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XXVI Domenica Ordinaria 27 Settembre 2015

In questa settimana siamo

invitati a riflettere sulla nostra

COERENZA DI VITA

nelle SCELTE CRISTIANE

PRIMA LETTURA:

 

Dal libro dei Numeri: Num 11, 25-29 

  • In quei giorni, il Signore scese nella nube e parlò a Mosè: tolse parte dello spirito che era su di lui e lo pose sopra i settanta uomini anziani; quando lo spirito si fu posato su di loro, quelli profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito. Ma erano rimasti due uomini nell’accampamento, uno chiamato Eldad e l’altro Medad. E lo spirito si posò su di loro; erano fra gli iscritti, ma non erano usciti per andare alla tenda. Si misero a profetizzare nell’accampamento. Un giovane corse ad annunciarlo a Mosè e disse: «Eldad e Medad profetizzano nell’accampamento». Giosuè, figlio di Nun, servitore di Mosè fin dalla sua adolescenza, prese la parola e disse: «Mosè, mio signore, impediscili!». Ma Mosè gli disse: «Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!».

Vivendo in un Paese a maggioranza di fede cristiana e cattolica, quanto meno di “cultura e tradizione” cristiana, ci resta difficile immaginare cosa significhi non avere accanto persone che condividano la nostra vita e testimonianza cristiana. Se è vero e profondo il desiderio di Mosè comune a tutti quei cristiani che vivono isolati in Paesi non cristiani, quanto maggiore deve essere il nostro desiderio che tutti coloro che hanno ricevuto il battesimo siano davvero profeti di Dio secondo il carisma donato loro dal Signore.. Ognuno di noi non deve essere geloso, ma anzi deve lodare Dio se vede cristiani veri capaci di essere profeti.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Vivo con desiderio profondo che la fede cristiana si diffonda in tutto il mondo?
  • Sono geloso dei doni che il Signore ha concesso ad altri cristiani oppure ne sono felice per loro?

 

 

SECONDA LETTURA:

Dalla lettera di S. Giacomo apostolo: Gc 5, 1-6

  • Ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte alle orecchie del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza.

Spesso mettiamo la nostra fiducia nelle cose di questo mondo in un modo talmente ossessivo da far morire ogni spiritualità e ogni legame affettivo, nei loro aspetti più profondi. Non solo, ma addirittura per conquistare beni materiali, per altro effimeri, forse qualche volta, non solo abbiamo messo da parte ma addirittura calpestato i valori della nostra fede e della nostra morale. Credo che un serio esame di coscienza sia necessario per non rendere arida la nostra vita specialmente alla “resa dei conti”.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

  • Sono attaccato ai beni di questo mondo in un modo talmente ossessivo da tralasciare ogni valore, morale, spirituale, affettivo?
  • Mi è capitato di aver compiuto opere di ingiustizia e di disonestà nei confronti dei miei fratelli?

 

VANGELO: 

Dal Vangelo secondo Marco: Mc 9, 38-43. 45. 47-48

  • In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi.Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

