potenza dello Spirito Santo che lo ha reso capace di questo, lo fa presente e vivo, immolato e risorto in mezzo a noi che vuole unirci, ci propone di unirci per lui, con lui e in lui anche noi al Padre.

 

Ecco perché nell’eucaristia nella quale noi facciamo memoria del sacrificio di Cristo, lo rendiamo presente. Attenzione non ho detto che rendiamo presente la morte di Gesù, questa non si ripete più, una volta per tutte;  noi rendiamo presente il suo sacrificio, la sua stessa persona in atteggiamento sacrificale di obbedienza a Dio in modo che anche noi possiamo entrare nel dinamismo del suo sacrificio.

 

Non so se mi comprendete, sto cercando di tradurre nel modo più semplice possibile una teologia che non è di facile comprensione.

 

Passiamo al secondo punto della nostra riflessione che sarà più breve. Dio, dice San Paolo scrivendo al suo collaboratore e al suo discepolo Timoteo, ha scritto due lettere San Paolo a questo suo compagno di viaggio missionario e anche discepolo, Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati. E allora che cosa ha fatto Gesù? Lui che ha svolto quel ministero che abbiamo appena accennato, partendo dalla sinagoga di Nazareth, partendo dal battesimo al Giordano, in un periodo brevissimo, neanche tre anni, Dio vuole che l’opera del Figlio, ciò che il Figlio è stato e ciò che il Figlio ha fatto per la salvezza degli uomini sia continuata fino a che  egli venga, cioè fino al ritorno, alla venuta ultima del Signore, alla fine dei tempi. E allora che cosa ha voluto Gesù? Che ci fosse la comunità dei suoi discepoli tutti, siamo tutti, la Chiesa a prolungare questa sua missione in modo che a tutti gli uomini sia data la possibilità di conoscere e di entrare in comunione con il Signore Gesù e attraverso di lui con il Padre per trovare la salvezza e la pace.

 

Ecco, per questo Gesù dalla croce prima, ma poi soprattutto cinquanta giorni dopo, dona lo Spirito. Il frutto della sua pasqua, della sua morte e della sua risurrezione è il dono dello Spirito che egli dà a tutti i credenti e continua a dare a tutti i credenti perché in lui diventino una cosa sola.  Attenzione: della Chiesa e quando parlo della Chiesa, la parola Chiesa vuol dire assemblea, vuol dire convocazione, vuol dire riunione, San Giovanni nel suo Vangelo dice che Gesù è morto, Sant’Agostino dirà è morto ed è risorto, per fare la Chiesa, per riunire i dispersi, per raccogliere nell’unità della fede e dell’amore e quindi della pace, tutti coloro che gli dicono il sì e dicendogli il sì ricevono il dono dello Spirito, prima di tutto nel battesimo e poi in particolare nel battesimo confermato, suggellato, ecco la confermazione, ecco la cresima, in questo particolare sacramento.

 

In forza del battesimo e della confermazione noi abbiamo quello Spirito medesimo che Gesù ha ricevuto nel battesimo, diventiamo una sola famiglia, partecipiamo tutti alla comunione con lui e tra di noi, e tra di noi, importantissimo questo, per prolungare la missione di Cristo. Quale missione ? Bene, la missione di Gesù quale è stata ? Prima di tutto è stata diventare uomo, condividere con gli uomini tutta la realtà, dice la lettera agli Ebrei, tranne il peccato.  Poi Gesù ha realizzato la sua missione annunziando la buona notizia del Vangelo, poi Gesù ha realizzato la sua missione chinandosi su tutte le sofferenze dell’uomo per restituire tutto l’uomo alla sua dignità, aiutandolo a vincere tutte le forme di male che diminuiscono l’uomo, menomano la sua dignità, lo lacerano dentro e soprattutto, e vedete il Concilio dice soprattutto con il dono della sua vita, nella morte segno supremo della sua obbedienza al Padre come si è detto e nella risurrezione.

 

Cos’è la risurrezione? Ecco a me piace tanto questa intuizione bellissima di Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica quando dice che nella morte Gesù obbedisce al Padre, gli dice il sì, animato dallo Spirito, per la potenza dello Spirito e gli consegna il suo corpo, così come lo consegna a noi, immolato e glorificato nell’eucaristia e il Padre che cosa fa? Gradisce il sacrificio, accoglie il sacrificio, compiaciuto, diremmo proprio così, e gli restituisce la vita con la risurrezione, gliela restituisce per lui, a lui e attraverso di lui a tutti coloro che crederanno in lui.

