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Quinta Domenica Ordinaria 5 Febbraio 2017

In questa settimana siamo invitati

a riflettere sul modo con cui

VIVERE la VITA CRISTIANA

PRIMA LETTURA:

Dal libro del profeta Isaia: Is 58,7-10

Così dice il Signore: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Credo che tutti abbiamo provato l'esperienza dello smarrimento e dell'incertezza, che a volte sconfina nella paura, quando, di sera, all'improvviso se ne va la luce in casa o per la strada su cui camminiamo. Tutto prende una dimensione diversa: non sai più dove sei, cosa ti stia succedendo e dove stai mettendo i piedi. È come quando ci si trova immersi nella nebbia di notte. Ma poi appena torna la luce o il sereno si prova un immenso senso di sollievo, quasi di gioia. Oggi, se facciamo bene attenzione, l'umanità, per tante ragioni, è come se avesse smarrito la luce. A volte ci sentiamo avvolti da un profondo buio dentro e fuori di noi. Tentiamo tanti discorsi sulla pace, sull'onestà, sulla tolleranza, ma paiono avvolti dalle tenebre, tanto da dubitare se serva anche solo ascoltarli. Abbiamo bisogno di luce interiore, ma chi merita di essere oggi considerato ?luce'. Ancor più a chi possiamo rivolgerci perché ci faccia luce? Gesù è la vera luce. Luce che illumina il mondo. Non riconoscere che Gesù è la luce corrisponde a scegliere di vivere nelle tenebre, ossia fuori dalla verità, e fare dell'amore per se stessi la vanità della nostra stessa esistenza, insieme a tante altre realtà del mondo, che pretenderebbero di prendere il posto alla Luce vera: una follia. Non ci scandalizziamo, allora, di questo uomo che vive nel buio.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Cosa faccio per costruire nel mio ambiente un luogo più bello? Sono così preoccupato delle mie cose da non guardare ai bisogni degli altri?

  • Cosa significa, secondo me, “occuparmi” dei miei fratelli?

SECONDA LETTURA:

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi: 1Cor 2,1-5

Io, fratelli, quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso. Mi presentai a voi nella debolezza e con molto timore e trepidazione. La mia parola e la mia predicazione non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.

Paolo non ha timore di mostrarsi debole davanti alla comunità ci Corinto. Nel mondo greco la sapienza dell’intelletto, l’eloquenza, la filosofia, erano la forma più alta di conoscenza umana. Paolo è capace di sfidare questa sapienza umana con la forza di Dio, ben consapevole che questa forza è quella croce “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Sono capace di testimoniare la mia fede con la semplicità del messaggio, oppure mi vergogno perché qualcuno considera la fede cristiana infantile?

  • Penso mai che il modo di pensare del mondo sia più intelligente e adeguato ad affrontare la vita piuttosto che il Vangelo?

VANGELO:

Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5,13-16

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Ci viene quindi richiesto innanzitutto l’impegno costante per dare sapore e senso alla nostra vita, perché non ci accada che, vuota di ideali ed insipida, perda quel bel fascino della conquista e ci faccia ritrovare a quote basse e mortificanti. Dobbiamo perciò lasciarci irrorare dalla luce di Cristo: è lo Spirito Santo ad illuminarci con i suoi doni ed è lo stesso Spirito ad orientare poi le nostre scelte. Soltanto ricevendo Amore da Dio diventiamo a nostra volta capaci di amarlo e di vedere dei fratelli nel nostro prossimo. È ancora la stessa luce divina a convincerci del vero bene e a distoglierci dalle nostre scelte sbagliate. Quando abbiamo così illuminato la nostra vita, ornandola di senso e di pienezza, il sale e la luce diventano gli elementi principali della nostra fedeltà a Dio e del nostro impegno di testimonianza nei confronti degli altri. Sarebbe peccaminoso però tenere solo per sé i doni di Dio, significherebbe che il sale ha perso il suo sapore e la luce è stata nascosta sotto il moggio. Qualcuno ha pensato e scritto che ancora oggi noi credenti in Cristo non siamo usciti dalle catacombe; domina ancora la paura di quella prima passione, di quella Croce, di quel sepolcro e di quella morte. La luce sfolgorante della risurrezione ancora non brilla, nella pienezza della fede. Sarebbe ancora in una tomba, “sotto il moggio” e, di conseguenza, non si è irradiata nei cuori degli uomini. Come è urgente ed attuale la richiesta che oggi ci fa il Signore!

