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XXXI Domenica Ordinaria 3 Novembre 2013

In questa settimana siamo

invitati a riflettere sul DONO

di un CUORE UMILE

per RICONOSCERE la

PRESENZA di DIO nel CREATO

e nelle CREATURE

 

PRIMA LETTURA:

 Dal libro della Sapienza: Sap 11, 22 – 12, 2

 Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue,  Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.

Dio è all’origine dell’ordine umano. Solo un atteggiamento davvero umile riesce a farci intravedere in mezzo alla realtà la mano nascosta di Dio. E’ difficile per chi ha il cuore indurito riconoscere nella creazione e nelle creature la presenza di un essere superiore. L’orgoglio spesso ci rende ciechi e “non c’è più cieco di chi non vuol vedere”. La vera sapienza sa riconoscere i suoi limiti come sa riconoscere i limiti di ciò che è puramente umano.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Penso che Dio sia all’origine di ogni cosa creata oppure vivo nel mondo come se Dio non esistesse?

 –      Coltivo in me una mente troppo “razionalista” che mi fa pensare a Dio come ad un “qualcosa” che si oppone al mondo?

 

 

 SECONDA LETTURA:

Dalla Seconda lettera di S. Paolo apostolo ai Tessalonicesi: 2Ts 1,11-2,2

Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo. Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.

Paolo si preoccupa delle sue comunità, soprattutto in riferimento a coloro che turbano gli animi dei fratelli con false ispirazioni, mosse da una sapienza che non viene da Dio. Paolo prega per loro affinché Dio porti a compimento il suo progetto personale su ciascuno. L’apostolo sa che il pericolo di essere traviati è forte. Egli veglia sui suoi figli spirituali come una mamma fa con i suoi bambini. E’ di grande insegnamento per noi questo grande amore per i fratelli.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

 –      Vivo una fede “superstiziosa” e “credulona” al punto da lasciarmi influenzare da fenomeni “paranormali” piuttosto che dal Vangelo?

 –      Cerco di farmi guidare da persone serie nella comprensione delle cose del mondo e della fede in modo da non rendere la mia religiosità troppo semplicistica?

 

 

 VANGELO:

 Dal Vangelo secondo Luca: Lc 19, 1 – 10

 In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.  Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».  Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

A Gerico si trovava un posto di controllo doganale dell’amministrazione romana. Zaccheo era il capo dei controllori. Egli aveva sulla coscienza non solo le estorsioni e le malversazioni finanziarie abituali fra i “doganieri” dell’epoca, ma era considerato anche traditore politico e religioso, perché collaborava con i detestati oppressori della Palestina e, anzi, li sosteneva. Non sappiamo quali motivazioni spingessero Zaccheo nel desiderio di vedere Gesù. Nessuno tra la folla degli Ebrei pii gli fa posto in prima fila, né gli permette di salire sul suo tetto e perciò Zaccheo deve salire su un albero. Vedendolo, Gesù, di sua iniziativa, si invita a casa sua. Non solo Zaccheo è pieno di gioia, ma Gesù stesso è felice di poter perdonare il peccatore pentito e di accoglierlo come un figlio prodigo. Gesù esprime la sua gioia con queste parole: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo”. Gesù esprime così il suo amore e il suo completo dedicarsi ai peccatori: sono essi che si sono allontanati, eppure è lui che è venuto a cercarli. 