 

Allora la Chiesa prolunga la missione di Gesù soprattutto la missione di annuncio del Vangelo. Luca nel suo Vangelo è l’unico che sottolinea che la missione di annunciare il Vangelo, di guarire malati, di salvare l’uomo da ogni suo limite, Gesù non l’ha conferita solo ai dodici apostoli, Cap. 10 ma subito dopo dice ne mandò altri 72 che erano discepoli, che vuol dire ? Che la missione di portare l’annunzio del vangelo è quella non solo degli apostoli e dei successori ma è di tutti i discepoli, tutti chiamati ad annunciare il Vangelo. Così come Gesù chiede a tutti i discepoli di perdere la vita, di donarsi per amore, di offrirsi in dono per amore. Allora ecco perché la Chiesa, la comunità cristiana è un popolo profetico.  Chi è il profeta? colui che annunzia la parola di Dio, non l’indovino, ma colui che parla a nome di Dio, questo è il profeta, tutti chiamati ad essere profeti, ma tutti chiamati a fare della nostra vita un dono, un atto di amore, un atto di culto a Dio, quindi tutta la Chiesa è popolo sacerdotale.

 

Cos’è la liturgia? Dice il Concilio: è l’esercizio del sacerdozio di Cristo. Esercizio è una parola un po’ difficile, è l’attuazione del sacerdozio di Cristo. Il sacerdozio di Cristo che consiste fondamentalmente nella sua obbedienza d’amore al Padre, rivive, deve rivivere in tutti coloro, e dovremmo essere tutti appunto senza distinzione che facciamo della nostra vita, del nostro tempo, del nostro lavoro, della nostra quotidianità, un atto di adorazione, di culto, di offerta a Dio. Capite cosa vuol dire popolo sacerdotale. E tutto questo noi lo facciamo soprattutto nella liturgia, esercizio del sacerdozio di Cristo nel quale noi continuando, la Chiesa nel suo insieme, continuando l’opera, la missione di Gesù, facciamo dono a lui e lo esprimiamo attraverso, dice il Concilio, segni sensibili cioè con parole e gesti che sono le parole e i gesti della nostra quotidianità ma diventano carichi di significato e di spessore quelle parole e quei gesti, ecco che cos’è la liturgia, con i quali noi rispondendo e assecondando il dono dello Spirito continuiamo a fare quello che Gesù ha fatto della sua vita.

 

Terzo aspetto e ci avviamo alla conclusione: nella Chiesa, che è tutta un popolo sacerdotale, vedete non ho citato un testo importantissimo che Mosè prima di tutto dice all’antico popolo di Dio, l’ho indirettamente accennato, quando dice “voi prima non eravate un popolo”, tutti discendenti di Abramo, etnicamente, per razza, tutti erano ebrei, ma ora, dopo che avete detto sì alla parola, alle parole che Dio vi ha svelate, a ciò che egli vi ha chiesto e dopo che siete stati aspersi, bagnati con il sangue ed avete ricevuto in dono la vita, voi siete diventati popolo sacerdotale, gente santa che Dio si è acquistata, si è fatto un popolo che gli appartiene, si è fatto sua proprietà.

 

Le stesse parole quasi le dice San Pietro nella sua lettera rivolgendosi ai primi cristiani “Voi siete un popolo sacerdotale, voi siete tutta gente resa santa dal dono dello Spirito”. E’ il dono dello Spirito che ci fa comunità, è il dono dello Spirito che conferisce a tutti e a ciascuno dei doni. San Paolo quando parla di questo evento che si  compie dice che la Chiesa è il corpo di Cristo, fa questa immagine. Guardate che questa analogia del corpo è un’analogia interessantissima, perché? Perché il corpo è uno ma le membra sono molte, non tutte le membra hanno la stessa funzione ma tutte sono importanti per l’armonia, prima di tutto, e per il benessere di tutto il corpo:  è vero che si può vivere senza una mano, non si vive senza testa, ma si vive male senza una mano, senza testa non si vive proprio, come non si vive senza cuore, si può vivere senza un piede.

