Skip to content
 

Festa della Sacra Famiglia 28 Dicembre 2014

In questa settimana siamo

invitati a riflettere sulla

IMPORTANZA

DELLA FAMIGLIA

 

PRIMA LETTURA:

Dal libro della Genesi: Gen 15, 1-6; 21,1-3: 

In quei giorni, fu rivolta ad Abram, in visione, questa parola del Signore: «Non temere, Abram. Io sono il tuo scudo; la tua ricompensa sarà molto grande». Rispose Abram: «Signore Dio, che cosa mi darai? Io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco». Soggiunse Abram: «Ecco, a me non hai dato discendenza e un mio domestico sarà mio erede». Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: «Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede». Poi lo condusse fuori e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle» e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. Il Signore visitò Sara, come aveva detto, e fece a Sara come aveva promesso. Sara concepì e partorì ad Abramo un figlio nella vecchiaia, nel tempo che Dio aveva fissato. Abramo chiamò Isacco il figlio che gli era nato, che Sara gli aveva partorito.

Invecchiare senza aver avuto la gioia, legittimamente sospirata, di un figlio; vedere giungere il giorno in cui si partirà senza lasciare discendenza: dura prova della sterilità di una coppia che ha sempre contato sulla benedizione del Signore. Per aver creduto contro ogni speranza, Abramo si è ritrovato alla testa dell’innumerevole discendenza di coloro che, impegnandosi nell’avventura della fede, sono andati incontro a Cristo.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

–      Posso dire sinceramente di amare la mia famiglia? Prego per essa? 

–      Cosa faccio per costruire l’armonia all’interno della mia famiglia? Fomento discordie, calunnie, disunioni?

 

 

SECONDA LETTURA:

Dalla lettera agli Ebrei: Eb 11,8. 11-12.17-19:

Fratelli, per fede, Abramo, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità, e partì senza sapere dove andava. Per fede, anche Sara, sebbene fuori dell’età, ricevette la possibilità di diventare madre, perché ritenne degno di fede colui che glielo aveva promesso. Per questo da un uomo solo, e inoltre già segnato dalla morte, nacque una discendenza numerosa come le stelle del cielo e come la sabbia che si trova lungo la spiaggia del mare e non si può contare. Per fede, Abramo, messo alla prova, offrì Isacco, e proprio lui, che aveva ricevuto le promesse, offrì il suo unigenito figlio, del quale era stato detto: «Mediante Isacco avrai una tua discendenza». Egli pensava infatti che Dio è capace di far risorgere anche dai morti: per questo lo riebbe anche come simbolo. 

Messo alla prova in tre circostanze decisive, Abramo ha camminato nella notte della fede verso la terra dei viventi, “come se vedesse l’invisibile”. Ha ottenuto una discendenza più numerosa delle stelle del cielo: l’immensa famiglia dei credenti di tutti i tempi.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

–      Cerco di portare Dio all’interno della mia famiglia? Sono capace di testimoniare in essa la mia fede? 

–      Sono consapevole che Dio potrebbe parlarmi anche attraverso i membri della mia famiglia?

 

VANGELO:

Dal  Vangelo secondo Luca: Lc 2,22-40: 

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore – come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui

Portato al tempio dai suoi genitori, che lo offrono al Signore secondo la prescrizione della legge, ecco Gesù, il bambino-Dio, già in stato di offerta per compiere la volontà del Padre. Due vegliardi, la cui attesa della salvezza è già soddisfatta, profetizzano. Nel chiaroscuro della loro fede, Maria e Giuseppe passano di stupore in stupore. 

C’è un legame stretto tra famiglia e Natale. Lo sperimentiamo in questi giorni, quando ci ritroviamo in famiglia per festeggiare.  Succede però sempre più spesso che questo legame si riveli come fragile e vulnerabile. Molte famiglie sono ferite dalla festa del Natale. Quel giorno riporta infatti il ricordo di tanti altri Natali più felici; e così esso, anziché essere giorno di festa, diventa giorno di malinconia e di rimpianto. Molti sono i genitori feriti dalla festa di Natale: sono soprattutto i genitori degli adolescenti. Il Natale ripropone loro l’evidenza di un distacco. A volte, potrà trattarsi di un distacco anche esteriore nei confronti dei figli; ma in ogni caso, il distacco che ferisce è quello interiore. I figli formulano un augurio fuggitivo: magari anche appariscente, avvolto in molta carta dorata, e tuttavia affrettato e schivo. Debbono partire per la montagna. Oppure no, rimangono in città, ma appaiono così imbarazzati e refrattari ad ogni commozione e ad ogni segno di affetto. E così i genitori rimpiangono il tempo passato, quando i figli erano bambini, e il Natale sembrava più felice… Ma anche questi figli sono feriti dal Natale, assai più di quanto non dichiarino o lascino trasparire. L’essere estranei alla gioia e alla pace di questa festa è per loro motivo di sofferenza: forse inespressa, inesprimibile, eppure vera. Anche i figli ricordano i Natali di un tempo, quando erano bambini e attendevano con trepidazione la notte santa: e si sentono incapaci di rivivere quell’attesa gioiosa…  Questa incapacità di figli e genitori nel mantenere viva l’attesa gioiosa del Natale assomiglia molto allo smarrimento di Abramo, che ci viene descritto dalla prima lettura di domenica (Gen 15,1-6;21,1-3). Abramo era vecchio, e non aveva figli. Si ritrova così a vivere con la paura che la sua vita trascorra inutilmente: ha nostalgia degli anni passati, quando era più giovane, sente che quegli anni non possono più ritornare, e teme di chiudere gli occhi senza avere nessuno che si ricordi di lui. Anche Maria e Giuseppe sono smarriti, nel brano evangelico di domenica (Lc 2,22-40). “Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui”. Soprattutto Maria e Giuseppe temono il loro futuro, così ricco di incognite e di rischi: intuiscono già, aiutati dal vecchio Simeone, che quel figlio sarà segno di contraddizione; e capiscono che anche la loro anima sarà come trafitta da una spada. Eppure Maria e Giuseppe presentano quel figlio al tempio: sanno che Dio è fedele alle sue promesse. Così, d’altronde, fece pure Abramo, che offrì Isacco, il suo unico figlio, sapendo che Dio è capace di far risorgere anche dai morti. Maria, Giuseppe, Abramo offrono i loro figli a Dio, nella certezza che lui ricorda sempre la sua alleanza.  E allora anche oggi, perché il Natale possa ritornare ad essere la festa di ogni famiglia, occorre che i genitori si affrettino a presentare i figli al tempio. Se poi questi sono cresciuti, e al tempio non vogliono più venire, non si scoraggino: li portino ugualmente, mediante la loro preghiera e la loro fede, li pongano ugualmente nelle mani del Padre, e attendano da lui con fiducia una benedizione. Essa non si farà attendere.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

–      Penso che la mia famiglia debba essere un esempio per le altre famiglie (parenti, amici, comunità parrocchiale) che mi circondano? 

–      Mi capita di fomentare chiacchiere sulla mia famiglia a causa del mio comportamento?