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Quinta Domenica di Quaresima 6 Aprile 2014

In questa settimana siamo invitati

a riflettere su GESU’

che ha il potere

di farci passare

dalla MORTE alla VITA,

dal PECCATO alla GRAZIA

PRIMA LETTURA:

Dal libro del profeta Ezechiele: Ez 37, 12-14:

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

La promessa di Dio di cambiare il cuore dell’Uomo è sempre viva. La tomba, il sepolcro, è il simbolo delle tenebre in cui l’uomo si trova quando è immerso nel peccato. Solo Dio può salvare da questa condizione, perché questa salvezza è un passaggio dalla morte alla vita, e solo lo Spirito di Dio può ridare la vita spirituale a chi è morto alla vita! 

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Credo davvero che il Signore, con la sua Grazia, può trasformare profondamente la mia debolezza e la mia “morte” provocata dal peccato? 

–      Sono convinto che in Dio posso trovare riposo e tranquillità in tutte le mie preoccupazioni?

 

SECONDA LETTURA: 

Dalla lettera di S. Paolo Apostolo ai Romani: Rm 8, 8-11: 

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. 

Anche S. Paolo riprende il tema del peccato inteso come morte dell’anima! L’uomo che vive secondo la “carne” è morto. Solo lo Spirito di Dio può ridargli la vita e renderlo nuovo. E’ forte l’affermazione di Paolo: “Chi non ha lo Spirito di Cristo non gli appartiene”! Per appartenere a Cristo occorre compiere le opere dello Spirito e per compiere queste opere bisogna avere in noi lo Spirito di Cristo e non perderlo!

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

–      Cosa faccio per condurre la mia vita verso opere che siano segno della presenza dello Spirito Santo in me? 

–      Sono davvero preoccupato di appartenere a Cristo piuttosto che al “mondo”?

 

VANGELO:

Dal Vangelo secondo Giovanni: Gv 11, 1-45:

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».  Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.  Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Il racconto della risurrezione di Lazzaro è una delle “storie di segni” che racconta san Giovanni. Si tratta qui di presentare Gesù, vincitore della morte. Il racconto culmina nella frase di Gesù su se stesso: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me non morrà in eterno” (vv. 25-26). Che Dio abbia il potere di vincere la morte, è già la convinzione dei racconti tardivi dell’Antico Testamento. La visione che ha Ezechiele della risurrezione delle ossa secche – immagine del ristabilimento di Israele dopo la catastrofe dell’esilio babilonese – presuppone questa fede (Ez 37,1-14). Nella sua “Apocalisse”, Isaia si aspetta che Dio sopprima la morte per sempre, che asciughi le lacrime su tutti i volti (Is 25,8). E, per concludere, il libro di Daniele prevede che i morti si risveglino – alcuni per la vita eterna, altri per l’orrore eterno (Dn 12,2). Ma il nostro Vangelo va oltre questa speranza futura, perché vede già date in Gesù “la risurrezione e la vita” che sono così attuali. Colui che crede in Gesù ha già una parte di questi doni della fine dei tempi. Egli possiede una “vita senza fine” che la morte fisica non può distruggere. In Gesù, rivelazione di Dio, la salvezza è presente, e colui che è associato a lui non può più essere consegnato alle potenze della morte. 

NESSO TRA LE LETTURE 

La vittoria della vita sulla morte è al centro della nostra attenzione in questa ultima domenica di quaresima. È una vittoria che si realizzerà solo nel mistero pasquale di Cristo (passione, morte e resurrezione), ma in questa liturgia si prefigura già nella visione del profeta Ezechiele (i morti che tornano alla vita, prima lettura) e, soprattutto, nella resurrezione di Lazzaro (vangelo), l’amico di Gesù. Il tema di fondo è di grande interesse: la morte è ed è sempre stata un enigma insolvibile per il genere umano. Possiamo dire che dopo i vangeli quaresimali della samaritana e del cieco dalla nascita, questo ultimo brano su Lazzaro promuove la speranza dell’uomo peccatore ad un’altezza inimmaginabile. Benché l’uomo sia morto a causa dei suoi peccati e delle sue colpe, è assai più grande il potere del Signore che lo salverà.

La liturgia di questo giorno ci predispone a vivere la passione del Signore nostro Gesù Cristo. Gesù appare nel vangelo della resurrezione di Lazzaro come colui che ha potere sulla morte. Egli è veramente la resurrezione e la vita, e lo dimostra con le sue opere. Si realizzano così le parole dello stesso Giovanni in un altro brano del suo vangelo: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Il Signore è il Dio della vita e non si compiace della morte dei viventi. Quello che risulta impossibile all’uomo, come dare vita ad un corpo ormai inerte, resuscitare un morto, è possibile a Dio, per il quale niente è impossibile. La resurrezione di Lazzaro è l’ultimo miracolo che Gesù compie prima della sua Passione.

È la conclusione di tutti i “segni” che Giovanni colloca in una sorta di “crescendo”. Affinché l’uomo possa avere la vita, affinché sia sconfitto l'”ultimo nemico, la morte” (cfr 1 Cor 15,26), è necessario che il Cristo offra la sua vita, soffra la sua passione, muoia e resusciti. Sembra che Gesù, incamminandosi con decisione verso Gerusalemme per compiere la sua missione, voglia affrontare in anticipo la morte qui in Betania, e annunciare la sua vittoria definitiva. Cristo ci offre, già qui, un segno e una prova della resurrezione dell’ultimo giorno, restituendo la vita a Lazzaro. Annuncia così la sua stessa resurrezione che, tuttavia, sarà di ben altro ordine.

