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XXIX Domenica Ordinaria 21 Ottobre 2012

XXIX DOMENICA ORDINARIA 21 OTTOBRE 2012
In questa settimana siamo invitati a riflettere sul RUOLO MESSIANICO che DIO ha voluto dare
a suo FIGLIO GESÙ

PRIMA LETTURA:
Dal libro del profeta Isaia: Is 53,2.3. 10-11:
Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori. Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore. Dopo il suo intimo tormento vedrà la luce e si sazierà della sua conoscenza; il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità.

Siamo davanti ad un altro stralcio del “Canto del Servo sofferente”! Il profeta Isaia mette in risalto il piano di Dio a cui è “piaciuto” prostrare il suo servo “amato” con dolori! Non è una logica tanto incomprensibile. Anche noi spesso chiediamo sacrifici alle persone che amiamo in favore di altre persone ugualmente che amiamo e che hanno bisogno di quel sacrificio! Dio lo ha chiesto al figlio suo prediletto! Accettiamo questa logica di Dio e vedremo con una luce nuova le cose del mondo.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:
– Mi capita di desiderare di piacere di più agli uomini, piuttosto che di piacere a Dio nel mio comportamento quotidiano?
– Sono capace di compiere dei sacrifici di espiazione per i miei peccati e quelli dei miei fratelli?

SECONDA LETTURA:
Dalla Lettera agli Ebrei: Eb 4,14-16:

Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia, così da essere aiutati al momento opportuno.

L’autore della lettera agli Ebrei ci offre un’immagine di Gesù SOMMO SACERDOTE non distaccato dagli uomini, ma pienamente inserito nella vita concreta. Questa consapevolezza ci dà forza e sicurezza per mantenere ferma la Professione della nostra fede perché essa si radica non su un Dio totalmente assente dalla vita quotidiana, ma realmente presente ai bisogni profondi dell’uomo.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

– Cerco di prendere Gesù come esempio per diventare anche io ponte tra Dio e l’umanità?
– Cosa faccio per rendere la mia vita vicina a quella dei miei fratelli, sull’esempio di Gesù?

 VANGELO:

Dal Vangelo secondo Marco: Mc 10,35-45:

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Gesù reagisce vivamente di fronte alla minaccia che pesa ancora una volta sulla sua comunità a causa dell’ambizione sfrenata di avere i primi posti, di conquistare il potere. La sua lezione è molto severa, quasi solenne. Egli propone in compenso una nuova economia sociale: quella di una comunità senza potere la cui sola regola è servire, fino a offrire la propria vita per i fratelli, bevendo il calice fino all’ultima goccia. E per tutti i suoi membri, perché tutti sono fratelli. All’immagine del capo che comanda si oppone quella del capo che serve. Ed ecco che i capi avranno paradossalmente un solo compito: servire. Il suo prototipo è il Messia, diventato piuttosto il Figlio dell’uomo, schiavo di tutti gli schiavi, per il riscatto dei quali egli offre quello che possiede e quello che è: tutto. Perché egli applica una tecnica poco impiegata per guarire la società umana, una sorta di omeopatia: la schiavitù di Gesù e la nostra guariranno giustamente tutta l’umanità dalla sua schiavitù endemica. Egli ha appena formulato il suo progetto di comunità, la sua carta “costituzionale”, alla quale tutti i partecipanti devono aderire: ognuno è servitore di tutti.

