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Quarta Domenica Ordinaria 3 Febbraio 2013

In questa settimana siamo invitati a riflettere sulla VITA CRISTIANA

come VOCAZIONE da parte di DIO

PRIMA LETTURA:

Dal libro del profeta Geremia: Ger 1,4-5. 17-19:

Nei giorni del re Giosìa, mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Tu, dunque, stringi la veste ai fianchi, àlzati e di’ loro tutto ciò che ti ordinerò; non spaventarti di fronte a loro, altrimenti sarò io a farti paura davanti a loro. Ed ecco, oggi io faccio di te come una città fortificata, una colonna di ferro e un muro di bronzo contro tutto il paese, contro i re di Giuda e i suoi capi, contro i suoi sacerdoti e il popolo del paese. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». 

Non sempre riusciamo a pensare alla nostra vita nell’ottica della chiamata, soprattutto quando riteniamo di essere noi stessi a decidere cosa fare o cosa non fare. Per di più, spesso, per orgoglio, non vogliamo che qualcun altro decida per noi, fino al punto tale che rifiutiamo, qualche volta, stupidamente, consigli utilissimi per la nostra crescita umana e spirituale e che potrebbero diventare fondamentali per la nostra realizzazione personale.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Sono convinto che, se seguo il Signore, è perché lui mi ha scelto, oppure penso che sia solo frutto di una mia decisione personale?

–      Mi capita di avere paura dei doni e dei compiti che il Signore vuole affidarmi?

  

SECONDA LETTURA:

Dalla Prima lettera di S. Paolo apostolo ai Corinzi: 1Cor 12,31-13,13:

Fratelli, desiderate intensamente i carismi più grandi. E allora, vi mostro la via più sublime. Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla. E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto, ma non avessi la carità, a nulla mi servirebbe. La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la conoscenza svanirà. Infatti, in modo imperfetto noi conosciamo e in modo imperfetto profetizziamo. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Divenuto uomo, ho eliminato ciò che è da bambino. Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio; allora invece vedremo faccia a faccia. Adesso conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto. Ora dunque rimangono queste tre cose: la fede, la speranza e la carità. Ma la più grande di tutte è la carità!

Ciò che muove il nostro progetto di vita, o meglio, l’anima del nostro progetto di vita, non sono le azioni, le idee, le persone incontrate al momento giusto, ecc, se non sappiamo utilizzare il “collante” di tutte queste cose: l’Amore. La realizzazione di un progetto non è solo qualcosa di fisico, di concretamente percepibile al tatto, ma dovrebbe essere soprattutto il segno di un amore profondo per ciò in cui si crede! Mai come nella fede questo è indispensabile!

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Sono capace di pensare in grande e di aspirare a compiere azioni grandi nel nome di Dio, oppure mi nascondo dietro la meschinità con la scusa magari della timidezza?

–      Cresco davvero nel vivere l’AMORE! Quanto impegno metto nell’aspirare alla perfezione?

 

VANGELO:

 Dal Vangelo secondo Luca: Lc 4,21-30:

  In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».  Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Perché gli uomini rifiutano il profeta che parla in nome di Dio? Perché avvertono in lui un personaggio “scomodo”, che li sveglia dal loro quieto vivere e condanna le vie sbagliate che percorrono, invitandoli a cambiare vita e a mettersi sulla strada indicata dal vangelo e dal modello di Cristo. A Nazaret rifiutano Gesù, perché chiedeva un cambiamento radicale di vita, di abitudini, di mentalità. Allora trovano tanti pretesti per sfuggire all’ammonimento del profeta. Il mondo ha bisogno di profeti del vangelo. Oggi più di ieri. Anch’io sono invitato a essere profeta, cioè a testimoniare il vangelo con la vita e la parola, in tutte le situazioni di ogni giorno: famiglia, lavoro, scuola, letture, conversazioni, impegno di carità, attenzione all’uomo, ecc. Debbo chiedermi: chissà se la gente che mi avvicina riceve da me uno stimolo al bene? Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come accolgo Gesù, che ogni giorno m’invita alla conversione? I miei criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il Vangelo? È una verifica che dovrei fare con serietà, nella preghiera.

