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Domenica delle Palme 13 Aprile 2014

In questa settimana siamo invitati

a riflettere sulla PASSIONE

e MORTE di GESU’

PRIMA LETTURA:

Dal libro del profeta Isaia: Is 50, 4-7:

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo, perché io sappia indirizzare  una parola allo sfiduciato. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come i discepoli. Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro. Ho presentato il mio dorso ai flagellatori, le mie guance a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi. Il Signore Dio mi assiste, per questo non resto svergognato, per questo rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare confuso.

Il Signore a volte ci chiede come figli prediletti di compiere sacrifici per la santificazione dei nostri fratelli. Più noi siamo vicini a Dio più saremo capaci di capire il senso di questa collaborazione all’opera di Salvezza che parte da un amore capace di vivere con passione la preoccupazione del Padre Celeste di vedere con Lui, nella Vita Eterna, tutti gli uomini. Chiediamo la grazia al Signore di non tirarci indietro. 

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

-      Ho mai sperimentato in me la forza di essere testimone anche al di là della mia debolezza e delle mie incapacità?

-      Mi è capitato qualche volta, magari per vergogna, di tirarmi indietro, e di evitare di compiere sacrifici per amore dei miei fratelli?

 

SECONDA LETTURA: 

Dal lettera di S. Paolo Apostolo ai Filippesi: Fil 2, 6-11: 

Cristo Gesù,  pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio  l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: «Gesù Cristo è Signore!», a gloria di Dio Padre. 

Spogliare se stessi è la prima condizione necessaria per aprire il cuore all’amore di Dio! Paolo nel descrivere questa scelta in Gesù ci fa capire che la spoliazione non è fine a se stessa, ma è necessaria per essere innalzati da Dio. Se ci riflettiamo bene, questa è anche la strada unica per essere inabitati ed esaltati da Dio!

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

-      Sono capace a spogliarmi di tutto ciò che mi rende “ricco di me stesso” per poter accogliere le ricchezze di Dio? 

-      Sono capace di condividere con i miei fratelli i doni che il Signore mi ha dato?

 

 

VANGELO: 

Passione di N. S. Gesù Cristo secondo Matteo: Mt 26,14 – 27,66: 

In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua. Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.  Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono. Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?». Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente. Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.

Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla. Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!». Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.  Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».  Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra. Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo. A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito. Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo. Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria. Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

È allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre. L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: “Io sono il pane della vita... Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò... E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno” (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena. Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche. Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male. Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: “Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato “amico”. È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato “amico”? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione? Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più “complice” di nessuno. 

In questa domenica si svolge la processione, semplice o solenne, che commemora l'entrata di Gesù a Gerusalemme. Il vangelo che si proclama all'inizio della processione mette in rilievo che Gesù è il "Figlio di Davide", importante titolo messianico, e sottolinea che Egli è il Re umile, giusto e vittorioso che restaurerà la città di Gerusalemme. Il clima della processione è festoso, ed è pure un'anticipazione profetica del trionfo definitivo di Cristo sul peccato e sulla morte nel suo mistero pasquale. Le letture della Messa, invece, ci espongono le condizioni che saranno necessarie affinché Cristo realizzi questo trionfo. La prima lettura ci presenta il Servo dolente con le sue sofferenze e la sua ammirabile disponibilità davanti al sacrificio (prima lettura). L'inno Cristologico della lettera ai Filippesi si incentra sull'umiltà e l'obbedienza filiale, fino alla morte di croce di Gesù (seconda lettura). Infine, il racconto della passione secondo san Matteo ci mostra Cristo come un re che, pur nella sua regale maestà, è stato respinto dal suo popolo e dai suoi ministri, ed è da questi condotto a morte. Tuttavia, nonostante sia stato respinto, Egli è la pietra angolare sulla quale si erge l'edificio dalla Chiesa nascente, (vangelo). L'obbedienza filiale fino alla morte per amore è ciò che unifica ed emerge dalla liturgia di questo giorno. 

