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VII Domenica Ordinaria 19 Febbraio 2017

In questa settimana siamo invitati

a riflettere sulla CONSAPEVOLEZZA

del nostro ESSERE SANTI

perché creati ad IMMAGINE di DIO

e sull’IMPEGNO

a vivere da SANTI.

PRIMA LETTURA:

Dal libro del Levitico: Lv 19, 1-2. 17-18

Il Signore parlò a Mosè e disse: «Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: “Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo. Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore”».

“Io sono santo”. Se c’è un attributo esclusivo di Dio, che appartiene a Lui solo, è proprio la santità, come ripetiamo nel Gloria “tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo…” Allora noi? Come fare per diventarlo? Noi siamo chiamati a partecipare alla Sua santità. Come il vetro partecipa alla luce del sole e sembra un tutt’uno con esso quando è inondato dalla luce, così la nostra anima, che è il vetro, deve diventare così trasparente da riflettere una luce che viene da oltre, che viene da Dio. Solo che dopo il peccato originale e ogni nostro peccato personale, l’anima non è più vetro, ma specchio. L’io ha preso il posto di Dio; si autocompiace del bene che fa’, si gloria di qualità che… non ha, e anche se le ha non le attribuisce al datore di ogni dono, ma a se stesso. Finché c’è questo conflitto d’attribuzione e questo ego così accentratore, non ci può essere vera santità. “Sarete santi guardando Me che sono santo! Non guardando voi!”

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Penso alla mia santità come conquista in base ai miei meriti davanti a Dio? Sono convinto che è la sua grazia che mi rende santo?

  • Coltivo rancore, odio verso i miei fratelli? Come combatto queste tentazioni se fanno capolino nella mia coscienza?

 

 

SECONDA LETTURA:

Dalla prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi: 1Cor 3, 16-23

Fratelli, non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi. Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio. Sta scritto infatti: «Egli fa cadere i sapienti per mezzo della loro astuzia». E ancora: «Il Signore sa che i progetti dei sapienti sono vani». Quindi nessuno ponga il suo vanto negli uomini, perché tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa, il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio.

Bonhoeffer diceva che un cuore puro è un cuore che non si macchia col male, ma neanche con il bene, cioè non lo guarda autocompiacendosene e gloriandosene, come faceva il fariseo, ma si ritiene indegno di alzare gli occhi al cielo. Per diventare santi dobbiamo diventare come l’acqua che non ha più un colore proprio, non dice più “io” ma prende tutti i riflessi della luce che viene da oltre e che la investe. E irradia tutti i colori della luce. E così il Signore per aiutarci a diventare santi, passa il tempo a rompere gli specchi in cui specchiamo il nostro “io” e le statue di noi stessi che ci costruiamo. E’ la più grande grazia e il più grande segno che ci ama, quello di non permetterci di innalzare la nostra statua (per poi contemplarla), ma di frantumarla continuamente. Ciò che fa di noi un tempio di Dio è la sua grazia e la “mano” di colui che ci plasma.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Cosa suscita in me il desiderio di Dio di abitare nella mia persona? Penso mai a questa verità quando ricevo la Comunione?

  • Ho una cura spirituale profonda della mia persona perché possa essere una immagine autentica di Dio facendo trasparire nel modo di pensare, di comportarmi, di parlare?

 

 

VANGELO:

Dal Vangelo secondo Matteo: Mt 5, 38-48

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Occhio per occhio e dente per dente”. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico”. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Porgere l’altra guancia è un detto universale, conosciutissimo, anche se – probabilmente – poco esercitato. Eppure non è il più scioccante del Vangelo, a paragone di un altro comando: “Amate i vostri nemici”. Questo è davvero un unicum del cristianesimo. Gesù sta spiegando la giustizia del regno, finora inchiodata all’occhio per occhio dente per dente, mostrando che la più grande è quella che risponde al male con il bene, qualunque sia il torto. La legge del taglione per frenare la vendetta, sospendeva la violenza con una pena uguale a quella subita e tutto finiva lì. Noi vorremmo imparare da Gesù a riaprire la storia, ad offrire un’alternativa: non opporsi, porgere, lasciare, fare, dare, amare. Questo rende perfetti. Porgere la guancia non è cedere alla violenza, ma volgersi, dirigersi, tendere. Non è subire, è un’azione forte che mette in questione e interpella con forza l’altro; più che un semplice atteggiamento virtuoso, significa che l’altro t’importa molto e allora gli proponi una via nuova. Questo cambia le persone, prima ancora che le situazioni. Se lo ami, non è più nemico. È così alta e profonda questa chiamata che la s’intuisce prossima al mistero di Dio. Lui solo è così! E anche noi figli possiamo somigliare al Padre. Questo è un dono che appartiene a una nuova epoca, che esprime il massimo della gratuità nel dare senza aspettare in cambio, è una non-violenza attiva, è amore che ricrea (se amare è come generare un figlio, perdonare è come risuscitare un morto), è lo stile della vita del popolo nuovo.