Il vangelo di questa quarta domenica del Tempo Ordinario (Lc 4,21-30) continua la narrazione della prima predica di Gesù nella sinagoga di Nazaret. Oggi l’evangelista ci riporta le reazioni degli abitanti di Nazaret concittadini di Gesù, alla sua prima predica. Da dove poteva nascere uno sdegno così violento, tanto da spingere quegli ascoltatori a gettare Gesù dal monte? Aveva forse colpito qualcuno particolarmente potente o intoccabile? Si era scagliato contro interessi del villaggio? In realtà una sola era la colpa di Gesù: aver osato parlare con autorità, come un maestro cui tutti dovevano prestare ascolto. Anzi aveva detto di più: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura!» (v. 21). Con questa frase indicava se stesso come il Salvatore, colui che liberava i prigionieri, guariva i malati e sollevava i poveri dalla loro triste condizione. Di fronte a tale affermazione, l’obiezione dei nazaretani è chiara: «Non sei tu il figlio di Giuseppe? La tua famiglia ci è ben nota, come puoi arrogarti il titolo di maestro e di salvatore della nostra vita? L’inviato di Dio non può essere uno tra noi, un concittadino di Nazaret, uno che conosciamo, di cui ci sono noti i limiti e le debolezze». Queste furono le obiezioni dei nazaretani. Ma non sono anche le nostre? Non vogliamo anche noi segni o indicazioni straordinari per poter obbedire a qualcuno? Gesù non accetta questo modo di pensare che pure sembra avere tutti i crismi e i caratteri della ragionevolezza. I suoi concittadini, in fondo, hanno ragione. Eppure è proprio questa ragione che spegne la profezia. Non a caso Gesù richiama la vicenda del profeta Elia, il quale, durante una dura carestia nel paese, fu mandato solo a una povera vedova vicino a Sidone. Questa povera donna, dopo l’iniziale paura, accolse il profeta e gli offrì tutto quello che aveva. Gesù ricorda anche l’episodio del profeta Elìseo mandato a guarire dalla lebbra solo uno straniero, Naaman il Siro. Costui non era particolarmente credente; anzi, era uno straniero e per di più superbo. Sia lui che la vedova accolsero i profeti e furono aiutati. In loro prevalse il bisogno di aiuto e di guarigione e si affidarono alle parole del profeta; esattamente il contrario di quanto fecero gli abitanti di Nazaret. Gesù non trova a Nazaret donne bisognose come quella vedova e uomini desiderosi di guarigione come quel siro pagano. È accolto con sufficienza, certo con curiosità, vista la fama che si è sparsa di lui, ma non v’è un atteggiamento di ascolto bisognoso, non vi è attesa interiore per cambiare il proprio cuore e la propria vita. Essi cercano sensazioni, mentre Gesù chiede conversione; si aspettano prodigi e spettacolo, e Gesù li invita alla fatica quotidiana del cambiamento I nazaretani non accettano. La loro incredulità, e forse anche la nostra, non si pone sul piano teorico. È una incredulità molto concreta: rifiuta che Gesù entri nelle scelte della vita quotidiana; rifiuta che la sua voce, in tutto simile alle nostre voci, sia al di sopra delle nostre. È questa incredulità che impedisce al Signore di operare miracoli. L’incredulità lega l’amore di Dio, riduce all’impotenza le sue parole rendendole totalmente inefficaci. In certo modo le uccide. Come i nazaretani spinsero Gesù fuori della loro città e tentarono di ucciderlo, perché non tornasse più in mezzo a loro rivendicando un’autorità sulla loro vita, così accade ogni volta che non accogliamo il vangelo con il cuore sincero e disponibile. Lo mettiamo fuori della nostra vita. E continuiamo quella «via crucis» che a Nazaret ebbe la sua prima tappa e a Gerusalemme il suo culmine. Forse già da questo giorno di Nazaret, Gesù sente vere per lui le parole che dirà ai suoi discepoli «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia» (Mt 5,11) È la vocazione del profeta. Nella prima lettura l’inizio del libro di Geremia ci ricorda la sua incredibile vita intessuta di sofferenze, di isolamento, di contestazioni. Ma il Signore lo conforta «Ti muoveranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io Sono con te per salvarti» (Ger 1,19). C’è una contrapposizione al vangelo piuttosto diffusa anche se ha toni poco espliciti. Spesso è una guerra di difesa. Ci difendiamo dal vangelo e dai suoi testimoni per non essere disturbati nella nostra tranquillità, come gli abitanti di Nazaret. Vogliamo una sinagoga ove il vangelo non parli. Preferiamo il silenzio, perché non vengano rivelate, neppure a noi stessi, le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre vergogne, le nostre malattie. L’incredulità è come una congiura del silenzio: non tollera che il vangelo parli e cambi il nostro cuore. E non è la congiura di chi non ha mai conosciuto o ascoltato il Signore. Al contrario, l’incredulità è la congiura di chi lo conosce, di chi anzi è suo compatriota. È il peccato dei credenti. È come una paura di un Dio vivo, vicino, umano. Un Dio così ci fa paura perché sta accanto a noi. Ci piacerebbe di più un vangelo alto, lontano; così lontano da non dirci nulla. oppure un vangelo svuotato della sua forza, che è venuto a patti con la mentalità di questo mondo, tanto da non chiederci nulla.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

–      Provo vergogna, a volte, di manifestare la fede in famiglia, nel mondo del lavoro, a scuola, ecc.? 

–      Sono capace di accogliere con gioia la testimonianza cristiana dei miei amici, oppure li prendo in giro e li rendo ridicoli?