La quaresima è stata un cammino di conversione che la Chiesa ha realizzato alla sequela di Cristo, suo Capo, nella sua ascensione verso la città di Gerusalemme. Ora arriva il momento di fare l'entrata solenne nella città sacra. Cristo stesso è presente nella processione per mezzo della croce che precede il camminare dei fedeli; è presente nel vangelo che si proclama proprio all'inizio della processione; è presente, infine, in chi presiede la liturgia processionale. Questa processione è uno splendido simbolo del fatto che Cristo cammina accanto a ciascuno di noi nel nostro peregrinare verso la patria definitiva. La promessa biblica "Io starò con voi" trova qui una sua felice espressione. Allo stesso tempo, la processione dei fedeli si dirige, allo stesso tempo, verso Cristo, che si immolerà nell'altare. La proclamazione della passione secondo san Matteo ci mostra il percorso di dolori che Gesù dovette sopportare per amore verso di noi, peccatori. Lo sguardo dei fedeli, pertanto, si volge amorevole a Cristo, amico delle nostre anime, agnello immolato che ha dato la sua vita in riscatto per noi. San Bernardo dice che nella processione è rappresentata la gloria celeste, mentre nella Messa diventa chiaro quale sia la strada è per raggiungerla. Se nella processione vediamo cioè con chiarezza la meta verso la quale dobbiamo arrivare, la patria del cielo, la passione ci mostra la strada e le condizioni che sono necessarie: la persecuzione, l'obbedienza umile, la passione dolorosa. L'ideale sarebbe scoprire entrambe le realtà: patria celesta e strada per raggiungerla, nella sua dimensione Cristologica. Cristo che cammina con noi, Cristo che cammina davanti a noi, aprendoci la porta dei cieli, Cristo che cammina e soffre e soffre tra noi, che siamo il suo corpo.

In Matteo scopriamo una prospettiva Cristologica. Gesù afferma chiaramente davanti al Sommo Sacerdote che Egli è il Messia, il Signore, e che in lui si realizzano le promesse del Regno e si instaura una nuova alleanza (26,64). Egli si mostra padrone delle sue azioni, e si offre liberamente al sacrificio d'amore. Quando si trova nel Getsemani potrebbe chiamare una legione di angeli (26,53), ma non lo fa: va liberamente a compiere la volontà del Padre. La corona di spine, il manto di porpora, la canna sistemata nella sua destra evidenzieranno, in modo paradossale, la sua maestà e regalità. Nella sua passione Cristo è re e regna. Attraverso le sue sofferenze Egli è Re, e salva gli uomini. Cristo il nostro Re! Solo Matteo presenta gli eventi della passione in termini escatologici: il tremore della terra, l'oscurità, i sepolcri aperti... La tenda del tempio che si lacera, simbolizzando che i sacrifici dell'antica alleanza sono stati superati da un sacrificio eccellente, e che è stata costituita la nuova alleanza tra Dio e gli uomini, attraverso il sangue di Cristo. Quella croce, che sta al centro della storia, è, contemporaneamente, il fine della storia.

La vita umana è la strada lungo la quale scopriamo il valore della croce. L'ingresso festoso di Gesù a Gerusalemme suggerisce il ricordo di molti momenti dell'esistenza umana. Momenti di allegria, di pienezza, di amicizia sincera, di realizzazione personale. Momenti nei quali si sperimenta più vivamente l'amore di Dio, la vicinanza e l'affetto delle persone care, la bellezza della vita. Tuttavia, in questo camminare dell'esistenza umana, viviamo anche momenti di tristezza, di sconfitta, di dolore, di fallimento. Una malattia, la morte di una persona amata, una dolore morale, un'incomprensione... Tutto ciò ci indica che la nostra patria definitiva non è questa, e che questa vita, di per se stessa bella e degna di essere vissuta, non è altro che il prologo di una vita che non conoscerà mai il dolore. Tutto questo ci ricorda che siamo pellegrini verso la gloria eterna di Dio, e che dobbiamo continuare a camminare sempre senza arrenderci davanti alla stanchezza, alla fatica, alle pene o ai peccati di questa vita. Camminare sempre, andare sempre avanti per raggiungere la felicità eterna che, in qualche modo, ha avuto inizio già su questa terra, attraverso la nostra fede in Cristo Gesù. Non ci perdiamo per strada per il tedio della vita, ma assumiamo pacificamente che il cammino per la vera felicità passa per la croce; e non per una croce qualsiasi, ma solo attraverso quella che si vive per Cristo, con Cristo ed in Cristo. Si tratta di saper scoprire nella nostra vita gli "ingressi festosi" in Gerusalemme per allargare il nostro cuore, e camminare sulle vie del Signore. Ma, al contempo, si tratta di disporre l'anima a vivere la croce di ogni giorno, i piccoli grandi dolori della vita familiare e le pene quotidiane con amore e serenità, in unione con Cristo. 

