La Bibbia di Gerusalemme è la traduzione
italiana dell'edizione 1973 de La Bible de Jerusalem. La Sainte Bible traduite
en français sous la direction de l'École Biblique de Jérusalem
, Paris, 1973 (un rifacimento integrale di essa, che molte polemiche ha suscitato
in Francia, è apparso solo di recente e, quindi, l'edizione italiana
non ne tiene conto). Già la prima edizione del 1955 rappresentava il
frutto del lavoro di una équipe formata dai migliori esegeti di Francia,
sotto la direzione dei domenicani della celebre Scuola Biblica, l'Ecole Biblique,
sorta presso la Basilica di S.Stefano a Gerusalemme, ad opera del p.Lagrange,
nel 1890. Per l'edizione del 1973 traduzioni e note sono state rivedute e verificate.
Hanno collaborato tra gli altri R.de Vaux, P.Benoit e Mons.L.Cerfaux. Nella
Bibbia di Gerusalemme grande importanza hanno le note di critica testuale, che
si propongono di ristabilire il testo biblico originale e le varianti principali
conosciute, in maniera da permettere al lettore di prenderne coscienza. Le sigle
TM (testo masoretico), LXX (Septuaginta), Volg (Vulgata), Q (Qumran) ed altre
indicano le differenti lezioni presenti nei diversi testi antichi. L'edizione
italiana della Bibbia di Gerusalemme non ha voluto ritradurre in italiano il
testo biblico tradotto dalle lingue originali in francese, ma ha scelto di riprodurre
semplicemente il testo della CEI, curato dalla Conferenza Episcopale Italiana,
secondo la “editio princeps” del 1971. Quando nelle note non si trovano le sigle
BJ (Bible de Jerusalem) o BC (Bibbia della CEI) vuol dire che le due versioni
(francese ed italiana) coincidono. Quando invece compaiono le due sigle vuol
dire che le due versioni adottano diverse traduzioni ed i motivi dell'una e
dell'altra sono spiegati in nota. In questi casi le note della BJ sono state
adattate alla versione BC.
Ogni libro o gruppo di libri è preceduto da introduzioni generali molto
dettagliate. Le referenze marginali sono riprodotte fedelmente dalla BJ. Un
sistema di segni aiuta la comprensione del testo, rinviando di volta in volta
ad altri passi biblici, utili per la comprensione di un versetto.
La Bibbia TOB (Traduction Oecuménique
de la Bible) riprende la traduzione della Bibbia a cura della Cei, mentre le
note e i commenti sono tradotti dalla II edizione francese del 1987, revisione
della precedente presentata ufficialmente alle Chiese di Francia nel 1975. Questa
traduzione costituisce una tappa fondamentale e irreversibile nel cammino ecumenico
e, più attenta alla fedeltà letterale rispetto alla “Traduzione
Interconfessionale in Lingua Corrente”, è corredata di introduzioni generali,
di introduzioni ai singoli libri e di note di carattere filologico, storico
e dottrinale, redatte da traduttori cattolici e protestanti in collegamento
con la commissione teologica ortodossa.
I libri biblici non sono riportati nell'ordine della
Bibbia Cei, ma seguono la Bibbia ebraica: dopo i protocanonici dell'Antico Testamento,
seguono i libri deuterocanonici, quindi i libri del Nuovo Testamento. Questa
scelta ha indotto gli editori a presentare una doppia traduzione del libro di
Ester, una secondo l'ebraico, l'altra secondo il greco.
L'Antico Testamento è tradotto sul testo masoretico,
salvo quei passi che vengono indicati nelle note come varianti importanti degli
altri manoscritti, specialmente quelli della versione greca dei “Settanta”.
I casi relativamente rari in cui ci si allontana dal testo masoretico sono segnalati
in nota.
Per i nomi propri di persona e i toponimi è stata
mantenuta la trascrizione adottata nella Bibbia Cei.
A partire dagli anni '70 le Edizioni San Paolo hanno pubblicato, in 46 volumetti,
una nuova traduzione della Bibbia, denominata "Nuovissima versione dai
testi originali".
I diversi testi sono stati poi raccolti in un unico volume, a partire dal 1983.
Questa traduzione si caratterizza per la sua aderenza al testo originario, rispettandone
anche le relative asperità, senza venire, quindi, incontro, alla scorrevolezza
della lingua. Alla preoccupazione di una immediata comprensione è, insomma,
preferita la lettera del Testo Sacro.
I traduttori sono tutti biblisti italiani e, fra essi, P.Rossano, C.M.Martini,
U.Vanni e molti altri.
Numerose note, segnalazioni di passi utili alla comprensione del testo, oltre
ad ampie introduzioni ed approfondimenti, arricchiscono le edizioni recenti.
Tutto questo apparato critico è stato rivisto, rispetto alla prima edizione
in volumetti separati, da A.Girlanda, P.Gironi, F.Pasquero, G.Ravasi, P.Rossano,
S.Virgulin.