 

Allora questa immagine del corpo ci aiuta a capire che in questo popolo che è tutto sacerdotale, che è come un corpo nel quale ci sono membra diverse, ci sono anche alcuni, ecco che arriviamo alla terza parte, alcuni che per singolare dono di Dio, per un particolare dono di Dio, hanno il compito, meglio prima la grazia dello Spirito, il dono dello Spirito e quindi anche il compito e quindi anche la missione, di essere quello che Gesù capo è nel corpo e questi sono i pastori.

 

Allora vedete in un popolo tutto sacerdotale, c’è un testo della liturgia del giovedì santo quando noi sacerdoti rinnoviamo gli impegni del nostro sacerdozio che dice così: “Egli comunica (Egli è Dio) Egli comunica il sacerdozio a tutto il popolo dei credenti”.Ecco quello che ho detto: tutti siamo un popolo sacerdotale perché abbiamo nel battesimo e nella cresima ricevuto il dono dello Spirito per fare della nostra vita un culto, un’adorazione, un’obbedienza filiale a Dio e per fare della nostra vita anche delle nostre occupazioni, del nostro vivere quotidiano un sacrificio spirituale. Che cosa vuol dire ? Vuol dire animato dallo Spirito che è lo Spirito dell’amore che ci conduce, che ci attrae verso Cristo e fa di tutti noi un corpo solo. “Egli comunica il  sacerdozio regale a tutto il popolo dei credenti e, attenzione a queste parole, con affetto di predilezione sceglie alcuni tra i fedeli nel popolo” li sceglie, che fa, che rende partecipi del ministero di salvezza di Cristo.  Allora non al di sopra, non al di fuori, del popolo sacerdotale che siamo tutti, ma dal di dentro Dio sceglie alcuni che rende partecipi in modo particolare del ministero di salvezza di Cristo.

 

“Tu vuoi, continua il testo del Prefazio del giovedì santo, nella messa del crisma quando noi sacerdoti rinnoviamo il nostro impegno, tu vuoi che nel suo nome, nel nome di Cristo, rinnovino il sacrificio redentore, preparino ai tuoi figli la mensa pasquale dell’eucaristia e, servi, servi, Gesù è il servo, ma vedremo adesso come ci dice Giovanni Paolo II in che senso servi, servi premurosi del tuo popolo, li nutrano, i fedeli, con la parola di Dio e li santifichino con i sacramenti”. Dunque conformati, resi conformi, calati dentro la forma di Cristo e di Cristo capo e pastore, i presbiteri, i sacerdoti, tutti siamo sacerdoti, i presbiteri, i sacerdoti nel senso più comune del termine, vengono resi partecipi della missione di colui che è il capo.

 

Giovanni Paolo II dice che l’essere capo si identifica con l’essere pastore: capo non nel senso di dominatore, uno che prevarica, ma di pastore, poi dirà di servo. Chi è il pastore? Che compito particolare ha il sacerdote consacrato con l’imposizione delle mani e con la preghiera, con un dono tutto particolare dello Spirito. San Tommaso d’Acquino dice che il pastore è colui che riunisce, o meglio è colui che  raduna, tiene uniti e guida coloro che sono affidati alle sue cure. Attenzione a questi verbi: riunisce, chiama, raduna, e il Concilio Vaticano II quando parla dei sacerdoti dice che questo ministero di convocazione, di riunione, per cui dai dispersi, dalla dispersione si arriva alla convocazione è il ministero soprattutto della parola, è la parola di Dio che crea il primo livello, posso dire così, della comunione, ma poi dice che li tiene uniti e come li tiene uniti? Li tiene uniti attraverso quei segni della nuova alleanza che sono i sacramenti ed in particolare li tiene uniti intorno alla mensa della famiglia che è l’eucaristia. Ecco perché l’eucaristia nella vita della comunità e soprattutto nella vita del prete è il sacramento che fa la comunità. L’eucaristia fa la Chiesa, costruisce la Chiesa. Ecco perché è il momento più importante, ecco perché  il culmine, il punto di arrivo di tutta l’attività di pastore è quello, e il punto da cui parte il tutto è quello.

