Skip to content
 

Domenica delle Palme 25 Marzo 2018

In questa settimana siamo invitati

a riflettere sull’IMMAGINE

del FIGLIO DELL’UOMO

SOFFERENTE

 

PRIMA LETTURA:

Dal libro del profeta Isaia: Is 50, 4-7

Il Signore mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Solo chi vive in una comunione di fiducia con Dio Padre può sopportare le situazioni di vita insostenibili umanamente! Il Signore chiede ai suoi profeti di essere degli “iniziati” soprattutto nella sofferenza per poter capire coloro che soffrono! Sono proprio loro che per primi devono sapersi affidare a Dio nella prova ed essere sicuri del suo aiuto!

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Come vivo il mio rapporto con la sofferenza? Sono capace di sopportare con un totale abbandono fiducioso a Dio?

  • Cosa vuol dire per me essere vicino alle persone che soffrono?

 

SECONDA LETTURA:

Dalla lettera di S. Paolo apostolo ai Filippesi: Fil 2, 6–11

Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!”, a gloria di Dio Padre.

Questo inno, ormai entrato nel cuore della tradizione della Chiesa esprime in una pennellata meravigliosa il quadro più eloquente del pensiero di Paolo sull’amore donato di Dio nel figlio Gesù! Questo amore si esprime con diverse caratteristiche: servizio, obbedienza, uguaglianza, donazione, esaltazione! Sono tutti ingredienti che ogni cristiano può mettere nella sua vita per renderla immagine di quell’amore donato!

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Quanto orgoglio c’è in me che mi impedisce di operare il servizio e la condivisione dei miei doni con gli altri?

  • Sono convinto che è Dio che esalta, oppure mi esalto da solo?

 

VANGELO:

Dal Vangelo secondo Marco: Mc , cap 14-15

+ Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Marco

Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: “Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo”. Gesù si trovava a Betania, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: “Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!” Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: “Lasciatela stare: perchè la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto.

Allora Giuda Iscariota, uno dei dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno. Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: “ Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?” Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: “Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà dite al padrone di casa: <<Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?>>. Egli vi mostrerà al piano superiore, una grande sala, arredata e già pronta; Lì preparate la cena per noi”. I discepoli andarono e entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua.

Venuta la sera, egli arrivò con i dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: “In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà”. Cominciarono a rattristarsi e a dirgli uno dopo l’altro: “Sono forse io?”. Egli disse loro: “Uno dei dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’Uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”

E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: “Prendete, questo è il mio corpo”. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: “Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: <<Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse>>. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”. Pietro gli disse: “Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!”. Gesù gli disse: “In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”. Ma egli, con grande insistenza, diceva: “Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Giunsero a un podere chiamato Getsemani, ed egli disse ai suoi discepoli: “sedetevi qui, mentre io prego”. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu”. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro : “Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole”. Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: “Dormite pure e riposatevi! Basta! E’ venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino”. E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: “Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta”. Appena giunto, gli si avvicinò e disse: “Rabbì” e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: ”Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!” Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo Seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e o afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi, Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: “Lo abbiamo udito mentre diceva: <<io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo>>”. Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: “Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?”. Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?”. Gesù rispose: “Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”. Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: “Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?”. Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: “Fa’ il profeta!”. E i servi lo schiaffeggiavano.

Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: “Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù”. Ma egli negò, dicendo: “Non so e non capisco che cosa dici”. Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo ricominciò a dire ai presenti: “Costui è uno di loro”. Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: “E’ vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo”. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: “Non conosco quell’uomo di cui parlate”. E subito per la seconda volta un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: “Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai”. E scoppiò in pianto. E subito al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: “Tu sei il re dei Giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: “Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!” Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: “Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?”. Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla, perché piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: “Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?” Ed essi di nuovo gridarono: “Crocifiggilo!”. Pilato diceva loro: “Che male ha fatto?” Ma essi gridarono più forte: “Crocifiggilo!” Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: “Salve, re dei Giudei!”. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e Rufo. Condussero Gesù al luogo del Golgota, che significa “Luogo del Cranio”, e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: “Il re dei Giudei”. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: “Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!” Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!”. E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: “Ecco, chiama Elia!”. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: “Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere”. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Magdala, Maria madre i Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Magdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Da “Osanna” a “Crucifige”. Per festeggiare l’ultima Pasqua della sua vita terrena Gesù fa ingresso nella città di Gerusalemme come Signore. La folla festosa lo saluta come l’Inviato da Dio e lo acclama. Tuttavia, non era venuto per regnare sul suo popolo, ma per essere condannato dai capi della nazione e per morire sulla croce, in un sacrificio espiatorio per i peccati dell’umanità. Il suo trono era la croce. Le sue armi l’amore. Il suo regno la pace. Il suo trionfo la vittoria sul peccato e sulla morte, sul diavolo e sull’inferno. Così, la sua entrata trionfale a Gerusalemme quella domenica non era, per Gesù, che un pallido preludio del trionfo spirituale al quale lo avrebbero portato la sofferenza e la morte sulla croce, poi la risurrezione dai morti. Ogni cristiano dovrebbe seguire nella sua vita lo stesso cammino. Non dovrebbe lasciarsi tentare dalla gloria terrena, ma ricercare piuttosto la vera gloria nella lotta contro il male in questo mondo e nella vittoria su di esso. Non possiamo giungere a questa vittoria e a questa gloria se non seguendo le orme di Cristo nel cammino della croce. Per giungere alla vera vittoria, non bisogna confidare in se stessi, nelle proprie forze, ma avere fiducia nella grazia di Dio; bisogna prendere le armi di Dio, che sono, come precisa san Paolo: verità, giustizia, zelo apostolico, fede, parola di Dio e preghiera (Ef 6,14-18).Ma, ahimè, per l’uomo è più facile guardare la terra che non alzare gli occhi al cielo; è più piacevole cercare i piaceri del corpo che non assumersi rinunce e sacrifici; è più soddisfacente ricevere le lodi e gli onori di questo mondo che non aspettare la ricompensa di Dio dopo la morte. Ecco perché il passaggio dagli “Osanna” delle palme al “Crucifige” del Venerdì Santo non è strano per il peccatore. La Domenica delle palme, il popolo di Gerusalemme gridò: “Osanna” al passaggio di Cristo che faceva ingresso in città; il Venerdì Santo, al momento del processo davanti a Ponzio Pilato, la folla urlò: “Crocifiggilo”. Forse gli abitanti di Gerusalemme erano peggiori degli altri uomini? Molti fatti provano l’incostanza dell’essere umano, mostrano a che punto gli sia facile passare dagli “Osanna” ai “Crucifige”. Quante volte ciascuno di noi ha preso buone risoluzioni, promettendo e assicurando di non commettere più peccati! E l’abbiamo fatto? Ognuno di noi deve confessare, riprendendo le parole di san Paolo: “Io trovo dunque in me questa legge; quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,21-24). In seguito a ciò, dobbiamo risolverci a seguire Cristo nella via della croce, perché è soltanto così che avremo la certezza di giungere alla salvezza. Dobbiamo sempre ricordarci che siamo uomini deboli. Per questo non dobbiamo confidare in noi stessi, ma chiedere per ogni cosa l’aiuto di Dio e mantenere con lui stretti legami grazie alla nostra fede e alle nostre preghiere. Impegniamoci a rinnovarci nell’amore e nella fede, allora il Signore verrà a noi come una pioggia benefica e ci inonderà della sua grazia lungo la via difficile, ma sicura che porta alla salvezza. Cristo Re, dall’alto dei cieli, guarda proprio noi che siamo membra della sua famiglia reale. Ci guarda con soddisfazione e gioia oppure con tristezza e dolore. Comportiamoci in modo da essere all’altezza della nostra nobile vocazione, in modo che Cristo Re possa gioire alla nostra vista mentre siamo sulla terra e ci inviti a partecipare alla sua gloria e alla sua felicità celeste quando entreremo nell’eternità, dicendoci: “Bene, servo buono e fedele… sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone” (Mt 25,23).