Gesù inizia la sua predicazione quando dovrebbe fuggire, dopo l’arresto e la morte del Battista. E lo fa dalle terre di Zabulon e Neftali, terre maledette ed abbandonate, nella mentalità dei puri di Gerusalemme. E lo fa coinvolgendo pescatori chiamati a diventare apostoli. Quanta luce splende in queste parole! Anche noi, come Simeone al Tempio, possiamo stringere fra le braccia l’inaudito di Dio ed ammettere di avere incontrato la luce. Flebile, che a volte sembra essere travolta dalle tenebre, ma sempre luce. Luce che ci raggiunge attraverso l’obbedienza al cammino tracciato prima di noi. Nella lettura continua del vangelo di Matteo, domenica scorsa, la liturgia aveva proposto la difficile pagina delle beatitudini. E da questa domenica e per qualche settimana approfondiremo quella pagina facendola diventare carne e sangue. Se non viviamo le beatitudini, dice il Maestro, siamo come del sale senza sapore, come una città costruita in fondo ad una valle, una lucerna nascosta sotto lo sgabello. Cioè niente. Peggio: inutili. Una fede che non dà sapore, che non indirizza, che non illumina, è morta e sepolta.

Il sale era talmente prezioso nell’antichità da rappresentare, per molte categorie fra cui i soldati, la paga per il proprio lavoro, il “salario”. I rabbini dicevano che la Torah è il sale del mondo.

Non solo, dice, Gesù: anche i discepoli sono chiamati a diventare sale della terra. A diventare la nuova Legge di Dio che cammina per le strade, che si fa concretezza e scelta, fiducia e pazienza, abbandono e passione. Noi discepoli siamo chiamati ad essere come la Torah per il mondo d’oggi. È prezioso, il sale, perché insaporisce il cibo. Quanto è difficile mangiare un cibo insipido! E il sapore ha a che fare con la sapienza, dono di Dio. È sapiente chi mette sapore nella propria vita, e il sapore ci è donato dalla Parola vissuta e incarnata giorno per giorno. Diamo sapore alle cose che facciamo, alle parole che usiamo (niente discorsi insipidi per favore!). mettiamo sale in zucca ponendo sempre la Parola al centro dei nostri discorsi. Il sale, poi, impedisce ai cibi di corrompersi, è un modo eccellente di conservare le carne, ad esempio. Impedisce la corruzione morale, il predomino del male e della parte oscura nel mondo odierno. Ancora oggi il gesto di gettare del sale dietro le spalle, secondo una antica superstizione popolare, tiene lontani gli spiriti avversi. Il sale del vangelo impedisce alla nostra vita di corrompersi, di cedere, di perdere di sapore. Non solo: nella Bibbia il sale viene usato per sigillare un patto (2Cr 13,5), usato insieme al pane o da solo, manifestava l’inviolabilità di un’alleanza. Noi cristiani siamo sale del mondo, chiamati a testimoniare a tutti gli uomini il perdurante amore di Dio nei nostri confronti. Curioso il fatto che Gesù chieda ai suoi, sale della terra, di non diventare “insipidi”. I chimici ci rassicurano: il sale non può perdere il suo sapore. A meno di non mischiarlo con altre sostanze che lo sviliscono. Se cediamo a compromessi, se lasciamo che la parola del vangelo venga mischiata col buon senso, le abitudini, le consuetudini nostre e attribuite a Dio, perdiamo la capacità di salare.

Anche in Palestina le città e i villaggi erano costruiti sulla cima delle colline: per proteggersi dai nemici, per dominare la situazione, per sfuggire alle alluvioni. Siamo città costruite sul monte, punto di riferimento per il viaggiatore che cerca Dio, per chi cerca speranza. Certo, qualcuno dirà che nel passato la nostra fede, la nostra Chiesa era la più bella e ricca città sul monte, preziosa e luminosa, attirava tutte le persone. Oggi questa lucentezza risente dell’opacità dei secoli e, tutto intorno, altre città imponenti e magnifiche, all’apparenza, dominano il paesaggio. Come accade a certe nostre chiese storiche in mezzo alle grandi città: prima il campanile dominava tutto il circondario, ora alti palazzi e grattacieli lo sovrastano. Poco importa: siamo chiamati a mantenere viva la città di Dio, a non 4isabituarla. È tempo per cristiani forti, questo, non scherziamo.

Il capo famiglia, alla fine della giornata, prendeva una lucerna d’argilla riempita d’olio di oliva e, una volta accesa, la poneva in alto, su un lucerniere appeso al soffitto affinché la piccola fiammella illuminasse tutta la stanza. Noi cristiani, invece, spesso mettiamo la luce della fede sotto lo sgabello. Ci vergogniamo di essere discepoli o, se lo siamo, lo si vede solo durante la preghiera domenicale. Quanta poca luce cristiana vedo fra i cittadini, fra i commercianti, fra i politici… Un cristianesimo fatto di abitudine, che non incide sulla vita, che non cambia la storia! Che pena! La vigorosa pagina del vangelo di oggi ci scuota, ci convinca, ci inorgoglisca. Siamo già insaporiti, siamo già costruiti sul monte, siamo già accesi e illuminati.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Vivo una fede intimistica oppure sono capace di testimoniarla con coraggio?

  • Mi impegno a non perdere mai il gusto della vivere i principi cristiani facendo affascinare dal odo di pensare della cultura del mondo?