 

E guida, guida come? Dice Giovanni Paolo II, guida con la carità, propria del pastore.  Qui il papa Giovanni Paolo II traduce con questo termine “carità pastorale” quello che Sant’Agostino dice essere un “amoris officium”. Il compito del prete, sacerdote ordinato, è quello non solo di annunziare il Vangelo, prima di tutto questo, per riunire, poi di rinsaldare i vincoli della comunione, dell’unità con il Signore Gesù attraverso la rinnovazione del sacrificio dell’alleanza nuova ed eterna che ci fa un corpo solo, e poi guidarli attraverso le vie della giustizia, della verità, soprattutto dell’amore, fino al supremo dono di sé.  La carità pastorale è il dono supremo che non si ferma davanti a nulla. Così si spiega anche la scelta del celibato, così si spiega anche il vivere tra la gente che  è proprio soprattutto del parroco.

 

Poco fa venendo parlavamo dell’esperienza parrocchiale:  oggi pomeriggio casualmente ad un certo punto passando, avevo appena finito una riunione, sono passato e ho visto mia sorella che stava guardando la televisione, oggi era l’ottantesimo compleanno di Don Antonio Mazzi, forse qualcuno di voi l’ha visto, e si è parlato del prete come l’uomo che vive tra la gente. Questa è la carità pastorale: è l’uomo che condivide le gioie e i dolori e allora anche quando egli presiede come capo tavola, interpreta le attese dei fedeli, le porta nella sua preghiera a nome di tutti a cui noi fedeli diciamo l’amen, il sì dell’adesione, allora è il momento più importante. 

 

Ecco perché l’eucaristia, che è il momento della liturgia più alto perché è il segno con il quale noi entriamo più pienamente in comunione con il Signore e tra noi è davvero il culmine della missione sacerdotale. Dice infatti il Concilio e così concludo: “Non è possibile che si formi una vera comunità cristiana, attenzione che queste parole sono parole importantissime, non è possibile che si formi una comunità cristiana, dico una parrocchia, se non avendo come radice, sennò si secca tutto, e come cardine, notate questi due termini sennò non si muove niente, non gira niente, la celebrazione della santa eucaristia” nella quale tutti siamo chiamati per Cristo, con Cristo e in Cristo, come popolo sacerdotale, guidati da colui che è pastore, che deve precedere tutti gli altri con le parole e con l’esempio a farci dono al Padre, nell’obbedienza filiale alla sua volontà come Cristo ha fatto e continua a fare nell’eucaristia.

 

Non è possibile se non avendo come radice e come cardine la celebrazione dell’eucaristia dalla quale celebrazione, specialmente nel giorno del Signore, devono prendere le mosse, devono ispirarsi, devono sostenersi, devono alimentarsi tutte le altre attività di una parrocchia tendenti tutte a formare lo spirito di comunità.  Anche questo bel giardino, mi ha fatto vedere l’oratorio il vostro parroco, anche questi spazi che sono collegati con la casa nella quale ci si raduna, la chiesa vostra parrocchiale si chiama chiesa ma anticamente quel luogo si chiamava casa della Chiesa “domus ecclesiae”, la casa dove la comunità si raduna e come tutti noi abbiamo bisogno di una casa per radunarci, per ascoltare la parola di Dio, per cantare la gioia dei momenti belli, per essere consolati e confortati nei momenti difficili, per andare avanti nella fede, nella speranza e nell’amore così è nella vita di una comunità parrocchiale nella quale, ripeto, l’eucaristia è il centro e il cardine e l’eucaristia domenicale allora in questa prospettiva, non è come dicono i vescovi italiani, una questione di precetto ma è una questione di esigenza, di bisogno. Tu quando stai lontano dalla tua famiglia, se ami i tuoi familiari non vedi l’ora di ritrovarti con loro.

 

Ecco perché la festa, la vera festa si realizza quando anche chi vive lontano e disperso si ritrova, si ritrova intorno ad una tavola apparecchiata, perché dice un proverbio “a tavola o si è amici o si diventa amici. Ecco l’eucaristia, l’importanza di questo momento, dalla quale noi attingiamo tutta la forza dell’amore per poterlo poi andare a raccontare, a testimoniare agli altri perché tutti siano davvero una cosa sola come Gesù ha pregato e per questo egli ha dato la vita. Grazie del vostro ascolto.

 

Abbiamo dieci minuti per fare qualche domanda.

 

Domanda

Fare delle domande è difficile perchè si resta ammutoliti davanti a tutto quello che lei ha detto. Io vorrei fare una domanda che è un po’ curiosa, sinceramente però mi è sorta una volta e gliela voglio proporre perché penso sia opportuna: il sacerdote, quindi parlo di un aspetto pratico, il sacerdote celebra la messa “in persona Christi”, è vero questo?

