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XXX Domenica ordinaria 26 Ottobre 2013

In questa settimana siamo

invitati a riflettere sulla

VICINANZA di DIO

nella VITA di ogni UOMO

PRIMA LETTURA:

 Dal libro del Siracide:  Sir 35, 12 – 14. 16 – 18

 Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.

 

La caratteristica “sociale” di Dio è quella della difesa dei deboli, degli oppressi. Questa vicinanza non si esprime secondo i canoni ufficiali della difesa degli oppressi. (ad es. la violenza contro i ricchi).  Per capire la logica di Dio bisogna guardare l’uomo nella sua completezza, anima e corpo; bisogna guardarlo pensando all’orizzonte vero dell’uomo: la vita eterna. Lo stato dell’uomo, qualsiasi esso sia, non gli impedisce di affidarsi a Dio. L’indigenza e l’abbondanza non sono ostacolo alla preghiera o al rapporto con Dio, ma anzi possono diventare, a volte occasione “privilegiata” di incontro con il Padre celeste. Dio è vicino ad ogni uomo. E’ così che si presenta, nel roveto ardente a Mosè: “Io Sono Colui che è”, cioè “che ti è accanto, che ti sostiene, che si preoccupa di te”.

 SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Sono convinto che Dio ascolta la preghiera fatta con fiducia e convinzione?

 –      Sono convinto che Dio sia presente nella vita di ciascuno, soprattutto dei più deboli e bisognosi?

 

SECONDA LETTURA:

 Dalla seconda Lettera di S. Paolo apostolo a Timoteo: 2Tim 4, 6-8. 16-18

 Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Paolo è pienamente convinto che in tutta la sua vita il Signore gli è stato accanto. E’ sereno perché sta conducendo in porto la sua vita. Anche nelle prigionie per la causa del Vangelo Dio non lo ha abbandonato, ma gli è stato accanto. Paolo ha sperimentato la misericordia del Padre nella sua interezza (amore e perdono); può dire con tutta la certezza della sua fede: “ora mi resta la corona di giustizia che il Signore…mi consegnerà in quel giorno”. Chiediamo anche noi a Dio un cuore fiducioso e riconoscente così.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Sono una persona serena nel mio lavoro, nel mio impegno, nella mia vita di fede?

 –      Sono convinto che Dio è capace di liberarmi da tutte le situazioni, anche le più difficili della mia vita quotidiana?

 

 VANGELO:

 Dal Vangelo secondo Luca:  Lc 18, 9 – 14

 In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 

La parola del Signore che ci invitava, domenica scorsa, a perseverare nella preghiera – Dio ascolterà coloro che perseverano nella loro preghiera – risuona ancora alle nostre orecchie mentre il testo evangelico di oggi completa l’insegnamento sulla preghiera: bisogna certamente pregare, e pregare con insistenza. Ma questo non basta, bisogna pregare sempre di più. E il primo ornamento della preghiera è la qualità dell’umiltà: essere convinti della propria povertà, della propria imperfezione e indegnità. Dio, come ci ricorda la lettura del Siracide, ascolta la preghiera del povero, soprattutto del povero di spirito, cioè di colui che sa e si dichiara senza qualità, come il pubblicano della parabola.  La preghiera del pubblicano, che Gesù approva, non parte dai suoi meriti, né dalla sua perfezione (di cui nega l’esistenza), ma dalla giustizia salvatrice di Dio, che, nel suo amore, può compensare la mancanza di meriti personali: ed è questa giustizia divina che ottiene al pubblicano, senza meriti all’attivo, di rientrare a casa “diventato giusto”, “giustificato”.

 

Nel brano evangelico di oggi si gioca su una molteplicità di contrasti: quello del fariseo e del pubblicano, quello della preghiera del primo e del secondo, e quello del differente giudizio conclusivo di Dio. Da tutto risalta in particolare la “giustizia” di Dio come dono, gratuità e espressione d’amore. Non si può rendere culto a Dio se le nostre manie e il nostro cuore non sono puri, se non vi è in noi un animo giusto. S’impone così un’autentica purificazione del culto che rendiamo a Dio nelle nostre comunità, iniziando dalla conversione del cuore. Il fariseo, di cui parla il testo evangelico, non era insincero; inconsapevolmente, o no, limitava la sua “giustizia” alla puntigliosa osservanza della legge. Se ci è consentito muovergli un’accusa, forse quella di fondamentalismo è la più appropriata. C’è ancora la tentazione di sentirsi a posto con Dio quando si è adempiuto fedelmente ad un precetto, si è osservata una prescrizione, non ci si è negati ad un gesto richiesto di elemosina, non si è usciti dalla chiusura della moralità comune. Ma che cosa dovremmo fare di più?  Si deve riscoprire la nostra fondamentale dimensione creaturale, come pure convincerci della nostra debolezza, della nostra povertà, del nostro peccato. Sappiamo ancora noi “adorare” Dio in spirito e verità? Sappiamo celebrare le grandezze di Dio sulla terra e riconoscere che solo per sua grazia noi viviamo e siamo? Tale umile atteggiamento deve nascere dalla coscienza del nostro essere ancora peccatori e celebrare il suo amore che ci salva. Noi tutti dobbiamo confessare che il peccato attraversa ogni giorno la nostra vita personale, non risparmia nemmeno la comunità ecclesiale e pesa su quella civile. Come potremmo rendere culto a Dio se non affidassimo alla sua misericordia i nostri permanenti egoismi, le nostre chiusure all’amore, le nostre resistenze alla solidarietà, i pesanti giudizi che esprimiamo sugli altri, i nostri comportamenti che non rispettano giustizia e verità, le nostre divisioni e le nostre riserve che emarginano persone e gruppi? A che cosa servirebbe una generica e a volte ripetitiva formula, magari detta distrattamente, “perdonaci, Signore”, se poi non divenisse impegno coerente delle persone e della comunità lungo i giorni della settimana? Le nostre assemblee domenicali ne dovrebbero essere il chiaro segno visibile del vivere la verità nell’umiltà e la carità nell’accoglienza. Dobbiamo educare ed educarci a questa letizia dell’accoglienza da esprimere con il calore e con le espressioni di affetto. Perché dovremmo manifestare meraviglia se un fratello o una sorella ritorna e viene a celebrare con noi, nell’eucaristia, l’amore e l’unità ritrovata? E’ vero, ammettiamolo, talvolta dimentichiamo come il Signore Gesù è andato incontro a chi era nel peccato e ne soffriva e, perdonatagli ogni colpa, lo ha chiamato alla mensa dei fratelli. I giudizi di Dio non sono come quelli degli uomini: ai giusti che dividono Dio preferisce i peccatori che si pentono. Questo criterio divino lo si comprende meglio alla luce della figura messianica del “servo sofferente” di Isaia: la giustificazione del pubblicano, conseguenza della sua povertà-inquietudine, sembra potersi mettere parallelamente in relazione col Cristo “servo sofferente”, esaltato in seguito al suo abbassamento, alla sua debolezza nei confronti della croce. Oggi il tema della “giustizia” ci fa comprendere che è necessario renderci conto del peccato che è in noi e della grazia divina che ci libera da esso. La consapevolezza di essere accolti da Dio per amore ci dispone ad aprirci nell’amore all’accoglienza dei fratelli e anche ad ogni uomo che viene o torna al Padre.

 

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Sono convinto che la forza e l’efficacia della mia preghiera sta nella pura misericordia di Dio e non nelle mie parole?

 –      Mi capita di pregare con l’atteggiamento di colui che si ritiene giusto, e non con l’umiltà di chi sa di essere indegno davanti a Dio?