Una seconda riflessione ci viene suggerita dall'immagine dei "bambini ebraici" che, tra la folla, agitano i rami al passaggio di Gesù. Dobbiamo considerare l'importanza di educare alla fede e ai valori cristiani i nostri bambini. Le giovani generazioni sono, forse oggi più che in passato, esposte all'influsso negativo dei mezzi di comunicazione. Viviamo in una cultura dell'immagine che imprime segni indelebili nell'animo dei piccoli: immagini di violenza, di terrore, di ingiustizie, di lotte fratricide tra gli uomini... che, certamente, non passano senza lasciare qualche traccia nei loro animi sensibili e percettivi. Ogni cristiano deve sentirsi responsabile di questa situazione, sentendo e facendo proprio l'anelito di imprimere nel cuore di coloro che ci sostituiranno non solo immagini positive che li aiutino a vivere e sperare, ma anche contenuti di fede, di speranza e di amore che li potranno sostenere quando arriveranno all'età matura. Questo compito è responsabilità innanzitutto dei genitori, dei familiari che costituiscono la loro casa, come una piccola chiesa domestica, dove si impara a vivere la fede. Ogni bambino è come un tesoro che appartiene a Dio, che lo stesso Dio ha affidato alla cura e alla protezione dei genitori. Tuttavia, si tratta di una responsabilità della quale partecipano anche tutti coloro che intervengono nel processo educativo: i professori, i catechisti, i parroci... Come faceva il Curato di Ars, impegniamoci a dedicare una buona parte del nostro tempo alla catechesi dei più piccoli, perché quelli che oggi sono bambini che agitano i ramoscelli d'ulivo nell'atrio delle nostre chiese, saranno domani i nuovi predicatori del vangelo, formeranno nuove comunità cristiane, consegneranno la loro vita in consacrazione a Dio, educheranno i loro figli e potranno trasmettere la fede e i valori. Arte delle arti è educare un bambino. Educhiamo i bambini come faceva Gesù: guidiamoli sui sentieri della virtù, all'amore per la verità superando ogni bugia, per il cammino del distacco dal proprio egoismo, affinché sappiano darsi agli altri. Subdole tentazioni della nostra società sono l'eccessivo individualismo e l'egocentrismo esasperato, che rinchiudono la persona in se stessa, impedendole di essere felice e di realizzarsi pienamente nella sua vita. Impariamo a stimare le risorse dei bambini: essi, i piccoli, costituiscono un esercito di apostoli per la loro semplicità, per la loro amicizia intima e spontanea con Gesù, per la loro capacità di lanciarsi senza paura nelle grandi imprese. Anche se siamo adulti e maturi, dobbiamo essere pronti ad imparare grandi lezioni dai quei frugoletti che sono spesso la disperazione come pure la gioia dei loro genitori, e che oggi agitano festanti i loro ramoscelli d'ulivo nell'atrio della nostra parrocchia. 

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE 

-      Cerco di avvicinarmi ai racconti sulla passione di Cristo non da semplice spettatore, ma con il cuore aperto ad accogliere il valore salvifico del sacrificio di Cristo? 

-      Cosa mi colpisce di più dei racconti sulla passione? Ho mai provato ad immedesimarmi in qualche personaggio per capire se veramente sono vicino a Cristo e alla sua Opera?