 

Risposta

Certo, solo lui, guardate noi possiamo tutti pregare e dovremmo tutti farlo, ma solo lui può dire “io ti perdono”, sono le parole di Gesù, “in persona Christi” vuol dire che il prete ha un dono particolare di prolungare l’azione di Gesù. Quando noi celebriamo l’eucaristia io, il vostro parroco, il vostro vice parroco non diciamo “Gesù ha detto questo è il mio corpo”, ma dice “Questo è il mio corpo”, parla in nome di Gesù, impersona, non fisicamente, Gesù, Gesù che è capo e pastore, il capo.

 

Giovanni Paolo II dice che lo Spirito Santo gli conferisce l’autorità spirituale. Autorità. Autorità: è importante questo: “auctor” sono andato a vedere uno dei vocabolari latini migliori, auctor è un termine che si dà alla levatrice, è colui che ti fa uscire fuori, che ti consente di vedere la luce, che consente alla tua vita di prendere contatto con tutto quello che ti circonda, ma autorità viene anche da “augere” che vuol dire aumentare. Allora chi è il prete? E’ uno che trasmette la vita di Cristo nella sua persona e nello stesso tempo prende per mano, ecco l’auctoritas, prende per mano per far crescere la vita, per farla progredire, per farla maturare sempre più, finchè, dice Paolo noi non arriviamo alla maturità completa, perfetta dice lui, di Cristo, fino all’età adulta. Il pastore che ci dà la vita, ma prima di tutto ci dà la vita di Cristo, ci trasmette, è il canale che ci trasmette, ma trasmettendoci il dono,  lui dice Giovanni Paolo II, deve imparare ogni giorno lui a farsi dono.

 

Quindi è importante, questa è l’originalità del prete: il capo, senza il capo il corpo muore, il capo è Cristo dice Paolo nelle due lettere agli Efesini e ai Colossesi, lui è il capo, noi impersoniamo il capo, voi impersonate le membra. Mentre senza le membra si vive male, ecco perché citiamo il Curato d’Ars (?) visto che siamo nel centocinquantesimo anniversario della sua morte, l’anno sacerdotale è stato indetto per questo, lasciate una parrocchia senza un prete, per dieci anni torneranno ad adorare le bestie diceva lui. Perché è il sacerdote che ci aiuta a crescere, vedete che qui vorrei distinguere tra autorità ed autorevolezza: il prete è rivestito di un’autorità che non si è data lui, perché gli è stata data come un dono, perché Dio sceglie, ma poi c’è l’autorevolezza per cui se è vero che è partecipe dell’amore sacrificale, dell’obbedienza sacrificale di Cristo, deve poi viverla questa obbedienza anche come persona, come impegno spirituale. 

 

E un’altra cosa che mi è sfuggita: che il sacerdozio, questo anche per raccogliere una confidenza che mi faceva il vostro parroco poco fa, il sacerdozio ministeriale si vive in forma comunitaria. Il prete non è un navigatore solitario, ma il prete è uno che deve sentirsi strettamente unito al vescovo e forma con i preti che caratterizzano il servizio pastorale in una chiesa, una fraternità per cui è un sacerdozio che si realizza collegialmente. Ecco voi avete avuto ospiti, mi diceva il vostro parroco, fino a poco tempo fa alcuni sacerdoti della vicina parrocchia di San …. E avete potuto sperimentare quanto è bello quando i preti anche di comunità vicine vivono insieme e insieme condividono il progetto pastorale ma condividono anche lo stile pastorale che è quello di stare in mezzo alla gente condividendo gioie e speranze, fatiche e dolori, come dice il Concilio deve fare la Chiesa nel mondo di oggi. Scusa ti ho tolto la parola ma mi hai fatto venire in mente queste due cose importanti.

 

Domanda

Le volevo domandare un aspetto rituale della liturgia eucaristica: proprio perché il sacerdote è Cristo mi sono chiesto una volta molto candidamente perché dopo l’elevazione del calice poi mangia il corpo e beve il sangue. Gesù  quando disse “prendete e mangiate”, non disse  prendiamo e mangiamo il mio corpo, perché il sacerdote mangia e beve il corpo di Cristo?