Si tratta di una traduzione a "equivalenza dinamica" o “equivalenza funzionale”, che si distingue dalle altre perché cerca di rendere il testo ebraico e greco con parole e forme della lingua corrente, abitualmente usata nei rapporti interpersonali. Essa cerca di rendere i testi biblici accessibili ai principianti e comprensibili al lettore di oggi, privilegiando la trasmissione del contenuto rispetto alla conservazione degli aspetti formali delle lingue originali. Nonostante questa costante attenzione, la traduzione non è mai una parafrasi, ma resta fedele ai testi originali e rispetta le caratteristiche della lingua italiana e si sforza di non aggiungere né togliere alcuna informazione rispetto ai testi originali. E', però, evidente che questo tipo di traduzione talvolta impedisce al lettore di rendersi conto delle sfumature delle singole parole che sottostanno alla traduzione. Inoltre, questa traduzione tenta di colmare il divario culturale tra la realtà del tempo e del contesto in cui la Bibbia è stata scritta e quella dell'uomo contemporaneo, sebbene non sia trascurata la distanza tra queste realtà lontane e vengano mantenuti tutti i riferimenti al mondo palestinese e greco-romano. Dopo quattro anni di lavoro, nel 1976 è stato pubblicato l'intero Nuovo Testamento, mentre l'intera Bibbia è apparsa nel 1985 insieme alla seconda edizione del Nuovo Testamento. I libri Deuterocanonici sono collocati tra l'Antico e il Nuovo Testamento, preceduti da apposita introduzione che in particolare dichiara: “Il valore di questi libri fu ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa romana nel secolo IV d.C. Essi sono stati poi dichiarati canonici dalla Chiesa cattolica nel Concilio di Trento (1546). Da allora divenne comune il nome di libri Deuterocanonici (appartenenti al secondo canone o elenco). I Protestanti li chiamano generalmente Apocrifi, parola che originariamente significava “nascosti”. I Riformatori del secolo XVI non li hanno riconosciuti come canonici. Li hanno però considerati utili per l'edificazione personale e li hanno messi in appendice alla Bibbia. Così, ad esempio, la confessione di fede detta “La Rochelle” (1559) dichiara a questo proposito: “benché utili, non è possibile fondare su di essi alcun articolo di fede”. Le Chiese ortodosse, anche se non hanno mai preso alcuna decisione ufficiale li includono nelle loro Bibbie”.
Il Rabbino Dario Disegni (1878-1967) ha tradotto in quattro volumi il Tanak.
La parola Tanak designa per gli ebrei la Bibbia e deriva da TNK, le iniziali
di Torah (la Legge, il Pentateuco), Neviim (i Profeti) e Ketuvim (gli Scritti
o Agiografi).
Nel 1960 uscì la traduzione del primo volume Torah e Haftaroth, seguita
nel 1962 da quella dei Profeti Anteriori, nel 1964 dai Profeti Posteriori e
infine, nel 1967, a pochi mesi dalla scomparsa di Rav Disegni, il volume degli
Agiografi.
La Torah o Pentateuco è la prima parte della Bibbia. Si divide in 5 parti
che prendono il nome dalla prima o da una delle prime parole con cui hanno inizio.
Il contenuto della Torah è duplice: narrativo e legislativo. La parte
narrativa è fondata sia su avvenimenti storici che su racconti. La Torah
narra, dopo i racconti di creazione, in quale modo si creò un legame
speciale tra il Signore ed Abramo, come tale patto fu rinnovato con i discendenti
di Abramo via via fino alla generazione di coloro che uscirono dall'Egitto e
ricevettero il decalogo e la promessa della terra di Canaan.
La parte legislativa comprende nell'interpretazione rabbinica oltre ai sette
precetti cosiddetti “dei figli di Noè” cioè obbligatori per tutta
l'umanità, 613 precetti (Mizvoth) dei quali 248 positivi e 365 negativi.
Tale parte ha lo scopo di insegnare agli Ebrei quale sia il comportamento cui
debbono attenersi per conformarsi alla volontà divina. La tradizione
ebraica attribuisce la Torah a Mosè che l'avrebbe scritta sotto ispirazione
divina. Gli ultimi versetti che parlano della morte di Mosè, sono attribuiti
a Giosuè.
E' uso antichissimo nelle comunità ebraiche di leggere pubblicamente
a brani successivi tutta la Torah consecutivamente, da Bereshit a Devarim. A
tale scopo la Torah è stata divisa in 54 parascioth, tale essendo, secondo
il calendario ebraico, il numero massimo di sabati non corrispondenti a giorni
di festa solenne (mo'ed) o di mezza festa (chol hammo'ed) dell'anno.
Le paraschiot prendono il nome dalla prima o da una delle prime parole con cui
hanno inizio. La prima (Bereshit) si legge nel sabato successivo a Simchat-Torah
(in Erez Israel a Sceminì'Atsèreth), la festa della “gioia della
Torah”.
Col nome di Haftarà (plurale Haftaroth) si intende un passo tratto dai
libri dei Profeti che si legge dopo quello del Pentateuco (parascià)
le mattine dei sabati e dei giorni di festa solenne. L'etimologia del nome haftarà
è incerta. Probabilmente il significato è “(lettura) che rende
esente”, dato che, in tempi di persecuzioni in cui era stata vietata la lettura
pubblica della Torah, si leggeva l'haftarà (che esentava dalla lettura
della parascià).