L’itinerario di Gesù verso Gerusalemme è un susseguirsi di insegnamenti e raccomandazioni; una specie di manuale catechetico, che serve da continuo confronto per la fede, ancora solo incipiente, dei discepoli.  L’interrogativo posto da uno di loro: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni… ma non era dei nostri” descrive bene il rigido schematismo dentro cui, loro come noi, vorremmo imprigionare la libertà dello Spirito, che soffia sempre dove e come vuole. Non siamo noi cristiani i padroni della salvezza, donataci da Cristo. Sia pure avendo responsabilità e modalità diverse in seno alla Chiesa, noi cristiani abbiamo solo il compito di far incontrare, tra di noi e agli altri, con la nostra testimonianza, la nostra parola e le nostre opere, la persona di Cristo. La consapevolezza della gratuità del dono di Cristo ci obbliga a valorizzare tutto ciò che, nel mondo, fa presagire e manifesta la sua presenza redentrice, perché Cristo, unico ad avere una risposta esauriente all’inquietudine presente nel cuore dell’uomo, può inviare lo Spirito Santo a illuminare il cuore di ogni persona. Il nostro desiderio più profondo dovrebbe essere quello di Mosè, quando ha esclamato: “Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Fondamentalismo è parola terrificante che fa piangere e tremare. E continua a far morire: vedi i kamikaze, con il loro folle disegno di uccidersi per uccidere. Fino a qualche anno fa la parola fondamentalismo, con tutta la nuvola nera del vocabolario del terrore, quasi non veniva usata o comunque lo era solo per tristi esperienze passate, o anche attuali ma tutto sommato periferiche e marginali. Oggi ce la ritroviamo tutti i giorni in tutti i giornali e telegiornali, e basta cliccare un qualsiasi motore di ricerca a questa voce per vedersi rovesciare addosso una lista interminabile di ben migliaia di riferimenti. Nessuna religione è esente dall’assalto di questo microbo mortifero, neanche il cristianesimo, la religione rivelata. Lo sapeva bene lo stesso Gesù se, più di una volta, ha dovuto mettere in guardia i suoi discepoli da quell’esclusivismo fanatico e intransigente che porta a dividere gli uomini in due categorie: i nostri, gli altri. Anche oggi la sua parola ha il sibilo di una staffilata; abbiamo ascoltato: “chi non è contro di noi, è con noi”. Ricordiamo il contesto: Gesù è in cammino verso Gerusalemme, e non si stanca di chiarire ai discepoli il perché di questo insolito pellegrinaggio. Non sta andando nella città santa per sbaragliare i romani e riconquistare il regno di Davide; ha deciso di dirigersi lì per dare l’estrema testimonianza di fedeltà alla missione che il Padre gli ha affidato. Ma i discepoli non ci stanno a questo discorso duro e crudo, di fallimento e di croce, né riescono a capire cosa significhi risurrezione dai morti (Mc 9,10; cfr. Gv 2,19-22). Si sono messi in testa il cliché del Messia vincitore e proprio non ce la fanno ad accettare neanche la più lontana ipotesi di un Messia sconfitto. Ma Gesù tira dritto per la sua strada e continua, imperterrito e inflessibile, a fare ai Dodici “scuola di croce”. Ora i suoi hanno appena hanno visto un tale che, non facendo parte del gruppo, va in giro usando il nome di Cristo per scacciare i demoni: ma come si permette? Non hanno fatto bene Simone e compagni a proibirglielo?, domanda Giovanni, intransigente e petulante. I discepoli hanno coscienza di appartenere al piccolo gregge di Cristo, e hanno buone ragioni per pensarlo. Ma la loro visuale è ristretta dai paraocchi del particolarismo più gretto, chiamiamolo pure con il suo giusto nome: settarismo. Gesù, certo, è e resta il Maestro degli apostoli, ma non è e non potrà mai essere il loro geloso monopolio. Lo Spirito di Cristo può operare e di fatto opera il bene anche oltre la cerchia di quanti appartengono visibilmente a lui, e quindi i discepoli del Signore non possono non rallegrarsi nel vedere anche i più piccoli germogli di bene, da qualsiasi parte provengano, perché in ultima analisi provengono da Dio stesso. Tale questione non finiva di appassionare le prime generazioni cristiane: che cosa pensare degli “altri” che pur non essendo dei nostri, pur non credendo in Cristo, pur non aderendo alla Chiesa, conducono una vita moralmente onesta e presentano delle manifestazioni che non possono non provenire dallo Spirito Santo? Come si vede, si tratta di una questione quanto mai attuale: perché si deve fare attività missionaria verso i non cristiani? Non possono salvarsi anch’essi seguendo la loro religione? Non bisogna rispettare la loro coscienza e la loro cultura? Dopo il Concilio la Chiesa ha riscoperto la consapevolezza di essere tutta missionaria, ma paradossalmente proprio in quegli anni si è andato attenuando lo slancio e l’ardore che fino allora aveva spinto tanti, in grandissima parte sacerdoti e religiose, a lasciare anche la patria per andare in paesi lontani ad annunciare il vangelo, come risulta da un dato allarmante: da allora hanno cominciato a calare in caduta verticale le vocazioni missionarie specifiche, quelle a cuore pieno e senza limiti di tempo: le vocazioni a vita. Perché dunque la missione? Perché Cristo è l’unico Salvatore di tutti, anche di quelli che non lo conoscono: “è la sorgente originaria dei valori che già possiedono e la meta nascosta a cui tendono, perché tutti sono creati in lui e orientati alla comunione con lui” . Se è vero che ogni scintilla di verità, ogni frammento di bellezza, ogni germe di bontà “da qualsiasi parte provenga, viene ultimamente dallo Spirito Santo” (S. Tommaso), questo è un motivo in più perché i non cristiani di buona volontà che beneficiano di queste luci e di questi doni siano aiutati a scoprirne la fonte, e quindi a conoscere il nome di Cristo, a riconoscere il suo volto per entrare in un rapporto consapevole e pieno con lui e con la sua Chiesa. Occorre anche ricordare che il vangelo è per la piena liberazione dell’uomo, per la sua autentica promozione, e quindi si deve sempre tener presente che l’incontro esplicito con il Signore Gesù nella comunità cristiana libera tutti gli elementi positivi – presenti nelle altre religioni e nelle varie forme di umanesimo non credente – dalle incrostazioni dell’errore e del peccato e li porta a piena maturazione. Il Concilio Vaticano II insegna: “Ogni germe di bene che si trova nella mente e nel cuore degli uomini o nei riti e nelle culture proprie dei popoli” viene “purificato, elevato e portato a compimento” dal cristianesimo. Oggi però bisogna francamente riconoscere che per noi, cristiani-cattolici dell’Occidente, il pericolo numero uno, più che il fondamentalismo o il settarismo, sembra piuttosto il relativismo: per noi è vera la nostra fede, per gli altri la loro. Certo, noi cristiani dobbiamo dialogare con i seguaci di altre religioni per conoscerli obiettivamente ed essere da loro correttamente conosciuti, in modo da stabilire relazioni reciproche di rispetto, di stima, di amicizia. Ma il dialogo interreligioso non è una trattativa diplomatica, come se la questione fosse semplicemente di stabilire rapporti di buon vicinato o di evitare reciproche interferenze o, peggio, odiose invasioni di campo. Oggi occorre piuttosto liberarsi da quella che papa Benedetto chiama “la dittatura del relativismo”: non è vero che una religione vale l’altra. La Chiesa nasce a Pentecoste con questa certezza irrinunciabile per ognuno che ne voglia far parte: “In nessun altro (all’infuori di Gesù Cristo) c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (At 4,12). Pertanto “il dialogo deve essere sempre condotto e attuato con la convinzione che la Chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza”, ha scritto Giovanni Paolo II (Rm 55). La domanda che ci pone oggi la parola di Dio la possiamo formulare con le parole che, in un dramma di P. Claudel, la protagonista ormai cieca, Violaine, pone perentoriamente a quanti godono del dono della vista: “Ma voi che ci vedete, cosa ne avete fatto della luce?”. Noi che crediamo, cosa ne stiamo facendo della fede: un possesso esclusivo, a nostro uso e consumo, o un messaggio di salvezza da comunicare a tutti?

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Mi capita di fare scelte immorali nella vita cristiana e di dare così una cattiva testimonianza?
  • Sono convinto che la mia coerenza può essere di aiuto anche a coloro che non credono per far nascere e maturare in loro la fede?