 

Risposta

Perché, essendo giuntura di comunione, ecco un altro aspetto, nel corpo dice San Paolo ci sono le giunture di comunione, sarebbero i nervi, sennò si sfascia tutto, allora il compito del prete, prima di tutto del vescovo e anche quello del diacono, i ministeri pastorali propri del pastore, il vescovo in pienezza e il prete insieme con lui ma anche in qualche modo del diacono, sono giunture di comunione E se è vero che lui agisce in persona di Cristo è vero anche che lui rimane un povero uomo che ha bisogno, lui per primo, di rafforzare la comunione e ha bisogno anche lui di nutrirsi di quel corpo che gli consente, a lui per primo, di vivere nella comunione e di agire per la comunione.

 

Capite? E’ un duplice ruolo, ecco perché ho voluto fare prima il discorso del sacerdozio dei credenti, non opponendo il sacerdozio dei fedeli con il sacerdozio ministeriale, perché il nostro sacerdozio si fonda sul battesimo, se uno non è battezzato non può ricevere il sacerdozio ministeriale, come quando uno si sposa ha bisogno di accertare che è battezzato, tutti i  sacramenti si fondano sul battesimo. Il sacerdozio ministeriale si radica nel sacerdozio battesimale quindi il sacerdote condivide con la gente gioie e speranze, fatiche e dolori prima di tutto perché è un cristiano pure lui anche se poi è al servizio anche, ma questo per un dono particolare che si aggiunge con un orientamento particolare, con delle responsabilità particolari a quelle che già gli competono come cristiano, perché è lui che deve obbedire alla parola, tutti dobbiamo obbedire alla parola, mica noi siamo dispensati sapete e come faremmo ad annunciarla agli altri se noi per primi, diventeremmo professori, noi siamo testimoni, prima di tutto siamo testimoni, questo si deve vedere. Anche quando il vescovo parla non la deve fare da maestro soltanto agli altri ma deve far trasparire da come parla che il primo ad essere toccato e messo in questione dalla parola che proclama agli altri, deve essere lui sennò predica bene ma razzola male e diventa un segno di contraddizione.

 

Ecco la grande responsabilità che esiste per armonizzare il dono che è gratuito e che noi non abbiamo meritato perché io, se penso a me, facendo riferimento per esempio ai miei compagni di seminario io dico che ce n’erano tanti più bravi di me che meritavano di esserlo prima e meglio di me eppure Dio ha scelto me, Dio vi ha scelti non perché siete i più bravi ma Dio vi ha scelti perché vi ama e basta.  Dio ci ama per quello che siamo e allora ci fa dono, poi c’è la corrispondenza che è soprattutto coerenza con il dono ricevuto. Il papa lo dice chiaramente, la carità pastorale, la capacità di farci dono ci è stata data dallo Spirito come grazia, il farci dono giorno per giorno in mezzo alla gente, questo è compito nostro, è fatica nostra, è cammino nostro, è impegno nostro e lo dobbiamo come testimoni anche davanti a coloro in mezzo ai quali viviamo.

 

Dobbiamo incarnare l’amore di Cristo, è l’amore di Cristo pastore che va a cercare la pecora perduta, se la mette sulle spalle, la riporta a casa poi chiama gli amici e dice venite ho ritrovato, ecc.  Quindi noi siamo discepoli ma siamo anche apostoli e testimoni, discepoli come cristiani, ecco perché Sant’Agostino diceva io sono cristiano con voi, vescovo per voi. Vedete come è chiaro questo: sono cristiano come voi, le stesse tentazioni che avete voi ce l’ho pure io, gli stessi problemi, la stessa fatica per vivere nella logica della croce e dell’amore ce l’ho io e questo ce l’ho anche con maggiore responsabilità per il maggior dono o con il dono particolare di responsabilità che mi è stato affidato, avete capito? 