Nella scena di Betania, la nostra attenzione è efficacemente richiamata dalla frequenza con cui l’evangelista mostra la commozione di Gesù. Gli annunciano, con poche e delicate parole, che “il tuo amico è malato”. Sappiamo che Gesù era un caro amico di Lazzaro e delle sue sorelle. Vedendo piangere Maria e coloro che la accompagnavano Gesù resta turbato, si commuove. Poi Gesù, arrivando presso il sepolcro, pianse davanti alla tomba dell’amico, mostrando pubblicamente il suo dolore. Si rivela così, semplicemente, l’infinita compassione del Signore, la sua profonda sensibilità, la sua grande umanità. Egli è vero Dio e vero uomo che condivide in modo solidale la sorte dei mortali. Egli è il buon samaritano che si muove a compassione vedendo la disgrazia del passante, Egli è il buon pastore che dà la vita per le sue pecore. Dio e uomo, perfetto nella sua umanità e perfetto nella sua divinità. In lui comprendiamo che Dio è amore. È vero che il brano della resurrezione di Lazzaro è un compendio della Cristologia, un evento fondamentale della rivelazione di Gesù. Ecce homo: c’è qui l’uomo perfetto nella sua umanità. Ecce Deus: c’è qui Dio, il Signore della vita e della storia.

Il passo della resurrezione di Lazzaro non ci mostra solo il potere di Cristo sulla morte, in più, ci fa rilevare che il credente è unito a Gesù in modo tale che neanche la morte lo potrà separare. In altre parole, il credente non morrà per sempre. Questo insegnamento si manifesta nella conversazione tra Marta e Gesù. Il risultato della fede, secondo questo dialogo, è il possesso della vita eterna: “chi che crede in me non morrà in eterno”. Un possesso che ha inizio già nel momento presente. Non è necessario aspettare l'”ultimo giorno” per possedere già la vita eterna. San Tommaso commenta: “la fede è una virtù propria dello spirito con la quale comincia in noi la vita eterna” (S.Th II-II c.14,1c). “Se qualsiasi immaginazione vien meno di fronte alla morte, la Chiesa invece, istruita dalla Rivelazione divina, afferma che l’uomo è stato creato da Dio per un fine di felicità oltre i confini delle miserie terrene”, (cfr Gaudium et spes 18). 

Ciò che più consola la persona umana è il sentirsi amata, sentirsi eternamente amata, e per questo motivo, è necessario che l’uomo volga il suo sguardo a Cristo, rivelatore dell’amore del Padre. Il passar del tempo continua a lasciare le proprie tracce nella vita dell’uomo, nel suo spirito e nel suo corpo: all’infanzia sussegue la gioventù, e a questa l’età matura e la vecchiaia. Il nostro corpo soffre il deterioramento causato dal tempo. La sensazione di incamminarsi verso l’imbrunire della vita è presente nella vita dell’uomo. È necessario, pertanto, ritornare a queste parole del vangelo: “il tuo amico è malato”. In mezzo alla malattia e al dolore e all’ineluttabilità della morte, c’è “Qualcuno” che mi ama davvero di un amore infinito. La persona che attraversa la prova della malattia può sentire la sicurezza che Cristo la ama e l’accompagna in questo delicato passaggio della sua vita. José María Rilke ha saputo esprimerlo in poesia: “Cadono le foglie. Cadono come da lontano. Cadono come se appassissero lontani giardini nei cieli. Cadono con gesti che sembra che neghino tutto… Tutti noi cadiamo… E tuttavia, c’è qualcuno che – con cura infinita – sostiene questo cadere nelle proprie mani”. Nelle nostre parrocchie ci sono molti malati che hanno bisogno dell’amore di Dio. Rinnoviamo il nostro spirito autenticamente cristiano per andar loro incontro. Non possiamo rimanere indifferenti davanti ad essi. Promuoviamo tra i nostri fedeli una nuova sensibilità per chi soffre, per l’anziano abbandonato, per il malato che non può guarire, ma che può essere “accudito”, cioè godere della nostra attenzione e del nostro amore. Essi, i malati, sono “altri Cristo”, sono “gli amici del Signore” che aspettano la nostra visita.

Dio chiama l’uomo ad un’alta vocazione: condividere la vita divina. Questa vocazione si realizza in ognuno di noi in modo particolare. Perciò, non dobbiamo stancarci di gettare le nostre reti per pescare. Il Signore invita gli uomini alla sua amicizia: alcuni li chiamerà alla consacrazione totale nel sacerdozio o nella vita religiosa, altri li chiamerà all’incredibile vocazione familiare, altri li chiamerà ad una vocazione di totale servizio degli altri, ma tutti sono invitati a condividere il suo amore. Dobbiamo essere noi gli annunciatori della chiamata di Dio, facendo tutto quanto sia in nostro potere per promuovere la nascita della vocazione divina, specialmente quella religiosa, per le necessità del nostro tempo.

Non ci spaventi l’apparente indifferenza di chi circonda. Il mondo continua ad avere bisogno di Dio e di annunciatori del suo amore. È molto interessante quel dialogo del Curato di Ars col Signore:

“Signore, perché mi inviasti al mondo? Per salvarti, rispose il Signore. E, perché vuoi che mi salvi? Perché ti amo”. Qui sta il segreto di ogni vocazione: “perché ti amo”.

  

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

–      Quanto è viva in me la fede nella risurrezione dai morti?

–      Penso mai alla mia rinascita dal peccato alla grazia?