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XXVIII Domenica Ordinaria 11 Ottobre 2015

In questa settimana siamo

invitati a riflettere sulla PRIORITÀ

che dobbiamo dare al SIGNORE nelle nostre

SCELTE e nelle nostre PREGHIERE

PRIMA LETTURA:

Dal libro della Sapienza: Sap 7, 7-11

  • Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e a troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure a una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

Leggendo queste parole mi viene da pensare come a volte nelle nostre preghiere chiediamo a Dio cose futili, magari anche superficialmente necessarie, ma limitate soltanto a quel momento specifico che stiamo vivendo. Le parole della prima lettura ci fanno capire come vivere al meglio la dimensione della preghiera. Domandiamoci davvero: quale è la cosa più importante per la nostra vita tanto da farla diventare oggetto fondamentale  della nostra preghiera?  

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE: 

  • Sono convinto che la Sapienza divina è superiore a qualsiasi ricchezza umana?
  • Quali sono i criteri che guidano la mia vita? Mi lascio coinvolgere dallo spirito effimero del mondo?

 

 

SECONDA LETTURA:

Dalla lettera agli Ebrei:Eb 4, 12-13

  • La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore.  Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.

Non so se davvero noi conosciamo noi stessi in profondità. Sì, forse negli anni impariamo a conoscere alcuni aspetti del carattere, alcuni gusti in fatto di moda, di relazione con gli altri, alcune preferenze nel lavoro, ecc., ma quante volte ci siamo trovati di fronte a situazioni in cui la nostra reazione sembrava sconosciuta anche a noi stessi? Quante volte un nostro comportamento ha meravigliato persino noi?

Questo ci fa chiedere: cosa può aiutare a conoscere me stesso sempre di più? Non c’è dubbio che la Parola di Dio può nutrire fino in fondo il mio animo perché penetra in profondità il mio essere. Non la facciamo mai mancare alla nostra vita.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Cerco di trovare il tempo di leggere e meditare la Parola di Dio, per nutrire la mia fede?
  • Penso che la Parola di Dio può davvero rivelare a me stesso chi sono io? Penso che possa aiutarmi nella conoscenza di me stesso?

 

 

VANGELO: 

Dal Vangelo secondo Marco: Mc 10, 17-30 

  • In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Quest’uomo sembrava avere tutto. Egli era ricco e, in più, obbediva ai comandamenti divini. Si è rivolto a Gesù perché voleva anche la vita eterna, che desiderava fosse come una assicurazione a lunga scadenza, come quella che si ottiene da una grande ricchezza. Gesù aveva già annunciato che per salvare la propria vita bisognava essere disposti a perderla, cioè che per seguirlo occorreva rinnegare se stessi e portare la propria croce (Mc 8,34-35). L’uomo era sincero e si guadagnò uno sguardo pieno d’amore da parte di Gesù: “Una sola cosa ti manca, decisiva per te. Rinuncia a possedere, investi nel tesoro del cielo, e il tuo cuore sarà libero e potrà seguirmi”. Ma né lo sguardo né le parole di Gesù ebbero effetto. Quest’uomo, rattristato, certo, ha tuttavia preferito ritornare alla sicurezza che gli procurava la propria ricchezza. Non ha potuto o voluto capire che gli veniva offerto un bene incomparabilmente più prezioso e duraturo: l’amore di Cristo che comunica la pienezza di Dio (Ef 3,18-19). Paolo lo aveva capito bene quando scrisse: “Tutto ormai io reputo spazzatura, al fine di guadagnare Cristo… si tratta di conoscerlo e di provare la potenza della sua risurrezione…” (Fil 3,8-10).