 

Ecco perché bisogna voler bene ai propri preti, ecco perché bisogna amarli, collaborare con loro e bisogna anche qualche volta avere il coraggio di correggerli. Certo la correzione fraterna noi non la pratichiamo più. Io dicevo qualche tempo fa, quando me ne sono andato dalla Diocesi di Sora perché ho finito il mio mandato, voglio dire un grazie particolare, particolarissimo a quei pochi, pochissimi, io avevo 90 - 100 preti nella mia Diocesi ma ce ne avevo tre o quattro che avevano il coraggio di venire da me qualche volta a dirmi Padre Luca, non è che hai fatto tanto bene a dire o a fare questo, secondo me per questi e questi motivi. In genere i pastori d’anime vengono lasciati soli e invece anche la correzione fraterna è un aiuto: ci deve essere uno scambio come il prete per la sua paternità e per il suo ruolo ha anche il compito qualche volte gravoso, non compreso, di correggere, come un padre insomma. 

 

Attenzione che l’autorità e l’autorevolezza si giocano anche su questo fronte.  Nessuno contesta; dicevo pochi giorni fa ad un papà che si lamentava del figlio che non l’ha invitato al matrimonio ecc., ma ti domandi perché? Probabilmente tuo figlio non contesta il tuo ruolo di padre anche perché comincia ad essere padre pure lui perché ha un bambino e capisce cosa vuol dire essere padre, ma forse contesta il modo in cui hai fatto il padre. Ecco l’autorevolezza. Allora attenzione, noi non solo abbiamo l’autorità che ci viene come dono dall’impersonare Cristo, ma abbiamo anche il dovere sacrosanto e l’impegno non semplice di una autorevolezza cioè di lasciarlo trasparire. “Chi vede me, dice Gesù, vede il Padre”. Ognuno di noi preti dovrebbe dire “chi vede me, vede Cristo”.

 

Il prete non è isolato dalla comunità, lui è un fedele, anche lui, anche lui si batte il petto e dice mia colpa, anche lui si deve andare a confessare quando ha peccato, come tutti gli altri. Noi dobbiamo riscoprire questo aspetto del prete.  Perché io dicevo tante volte, io ho distrutto nella mia Diocesi, scusate questa espressione, io ho distrutto questa immagine che sta lì, il vescovo inaccessibile, il personaggio, no non voglio questo. Il mio più bell’elogio quando me ne sono andato, i sindaci molti dei quali mi hanno dato la cittadinanza onoraria, scusate se parlo di me, e la gente all’unanimità ha scritto Padre Luca è stato il vescovo della gente e mi ha visto piangere in certi momenti, mi ha visto preoccupato per la sorte degli operai della Fiat di Cassino che dipende dalla mia Diocesi, mi ha visto nel terremoto, ecc. questo deve essere. E anche con le sue miserie. Non c’è da meravigliarsi che il vescovo quando si congeda dalla sua comunità, il giorno quando sono andato via il 13 settembre l’ultima volta che ho celebrato l’eucaristia con la mia gente, la domenica successiva è arrivato il nuovo vescovo, nella messa di congedo la prima cosa per dare verità all’atto penitenziale della messa, era l’ultima che celebravo ufficialmente, ho detto “Fratelli cari, perché il mio atto sia vero è anche necessario che dopo aver chiesto perdono a Dio per le tante inadempienze, debolezze, ritardi, io domandi perdono anche a voi, a tutti voi, particolarmente ai miei più stretti collaboratori, ai miei preti”. E qualcuno mi ha detto: tu non devi fare così, perdi la dignità del vescovo. Come perdo la dignità del vescovo?

 

L’autorevolezza e l’autorità sono due cose importantissime. Per un papà: quando i vostri figli vi contestano domandatevi se è proprio quello il vero modo di fare il padre perché ci sta sempre questa tentazione o dell’autoritarismo o di questa sorta di cameratismo per cui dice mio figlio è come il mio più caro amico.  Non è che mi convinca molto. Il vescovo è veramente l’amico anche dei suoi preti, ma, proprio perché è padre, qualche volta deve avere anche il coraggio  di dire guarda che stai facendo, secondo me almeno per quello che mi risulta, forse mi sbaglio, ma aiutami a capire perché forse non stai facendo bene. Non è facile dire questo sapete. Così potete capire anche il ruolo del vescovo, una volta si diceva coniugare la carota con il bastone. Non è facile eppure è fondamentale per chi è auctor, per chi dà la vita e per chi si propone di far crescere la vita nelle persone alle quali è inviato come padre, capo e pastore.

 

Bene, allora grazie del vostro ascolto e tantissimi auguri di buon cammino d’avvento perché l’avvento è un cammino incontro al Signore che viene, ma anche del cammino della vostra comunità nel suo insieme.

 

 


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