La reazione dei discepoli alla terza predizione della Passione è peggiore delle precedenti. Dopo la prima ci fu un forte diverbio tra Gesù e Pietro, il quale pensa secondo gli uomini e non secondo Dio ( Lc 8, 32-33). Dopo la seconda ci fu l’incomprensione e il mutismo da parte di tutti gli apostoli, intenti a litigare su chi fosse il più grande (Lc 9, 32-33). Dopo la terza ci si aspetterebbe un minimo di comprensione. Ma è come se Gesù non avesse detto nulla. Anzi, due dei prediletti, Giacomo e Giovanni, invece di ascoltarlo e fare la sua volontà, vogliono che lui li ascolti e faccia la loro. E’ il capovolgimento del rapporto fondamentale della fede. Certe verità e certe conseguenze delle proprie scelte di vita sono dure da accettare. Ci si dichiara completamente disponibili a Dio, ma in realtà si continua ad avere i propri programmi e interessi personali e sogni di grandezza umana. Giacomo e Giovanni non pretendono di avere il posto di Gesù, ma vogliono essere i primi due dopo di lui. Un simile modo di agire in una comunità può solo suscitare rancori, gelosie, contrasti e divisioni. Gesù ritorna sul dovere dell’umiltà e del servizio e pone se stesso come modello da imitare. Egli non si mette nella logica dei grandi di questo mondo: non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per la salvezza di tutti. Egli riprende il discorso della croce e ne precisa il significato. Essa è: “servire e dare la propria vita in riscatto per tutti”. Il termine “riscatto” rievoca un contesto giuridico: quando un uomo cade in schiavitù, o viene rapito e sequestrato, e non può pagare il riscatto, tocca al suo parente più prossimo pagare al suo posto. E’ quanto ha fatto Dio nei confronti d’Israele, liberandolo dalla schiavitù dell’Egitto e da tutte le schiavitù successive. In primo piano non c’è la giustizia, ma la solidarietà: il parente più prossimo non deve prendere le distanze, ma sentirsi coinvolto fino al punto di sostituirsi al parente caduto in schiavitù, fino a pagare per la sua liberazione, per la sua salvezza. Ecco la logica della croce: l’ostinata solidarietà di Dio rivelatasi a noi in Cristo. Il cammino della croce non è in primo luogo soffrire, ma servire e dare la vita per tutti. Il discepolo quindi deve seguire il Cristo, servo sofferente di Dio, fino al dono totale della vita per tutti: “Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Di conseguenza, nella Chiesa c’è una sola regola uguale per tutti: servire e dare la vita. E l’autorità dev’essere capita ed esercitata come situazione in cui la logica della croce si fa più chiara, più esplicita e più convincente. E’ giusto voler stare vicini al Signore, è bene desiderare di essere come Dio. Il male sta nel fatto che non conosciamo il vero Dio e crediamo di essere come lui proprio in quello che lui non è assolutamente. L’essenza di Dio, la sua Gloria, è l’amore che si fa servo e ultimo di tutti. Si sta vicino a Gesù, non cercando i primi posti, ma l’ultimo, perché egli si è fatto ultimo di tutti. La Gloria, sinonimo di Dio, in ebraico significa “peso”. Il suo eccessivo amore, dall’alto dei cieli l’ha fatto scendere fino a noi, al di sotto di tutti noi: “Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,5-8). Ogni nostra esaltazione è vanagloria, vuoto, assenza di peso: la massima dissomiglianza da Dio. La sua “gloria” è l’abbassamento fino alla morte di croce, esaltazione dell’amore e fine di ogni vanagloria. Alla sua destra e alla sua sinistra, al posto di Giacomo e di Giovanni, saranno intronizzati due malfattori, rappresentanti di tutti noi. “Voi sapete che coloro che sono ritenuti capi delle nazioni le dominano, e i loro grandi esercitano su di esse il potere” (v.42). Questa situazione è ancora attuale. Simile spettacolo si ripete a tutti i livelli, dove ci sono uomini che danno egoisticamente la scalata al potere e abusano della loro autorità. L’istinto del dominare è profondamente presente nel cuore dell’uomo e lo corrompe. Gesù non è un rivoluzionario politico, ma mira a rivoluzionare i suoi discepoli nell’intimo del loro spirito, imponendo loro una legge fondamentale che non solo vieta il dominio, ma imprime alla loro comunità una fisionomia completamente nuova. Per essi vale il paradossale principio: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 18,14). Questo principio è stato sperimentato nella vita di Cristo e ha funzionato: “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome” (Fil 2,8-9). La morte di Gesù è l’atto più grande con il quale egli attua il suo servizio in favore degli uomini. Come Dio accolse il sacrificio del suo Figlio, così egli richiede a tutti coloro che entrano in alleanza con lui, la disponibilità all’identico servizio sull’esempio di Cristo.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

– Mi domando mai profondamente cosa mi spinge a seguire Gesù? Cerco di trovarvi semplicemente dei vantaggi umani piuttosto che avere un vero amore per lui?
– Cerco l’onore e la lode nel seguire Gesù oppure sono disposto anche a soffrire per lui?