Skip to content
 

Seconda Domenica di Pasqua 7 Aprile 2013

In questa settimana siamo invitati a riflettere sull’IMPEGNO

di OGNUNO di NOI

a SOSTENERE gli altri FRATELLI

della COMUNITÀ CRISTIANA

PRIMA LETTURA:

Dagli Atti degli Apostoli: At 5,12-16:

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

 Non c’è niente di più bello di una comunità in cui l’amore, l’amicizia, la fede, l’aiuto reciproco sono talmente alti da suscitare interesse meraviglia, rispetto da parte di coloro che la osservano. Una comunità che testimonia la presenza viva di Gesù è come una calamita; diventa irresistibile e suscita anche in chi non ne fa parte una sorta di “santa invidia”. I Cristiani non sono coloro che non hanno problemi, oppure non si interessano dei problemi degli altri, vivendo in un mondo tutto loro;  anzi essi sono  il condimento nascosto, ma visibile allo stesso tempo per rendere il mondo più bello. Nella comunità ci si aiuta, ci si sostiene, si condividono le gioie e le sofferenze gli uni degli altri. Una comunità che vive così lo spirito del vangelo è capace di compiere prodigi meravigliosi capaci di seminare gioia, interesse, amore per Gesù, presente nella vita e nelle azioni dei fratelli.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Mi dà gioia la consapevolezza di appartenere ad una comunità cristiana per vivere la fede non in modo solitario, ma insieme agli altri?

–      Sono convinto che il Signore accompagna con i suoi “miracoli e segni” la testimonianza della mia fede nella  sua Risurrezione?

 

SECONDA LETTURA:

Dal libro dell’Apocalisse di S. Giovanni Apostolo: Ap 1,9-11. 12-13.17-19:

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese». Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro.  Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito».

Giovanni in una visione riceve il comando di esortare alcune comunità cristiane. Deve essere vivo in ogni cristiano il desiderio di esortare i suoi fratelli a vivere gli insegnamenti  del Signore. La lotta contro lo “spirito del mondo” è aspra, difficile, piena di momenti di stanchezza e di sfiducia! Solo la Grazia di Dio, la certezza della presenza di Gesù e l’amore tra i fratelli possono dare alla comunità la forza di proseguire il cammino verso la “terra promessa” della vita eterna.

 SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Mi impegno a sostenere i miei fratelli di fede perché possa arrivare dappertutto il messaggio cristiano? 

–      Coltivo nel cuore un interesse profondo affinché venga annunciato Gesù in tutti gli angoli della terra, ma soprattutto nel mio ambiente?

 

VANGELO: 

Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 20,19-31:

 La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Partecipando al sacrificio della Messa, noi ascoltiamo ogni volta le parole di Cristo che si rivolge agli apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Inoltre, imploriamo il Signore di concederci “unità e pace secondo la sua volontà” e di donare “la pace ai nostri giorni”. Ogni volta che apparve agli apostoli Cristo, dopo aver vinto la morte, augurò la pace, sapendo quanto tutti loro la desiderassero. Nel conferire agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha portato la pace nell’anima inquieta dell’uomo. L’anima creata da Dio ha nostalgia di Dio. La pace con Dio è il fondamento della pace tra gli uomini. Liberato dalla schiavitù del peccato, l’uomo è in pace, ha l’anima in festa, in pace. La pace regna sui cuori puri. È partendo dalla pace interiore, quella del cuore, appoggiandosi ad essa, che si può stabilire la pace esteriore: in famiglia, fra vicini, in seno alla Chiesa, tra i popoli. Il desiderio di Dio è di riunire tutti gli uomini in seno ad un’unica comunità per salvarli. Gli Ebrei capirono di essere un popolo unico nella lontana notte di Pasqua in cui Dio li separò dagli Egiziani ed indicò loro la Terra promessa. La Pasqua viene per ricordare questo avvenimento alle generazioni successive: in questo giorno ogni ebreo ha il sentimento di essere di nuovo condotto fuori dall’Egitto per essere salvato. Allo stesso modo, il nuovo popolo di Dio è nato il giorno di Pasqua, quando la concordia eterna fu rinnovata e suggellata dal sangue del Figlio di Dio. Questo popolo creato da Cristo è precisamente la Chiesa. Gli uomini assomigliano a piccoli universi, chiusi e segreti. Dio li ha creati così. Ciò nonostante, il Creatore ha dato agli uomini anche il gusto di riunirsi in gruppi, di vivere, di lavorare, di creare in comune. Dio ha voluto allo stesso tempo assicurare loro la salvezza in quanto comunità, la salvezza del suo popolo. Accettare la salvezza promessa da Dio significa nello stesso tempo integrarsi al nuovo popolo riunito da Cristo, in seno al quale tutti usano i medesimi strumenti della grazia, cioè i sacramenti, scaturiti dalla Passione di Cristo. In diversi momenti, il Nuovo Testamento designa Cristo come il volto visibile di Dio, l’immagine del Padre, il suo segno (Col 1,15; Gv 1,18). Cristo è come un sacramento che significa e trasmette l’amore del Padre. È un segno carico di significato e di forza di salvezza; in lui si trovano riuniti il perdono del Padre e la filiazione. In questo senso, Cristo appare come il primo sacramento nato dall’amore di Dio, la fonte di tutti i sacramenti. I sacramenti possono esistere solamente perché in loro Cristo stesso è presente ed agisce. Come una madre premurosa, la Chiesa si sforza di spiritualizzare tutta la vita dei suoi figli e delle sue figlie. Vivere la spiritualità, provare la pace dell’anima è tentare di dare un carattere divino al quotidiano attraverso il flusso di grazie, di sapienza, di sentimenti, di consolazione che viene da Dio.

