Skip to content
 

XXVII Domenica Ordinaria 6 Ottobre 2013

In questa settimana siamo

invitati a riflettere sul nostro

LAVORARE per il SIGNORE

anche quando i RISULTATI

TARDANO a farsi VEDERE

PRIMA LETTURA:

Dal libro del Profeta Abacuc:  Abacuc 1,2-3. 2,2-4.

Fino a quando, Signore, implorerò aiuto e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!» e non salvi? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione? Ho davanti a me rapina e violenza e ci sono liti e si muovono contese.  Il Signore rispose e mi disse: «Scrivi la visione e incidila bene sulle tavolette, perché la si legga speditamente. È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà. Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede».

 

Dobbiamo imparare da Dio la virtù della pazienza. Spesso in ogni ambito in cui siamo impegnati vogliamo vedere subito i risultati, ma non ci rendiamo conto che i tempi di Dio non sono i nostri tempi. La convinzione profonda del nostro operare deve essere quella che tutto ciò che è male avrà una fine, che l’ultima parola spetta a Dio. Il giudizio finale è quella “retina” che setaccerà finemente le nostre opere facendo passare solo quelle buone. Il “setaccio” di Dio è certo e implacabile. Il profeta, nonostante gridi la sua sofferenza non deve perdere la speranza e la fiducia che Dio avrà l’ultima parola.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      So attendere gli interventi di Dio con fiducia, anche se trepidante e sofferente?

 –      Mi lascio prendere dalla ribellione e dalla smania di ottenere tutto e subito quasi come se fosse un dovere imprescindibile di Dio intervenire?

 –      Sono convinto della potenza salvifica di Dio? Glielo dico nella preghiera?

 

SECONDA LETTURA:

Dalla Seconda lettera di S. Paolo a Timoteo:  2Tim 1,6-8. 13-14

Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.

Paolo esorta il discepolo Timoteo a ravvivare il dono della sua chiamata e dei sacramenti ricevuti. Ogni cristiano non può essere timido davanti al mondo. Il Signore vuole discepoli coraggiosi, capaci di rischiare il ridicolo, la vita, le catene. E’ così che si vivono i sacramenti ricevuti nella vita cristiana. E’ bello poter mostrare ai nostri fratelli, proprio come ha fatto Paolo, noi stessi come esempio. Dalla nostra bocca escano parole che sappiano edificare i nostri fratelli. Paolo definisce “sane” le parole uscite dalla sua bocca. Solo se siamo capaci di custodire il deposito della fede che abbiamo ricevuto dai veri testimoni del vangelo possiamo far uscire dalla nostra bocca sane parole.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Come vivo la mia fede nei dogmi? La mia adesione anche verso le cose che non capisco?

 –      Mi capita di accettare le verità di fede passivamente a tal punto da non considerarle parte fondamentale del mio credere quotidiano?

 

VANGELO:

Dal Vangelo secondo Luca:  Lc 17, 5 – 10

In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

È un male molto diffuso tra i credenti quello di considerare la fede come un atteggiamento puramente intellettuale, come la semplice accettazione di alcune verità. Cioè una fede che si traduce in una presa di posizione teorica, senza una vera incidenza sulla vita. Questo squilibrio ha come conseguenza lo scandalo della croce: l’esitazione davanti alle difficoltà che incontriamo ogni giorno e che sono sovente insormontabili se noi non siamo abbastanza radicati in Dio. Allora ci rivoltiamo con la stessa reazione insolente e insultante che scopriamo nelle parole del libro di Abacuc.  Le due brevi parabole del testo evangelico ricordano due proprietà della fede: l’intensità e la gratuità. Per mettere in rilievo il valore di una fede minima, ma solida, Cristo insiste sugli effetti che può produrre: cambiare di posto anche all’albero più profondamente radicato. Per insistere sulla fede come dono di Dio, porta l’esempio del servitore che pone il servizio del suo amore prima di provvedere ai suoi propri bisogni. È l’esigenza del servizio del Vangelo che ci ricorda san Paolo (1Tm 1,1), ma questo stesso apostolo ci avverte che “i lavori penosi” trovano sempre l’appoggio della grazia di Dio.

 

Siamo ormai abituati ai riconoscimenti. A quelli che arrivano in prossimità alla quiescienza. A quelli che coincidono con qualche scatto o promozione. A quelli che sanciscono dei meriti evidenti. A quelli che si ottengono tramite un versamento più o meno lauto. A quelli altisonanti, di cui ci si fregia con una certa vanagloria. A quelli più modesti, che comunque possono essere esibiti. Attestati di benemerenza, medaglie, diplomi: un modo per esprimere la riconoscenza della collettività o per dare la misura di quanto conti una persona. Un’usanza che persiste nel tempo e che, tuttavia, non dovrebbe mettere radice nella comunità dei seguaci di Gesù. Sì, perché Gesù chiede ai suoi di lavorare per il Regno con fiducia e semplicità, senza attendersi riconoscimenti. Fiduciosi, perché senza fiducia prima o dopo si getta la spugna. E la fiducia è riposta non nelle proprie risorse, nei progetti luminosi che abbiamo steso sulla carta, negli organigrammi complicati con meticolosità, senza nulla lasciare per caso. Il discepolo si fida di lui, Gesù. Si affida al Padre suo, come lui. Conta sull’azione dello Spirito Santo. Pronto a rischiare per le strade del Vangelo, anche se a volte sembrano così ingenue e fallimentari. Disposto a giocare la propria vita anche in apparenti fallimenti – proprio come Gesù – e non racimolare pronti successi. Felice di essere sorpreso dai risultati insperati che coronano fatiche nascoste e cordate assai fragili. Operosi, laboriosi, ma non con il puntiglio del dirigente, con il pragmatismo del manager, con le ansie del rampante. Lo spirito del discepolo è quello del servo, che mette le sue energie a servizio di un piano più grande e più vasto dei suoi piccoli, limitati piani. Conscio di dover “morire” continuamente a se stesso, e innanzitutto alla propria vanagloria. Pago di aver fatto la sua parte, anche se nessuno ne tesserà pubblicamente le lodi. Questa fiducia e questa operosità non manca, però, di produrre – grazie allo Spirito – autentici miracoli. Ne sono testimoni stupiti tanti cristiani che toccano con mano la bontà di uomini e donne che riesce a guarire ferite profonde e ridà forza a spalle troppo esauste. Ne sono protagonisti giovani ed adulti che si accorgono, a cose fatte, di essere stati guidati da Dio per sentieri impervi per giungere ad una meta imprevista. Chi adora la luce dei riflettori diventa facilmente vittima di stress e di nevrosi da audience che mettono a repentaglio il suo equilibrio. Il discepolo ama le strade e gli snodi della vita quotidiana per vivere insieme agli altri l’avventura della fede: un’avventura che cambia l’esistenza. E dona, fin da quaggiù, una serenità e una pace immeritate.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Nella ricerca quotidiana di Dio mi affido alla sua grazia, oppure punto solo sulle mie forze, pensando che raggiungere Dio sia una “mia conquista”?

 –      Mi abbandono alla Sua volontà anche in quei momenti in cui questo significa dolore e sofferenza?