La processione coi rami d’ulivo ha un significato ben preciso: nella fede accogliamo Gesù che in questa settimana – attraverso i Riti Liturgici – rende attuale entro la nostra comunità quei suoi gesti salvifici e ne comunica tutto il frutto di salvezza. “Non temere, figlia di Sion! Ecco il tuo re viene!”. Fu, quello di Gerusalemme, l’ingresso ufficiale del Messia nella sua città, e nello stile umile di un re che porta pace e salvezza al popolo sofferente. Dei fatti ben precisi stanno alla base del nostro riscatto, fatti culminanti nei momenti vissuti da Gesù della sua passione, morte e risurrezione, che noi – con linguaggio comune – chiamiamo la sua Pasqua. Gesti compiuti con drammatica partecipazione di uomo, cosciente di una missione più che umana: essenzialmente quella del Figlio di Dio che sposando l’umanità peccatrice, a suo nome e in suo favore, ripara un rifiuto nei confronti di Dio che ha causato la morte a tutti gli uomini “Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19). Gesù è il secondo Adamo che ricostruisce una umanità ancora riconciliata con Dio. L’atto centrale di Gesù fu essenzialmente una obbedienza. E’ al Getsemani, in un momento di tensione agonica, che Gesù sceglie di affidarsi in un modo eroico a quel Dio che sembra averlo abbandonato ormai alla morte più ingiusta: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26,39). Se il peccato è stato un atto di sfiducia in Dio, il suo contrario è un atto d’amore e di fiducia totale, senza compromessi, fino al rischio dell’assurdo. Gesù, completamente solidale con noi, “è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,4-5). Quell’atto di obbedienza gli è valsa la più positiva risposta di Dio, col risuscitarlo dai morti ed esaltarlo alla destra nei Cieli. Mostratosi così pienamente “Figlio prediletto”, anche nella sua umanità è stato come rapito dentro la divinità a divenirne pienamente partecipe ed erede. E’ il senso profondo della esaltazione pasquale per quel che riguarda Gesù. Primizia, naturalmente, di tutta l’umanità di cui Lui – con l’Incarnazione – è capo e rappresentante: primogenito dei risorti, “se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria” (Rm 8,17). Entrato nella gloria, ora allunga a noi la mano per trarci a divenire partecipi di un medesimo destino di vita. Questo è il punto: partecipare alla sua morte per giungere ad una risurrezione simile alla sua. L’obbedienza della nostra croce non ha efficacia di riscatto se non è unita alla Croce redentrice di Cristo, perché solo in Lui siamo riconciliati al Padre oggi, e domani glorificati! Ecco perché è necessario che in qualche forma quegli atti storici di Cristo siano resi presenti oggi – e ad ogni generazione di uomini – perché ognuno liberamente e responsabilmente vi partecipi. L’invenzione di Cristo, ormai risorto e vivo, è quella di rendersi nostro contemporaneo donandoci il Suo Spirito, un modo nuovo cioè di stare sempre con noi e operare la sua salvezza lungo il tempo e lo spazio. E’ nei segni da Lui voluti (i Sacramenti e la Liturgia) e nel luogo privilegiato da Lui scelto (la Chiesa, come sua sposa) che lo Spirito opera e applica a noi il frutto di quei gesti salvifici compiuti da Gesù per tutta l’umanità. La memoria allora che i Riti Liturgici del Santo Triduo pasquale fanno in questa settimana, non è che il vestito e il veicolo per il quale noi ci colleghiamo con i gesti di Cristo. E’ una memoria che ci coinvolge anche emotivamente nella rievocazione puntuale dei fatti che vanno dall’ultima Cena del giovedì alla varie apparizioni del Risorto nel giorno di Pasqua. Il risultato sarà il caricare ulteriormente la nostra libertà della capacità di dire il sì coraggioso nelle croci della nostra vita, perché in unione col passaggio di Cristo siamo anche noi condotti alla ulteriore e definitiva comunione con Dio che costituirà la nostra esaltazione eterna. Portare a casa l’ulivo benedetto allora oggi, non è gesto di magia, ma espressione di fede che sa riconoscere Gesù come proprio salvatore nei riti della Chiesa.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Come ho vissuto la quaresima di quest’anno? E’ stata per me occasione di conversione?

  • Nei miei momenti più bui cerco di abbandonarmi alla preghiera?