Siate santi perché io sono santo. Così Dio dice al popolo che si è scelto. E solo in questa prospettiva siamo in grado di prendere sul serio la pagina delle beatitudini e il successivo lungo e impegnativo discorso della montagna. È veramente possibile vivere il paradosso del vangelo? È veramente proponibile questo stile di vita? Questo tempo fra Natale e la Quaresima ci obbliga a riflettere sul fatto, che non è possibile ridurre la fede cristiana a una serie di comportamenti, ad una morale. Peggio: la morale cristiana, senza Cristo, è immorale, perché impossibile. Ma se la prospettiva in cui ci mettiamo è l’imitazione del Padre, allora la cosa cambia, radicalmente. Divento capace di amare fino all’inimmaginabile, perché così sono amato da Dio. Non perché mi sforzo, non perché sono un eroe, ma perché sono consumato dalla presenza, perché l’incontro con Dio mi ha cambiato nel profondo. Il proverbio “occhio per occhio e dente per dente”, che a noi sembra barbaro e primitivo, in realtà era una forma di moderazione, di misura: la reazione doveva essere proporzionata al danno, all’offesa. Se ci guardiamo attorno, già solo questo sano principio fisico aiuterebbe non poco l’umanità a orientarsi verso la giustizia: quante volte la reazione è sproporzionata, abnorme. E senza andare a cercare le grandi relazioni internazionali, pensiamo ai rapporti in famiglia, in ufficio, in auto: un piccolo gesto, una parola di troppo, scatena una reazione eccessiva, uno scatto d’ira. Eppure Gesù propone al discepolo di osare di più, di andare oltre, di non opporsi al malvagio. Intendiamoci: se un pazzo sta accoltellando mio figlio lo difendo ad ogni costo ed è bene che lo faccia. Ma, in determinate occasioni, lo Spirito può infiammare i nostri cuori rendendoci capaci, come Cristo, di donare la vita. Certo, nel quotidiano non ci succede di rischiare la pelle (e meno male!), ma di dover scegliere se reagire ad una provocazione, sì. E penso alle tante volte in cui mi sono trovato nella condizione di reagire in malo modo, di assecondare la stanchezza o l’irritazione e di prendermela con qualcuno e mi sono sentito la parola del vangelo salirmi dal cuore. La storia, da Santo Stefano e Francesco, da Gandhi ai tanti testimoni dell’oggi, ci dice che la pace vissuta con profondità può scardinare le logiche violente del mondo. Era normale, al tempo di Gesù amare e perdonare, era previsto e predicato dai rabbini. Ma l’amore e il perdono erano ristretti al popolo di Israele. Il nemico andava odiato. Allora capiamo la follia della predicazione di Gesù, che sovverte l’ordine: amare chi ti ama non è opera meritoria, pregare per chi ti è nemico, augurargli la conversione, non la morte, significa imitare il Padre. E il Figlio, che sulla croce perdona i suoi assassini. È normale trovare antipatico chi ci contrasta. È evangelico scegliere di passare sopra alle antipatie per trovare ciò che unisce. È normale difendere le proprie cose, il proprio territorio, la propria famiglia. È evangelico scegliere il dialogo, il confronto, la conoscenza reciproca per farlo. È normale che d’ogni tanto la parte oscura che c’è in noi emerga. È evangelico lasciare che la parte luminosa sconfigga la parte peggiore di noi. Se essere cristiani non cambia le nostre scelte, se non cambia la nostra vita, le nostre reazioni, significa che il Vangelo non ha davvero arato il nostro cuore. Gesù è asciutto e diretto, chiede tanto perché dona tanto. Non vuole che i suoi discepoli siano all’acqua di rose, bravi ragazzi insipidi e anonimi, ma uomini e donne capaci di dire chi è veramente Dio, di chi può essere davvero l’uomo. E Matteo conclude: imitate il Padre, imitate Dio, siate perfetti come lui.

Non in uno sforzo impossibile, ma nell’accoglienza dell’opera di Dio in noi. Inoltre la cosa che incuriosisce è il fatto che Luca, riprendendo questo testo, decide di apportare una correzione: siate misericordiosi, dice, come è misericordioso il Padre vostro. Aveva paura, Luca, dei cristiani che pensano di essere migliori, che diventano professionisti della fede, neo-farisei, giusti ed ipocriti. La perfezione di Dio consiste nella sua misericordia, nel guardare col cuore alla nostra miseria. Imitiamo il Padre quando vediamo nel violento una scintilla di bontà da far crescere. Imitiamo il Padre quando guardiamo al lato luminoso della realtà e delle persone. E di noi stessi. Imitiamo il Padre quando è la compassione a prevalere.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Quanto è presente la dimensione del perdono nella mia vita cristiana? Perdono ricevuto e perdono concesso.

  • Cosa rende difficile nella mia vita la radicalità delle parole evangeliche?