La domanda posta è di quelle decisive: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Il giovane rappresenta molti di noi, che vanno da Gesù con buona volontà e sincerità, con alle spalle una lunga e generosa pratica cristiana, ma che sentono alla fine di non essere soddisfatti perché le esigenze di un amore serio pungolano verso una radicalità e totalità senza mezze misure. Alla fine bisognerà pure avere il coraggio di credere vera, così come è scritta, la parola di Gesù, e smetterla di interpretarla o addolcirla a nostro comodo. Essere cristiani è semplicemente questo. Gesù trova sincero questo giovane, e più che idoneo al Regno di Dio: “Allora Gesù, fissatolo, lo amò”. C’erano tutte le premesse per farne un suo discepolo, e forse un apostolo. Gesù se ne entusiasma e sogna grandi cose per lui. Lo fa per ogni uomo, perché Dio vede e vuole il nostro bene più di quello che noi non vediamo e vogliamo di noi! Ma il giovane alla fine se ne andò via “rattristato e afflitto”. Qualcosa non ha funzionato. Forse due cose: il coraggio della radicalità, e la fiducia nelle possibilità di Dio di fare anche l’impossibile. Sullo sfondo sta sempre il tema della salvezza, giocata sul campo dell’uso delle ricchezze. “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi”. La posta in gioco è alta: la vita, la felicità, la riuscita, l’eternità. Ebbene, come la si ottiene? Con le nostre conquiste umane, con le nostre ricchezze e sicurezze, con il bene che possiamo fare noi, oppure con una radicale libertà da ogni nostra capacità per affidarci pienamente a Dio? Una parabola di Gesù ci illumina: “Il Regno di Dio è simile ad un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo” (Mt 13,44). Quel “pieno di gioia” fa contrasto col giovane ricco che si allontana triste: aveva molti beni e aveva posto in essi la sua sicurezza e salvezza. Gesù non disprezza il buon uso dei beni economici, ne denuncia tuttavia l’idolatria come se lì si trovi ogni sicurezza e salvezza; ne dichiara la pericolosità per il fascino e l’affanno che comportano, e perché chiudono il cuore a realtà più alte e decisive: “Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!”. Ci accorgiamo anche noi come ogni giorno cresca tra i giovani la violenza da benessere e come il consumismo porti all’indifferentismo religioso e alla perdita di ogni solidarietà. Eppure facciamo fatica a crederci e, come i discepoli, rimaniamo stupefatti di questo giudizio così pesante di Gesù sulle ricchezze. Egli, ribadendo il concetto, rincara la dose: “Figlioli, com’ è difficile entrare nel Regno di Dio! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Ci vuole allora un altro modo di valutare le cose, tutto opposto alla prevalente enfasi che si dà all’economico nella nostra cultura, a discapito d’ogni altro valore spirituale e morale. Dice il saggio del libro della Sapienza: “Implorai e mi fu elargita la sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto; perché tutto l’oro al suo confronto è un po’ di paglia. L’amai più della salute e della bellezza”. Utopia? “Insieme con essa – prosegue la Sapienza – mi son venuti tutti i beni”. Lo conferma con forza sorprendente Gesù ai discepoli che hanno rischiato per lui: “In verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”. E’ comunque un problema serio quello del distacco dalle ricchezze. I discepoli vi tornano sopra: “Essi, ancora più sbigottiti, dicevano tra loro: E chi mai si può salvare? – Ma Gesù, guardandoli, disse: Impossibile presso gli uomini, ma non presso Dio! Perché tutto è possibile presso Dio”. Esiste dunque un bene che difficilmente riusciamo a compiere: impossibile presso gli uomini! Il distacco dalle ricchezze e l’abbandono radicale in Dio non possono essere frutto della nostra capacità, ma sono solo dono di Dio. In altre parole: la salvezza – perché di questa sempre si tratta – è impossibile all’uomo, non deriva neanche dalla sua buona volontà o osservanza della legge, ma è solo gratuito dono di Dio. È quello che si dice: per grazia e misericordia.

Per questo la salvezza cristiana sbilancia il ricco, o se si vuole, l’uomo della cultura e della società opulenta di oggi. La salvezza è dono gratuito di Dio, non nostra conquista; anzi è misericordia, cioè perdono, perché anche quel poco che avremo fatto, è stato più un pasticciare e sbagliare che non un costruire per l’eternità.

La domanda iniziale del giovane ricco e la risposta finale di Gesù parlano di vita eterna. Nessuno è così ingenuo da pensare che i soldi non servono e che il progresso tecnico non sia un bene da promuovere: ma il cuore dell’uomo ha bisogni più profondi, ha destini più alti, in qualità e lunghezza: appunto la vita eterna. Questa méta sta al di là della nostra efficienza: è opera solo di Dio. Richiede accoglienza, docilità, libertà dalle proprie cose e da sé. Questo è il senso della radicalità esigita da Cristo.

SPUNTI PER LA RIFLESSIONE PERSONALE:

  • Sono convinto che, se nella mia vita scelgo di seguire Gesù, la mia vita viene trasformata in modo meraviglioso?
  • Quali sono le cose che ancora mi frenano e non mi permettono di seguire Gesù pienamente?