La sera del giorno di Pasqua gli apostoli stavano ancora rinserrati nel cenacolo. Gesù aveva trascorso quasi tutta la giornata con due anonimi discepoli che se ne ritornavano tristi ad Emmaus, loro villaggio. Il Vangelo ci riporta alla sera di quel giorno, “mentre erano chiuse le porte” del luogo ove si trovavano i discepoli. Gesù entrò e si fermò in mezzo a loro. Glielo aveva detto il giovedì sera precedente, durante l’ultima cena: “Ritornerò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più. Voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi pure vivrete” (Gv 14, 18-19). Ma non avevano capito e comunque non gli avevano creduto. Dalla sera di Pasqua inizia per loro una nuova comprensione di Gesù. Essi vedono un Gesù diverso, risuscitato, anche se è lo stesso di prima: nel suo corpo sono evidenti i segni dei chiodi e lo squarcio della lancia; essi stanno a dire che siamo all’inizio della resurrezione (molti sono ancora oggi i corpi, segnati da ferite e da sofferenze, che aspettano una risurrezione). Gesù risorto è lì, in mezzo ai suoi per affidare loro la sua stessa missione: “Come il Padre ha mandato me, così anch’io mando voi”. Si tratta di un’unica missione che parte dal Padre e attraverso Gesù si trasmette ai discepoli: è la missione di portare al mondo la pace e il perdono. Fu una sera piena di gioia per quei dieci discepoli: avevano ritrovato il loro Signore. I due di Emmaus, tornati a Gerusalemme a sera inoltrata, aumentarono la letizia di tutti. Non c’era però Tommaso, uomo disponibile e generoso; una volta s’era dichiarato pronto a morire per Gesù, anche se poi era fuggito assieme a tutti gli altri. Quando i dieci gli riferiscono: “Abbiamo visto il Signore!”, Tommaso, non solo è scettico, ma li fredda con la sua risposta: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Dice subito: se non vedo. Poi aggiunge, considerando che anche gli occhi possono tradire, una prova fisica anche un po’ brutale: mettere il dito nel foro dei chiodi e la mano nello squarcio fatto nel petto. Tommaso non accetta il Vangelo dei dieci e resta, seppure con le sue ragioni, triste e senza speranza. Dopo otto giorni, proprio come in questa domenica, mentre sono di nuovo insieme e Tommaso sta con loro, Gesù torna. Le porte sono ancora una volta chiuse per paura; tutti la sentono, anche Tommaso: incredulità e paura vanno spesso insieme. Gesù, dopo il saluto di pace, subito cerca con gli occhi Tommaso, lo chiama per nome e gli si accosta: “Metti qua il tuo dito – gli dice – e guarda le mie mani. Accosta anche la tua mano e mettila nel mio costato; smetti di essere incredulo e diventa uomo di fede”. Tommaso confessa la sua fede: “Signore mio e Dio mio!” E Gesù: “Perché hai veduto, hai creduto? Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno”. E’ la proclamazione dell’ultima beatitudine del Vangelo, quella che sta a fondamento delle generazioni che da quel momento sino ad oggi si uniranno al gruppo degli undici. La fede, da quel momento in poi, non nasce dalla visione ma dall’ascolto del Vangelo degli apostoli. Narra un’antica leggenda che la mano destra di Tommaso rimase, sino alla sua morte, rossa di sangue. Il Signore, quasi raccogliendo la nostra poca fede, esorta ognuno di noi, come fece con Tommaso, a sporcarci le mani nelle ferite degli uomini, ad accostarci alle situazioni martoriate e abbandonate: la nostra incredulità è presa dal Signore e trasformata in amicizia e fonte di pace. L’ascolto del Vangelo e la carità sono la via della nostra beatitudine. 

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Come cerco di superare i miei dubbi di fede? Mi faccio aiutare da maestri di vita cristiana? 

–      Mi capita di fuggire davanti alle difficoltà e di affievolire la mia fede quando ricevo una cattiva testimonianza, oppure sono capace di scuotermi e dare io stesso per primo l’esempio?