C’è una tentazione grave e, purtroppo, non infrequente né ancora del tutto scomparsa; non fu solo di Israele, riaffiora anche oggi. E’ la tentazione di confondere l’immenso dono dell’amore con cui Dio ci ha scelti con l’esclusivo possesso della salvezza, che è grazia sua. E c’è il rischio di ridurre in tal modo la dimensione universale della redenzione ai ben più angusti limiti delle nostre vedute umane. Il Concilio Vaticano II ci ha insegnato che la chiesa – nuovo Israele di Dio – è “sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” e ci ha confermato che “la missione della chiesa è universale” (LG n.1). Ma la tentazione rimane. E spesso assume volti diversi. Talora ci pare basti il saperci noi stessi salvati; altra volta, all’interno della stessa comunità ecclesiale, ci sentiamo appagati da quell’esperienza che viviamo in un gruppo particolare e a noi sembra l’unica esperienza che porti alla santità; non di rado guardiamo con qualche scetticismo ad un cammino ecumenico e ad un dialogo interreligioso; e, infine, qualche volta l’animo nostro è pervaso dalla sfiducia che nella cultura attuale si possa incarnare il messaggio del Regno. Come resistere a questa tentazione? Con un impegno che la grazia di Dio può sostenere in noi. Abbiamo bisogno di riscoprire l’ampiezza universale della creazione e della redenzione, mistero di amore; dobbiamo riconoscere con gioia le diverse esperienze spirituali che nella comunità portano alla ricchezza e manifestano la molteplicità dei doni dello Spirito Santo; dobbiamo scoprire, con fede, nelle altre chiese cristiane quei “semi del Verbo” che germoglieranno in pienezza nella verità e nella carità. Il cristiano non può, quindi, che dare dimensione universale al suo cuore e alla sua speranza. Non credo che ci sia chi possa dubitare della potenza della parola di Dio, che entra nell’intimo del cuore e fa nascere la fede. Temo, invece, non manchi chi dubita della disponibilità degli uomini d’oggi ad ascoltare e ad accogliere questa Parola. Si parla spesso di una cultura che si rivelerebbe sorda ed estranea a valori spirituali, ancor più se religiosi; si dice che scienza e tecnica avrebbero dato all’uomo risposte secondo le quali non varrebbe più la pena di cercare al di fuori o al di sopra di lui; non si nega che superficialità e distrazione impedirebbero una seria attenzione al problema religioso; da qualcuno si giunge a dire che l’affermarsi di un benessere esasperato, la corsa al profitto economico senza scrupoli, la degradazione del costume stesso di vita, renderebbero inaccettabile il messaggio evangelico. Mi pare che si debba ripensare questo atteggiamento di sfiducia. Zaccheo era “capo dei pubblicani e ricco”; “era un peccatore”. Eppure egli “cercava di vedere quale fosse Gesù”; celava nell’animo il desiderio di incontrarlo; d’accordo, un desiderio ancora confuso, a metà tra la curiosità e l’imprevedibile voglia che dal vedere Gesù qualcosa di nuovo accadesse. E il Signore non trasformò in conversione autentica quell’iniziale apertura che Zaccheo offriva alla sua parola e al suo amore? La vita del capo dei pubblicani cambiò totalmente; cadde l’orgoglio; la ricchezza sembrò ingombrante; rese a chi aveva frodato quattro volte tanto e ai poveri donò i suoi beni. Entrò così “in quella casa la salvezza”. La conversione è libera opera di Dio e chiunque può incontrarlo e trovare perdono, pace e gioia, in una vita nuova. Chi mai potrebbe porre limiti alla misericordia di Dio? Non basta attendere, bisogna andare incontro a chi è nella difficoltà, a chi vive nella colpa, a chi è lontano o estraneo alla comunità dei credenti. Bisogna “entrare” nell’intimità dell’altro, con rispetto ed amicizia, affinché dal messaggio accolto possa nascere quella comunione che sostiene e ravviva la fede nella carità. Liberi da pregiudizi, liberi dalla paura del commento di chi sta a guardare. Perché Cristo cammina con noi e ci invita ad avere parte con lui e con quei peccatori che egli ha reso giusti e santi.

 

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

–      Sono capace di vincere il mio orgoglio, riconoscendo i limiti del mio sapere e delle mie conoscenze e abbandonandomi totalmente a Dio?

–      Sono capace di coltivare l’umiltà come virtù fondamentale per vivere una vera conversione del cuore?