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Il testamento spirituale del “Maestro” Gesù, Gv 15, 1-17

Il testamento spirituale del “Maestro” Gesù, Gv 15,1-17

Pubblichiamo sul nostro sito la seconda catechesi tenuta da don Gianfranco Corbino durante il periodo di Quaresima 2011 nella parrocchia di S. Melania Juniore.

1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.
9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. 14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. 16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. 17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.
18Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. 19Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. 20Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. 21Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. 22Se io non fossi venuto e non avessi parlato loro, non avrebbero alcun peccato; ma ora non hanno scusa per il loro peccato. 23Chi odia me, odia anche il Padre mio. 24Se non avessi compiuto in mezzo a loro opere che nessun altro ha mai compiuto, non avrebbero alcun peccato; ora invece hanno visto e hanno odiato me e il Padre mio. 25Ma questo, perché si compisse la parola che sta scritta nella loro Legge: Mi hanno odiato senza ragione.
26Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

 

Continua il nostro dialogo ai piedi di Gesù, anche questa sera immaginiamo di essere nel Cenacolo, accanto a quel tavolo, sdraiati, come si usava a quei tempi, accanto a Lui, per ascoltarlo parlare durante quella cena ebraica, durante la Pasqua ebraica, nella quale Gesù rivela se stesso. Forse mai, come in quel momento, è stato così vicino ai suoi discepoli. Nel vangelo di Luca, all’inizio della cena pasquale Lui usa delle parole splendide: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi”, perché non la mangerà più fino a che non si compirà il Regno di Dio. Se mangiare insieme è il segno dell’amicizia, quella Pasqua per Gesù aveva un significato unico, particolare, stava con i suoi amici. Immaginiamo che sia Lui stesso, qui presente nell’Eucarestia, a dirci le stesse parole che ha detto ai suoi discepoli in quella sera splendida e drammatica allo stesso tempo.

 

1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore.

È un’immagine stupenda quella che usa Gesù: l’immagine della vite. Tutti noi abbiamo visto una vite, è carica di tralci che portano l’uva. Nella Bibbia il vino è sempre il segno della gioia, per cui l’uva simboleggia la festa. Pensate soprattutto che il primo miracolo compiuto da Gesù a Cana è stato trasformare l’acqua in vino per non rovinare la festa di due sposi. Se noi volessimo leggere questa frase in termini spirituali, è come se Gesù volesse dirci di stare attenti perché potrebbero esserci altre vigne che producono uva, ma questa uva può essere selvatica, può produrre gioia, non una gioia vera, può produrre festa, ma non una festa vera, può dare alimento, ma probabilmente non l’alimento vero, quello che fa crescere. Noi abbiamo la certezza che Gesù sia la vera vite, perché il Padre è il vignaiuolo, il miglior vignaiuolo che l’uomo possa immaginare, perché è colui che si intende davvero di vigne e di “vino buono”. La sua vigna è buona, capace di produrre uva buona, e quindi anche il vino sarà sempre un “vino d’annata”.

2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto.

È una frase bella, ma insieme anche drammatica. Quando è che noi siamo stati innestati in Gesù? Nel giorno del nostro battesimo noi siamo diventati tralci attaccati alla vite. Sappiamo bene che per la pianta la potatura è un’operazione dolorosa, ma necessaria, perché quella pianta possa produrre ancora più frutto. La potatura per noi è ogni volta che viviamo momenti di sofferenza. Quante volte diciamo che i momenti di crisi ci aiutano a crescere? La potatura è necessaria per una pianta, perché arrivi a produrre più frutto, e soprattutto in senso qualitativo. Ogni momento difficile, di sofferenza, di crisi, può diventare momento di crescita per portare più frutto nella nostra vita cristiana.

3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.

La potatura non è soltanto una operazione dolorosa perché indica momenti di sofferenza, ma è anche una operazione di purificazione, serve a purificare la pianta da tutti quei rami inutili perché non danno frutto. Questo è il periodo in cui si potano gli ulivi, si tolgono tutti quei rami che gli agricoltori esperti sanno che non produrranno mai olive. La potatura è un momento di purificazione anche per noi. Gesù ci dice che siamo già puri perché ascoltiamo la sua parola, ma c’è sempre bisogno di purificare il nostro cuore perché la parola di Dio non sia offuscata, per eliminare quelle zavorre che ci impediscono di renderla ancora più fruttuosa.

4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me.

La parola rimanere è una parola chiave del vangelo di Giovanni, la troviamo spesso. Rimanere in Gesù vuol dire rimanere in intimità con lui. Come Gesù ha voluto quella cena in intimità con i suoi discepoli perché era l’ultima, ha voluto, cioè, celebrare la Pasqua con un significato nuovo, così chiede a ciascuno di noi di rimanere in Lui, in un modo nuovo rispetto a come i discepoli di quel tempo seguivano i loro maestri. Solo se restiamo attaccati a Lui continuiamo a produrre frutto, sappiamo bene che se stacchiamo un ramo dall’albero quel ramo è destinato a seccare; come è vero questo, così è vero che se noi non rimaniamo in Gesù non possiamo portare frutto. È una certezza che non ci viene solo dalle parole di Gesù, ma dall’evidenza che Egli ci porta davanti. Con la stessa evidenza con la quale un ramo staccato da una pianta non può più dare frutto, noi, separati da Lui, non possiamo più portare frutto. Come si può parlare di Gesù agli altri se non si fa l’esperienza di stare con Lui? Se non si fa l’esperienza di piena comunione con Lui? Di chi parlo?

Io posso parlare di Giulio Cesare perché l’ho studiato nei libri di storia, ma di Gesù, siccome è una persona viva, bisogna fare esperienza di piena comunione, quindi rimanere con Lui. E sappiamo bene che questo possiamo farlo solo nella preghiera. A catechismo si impara a conoscere Gesù, ma è, soprattutto, pregando, e attraverso i sacramenti che si fa l’esperienza dello “stare” con Gesù.

5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto,

Che bella questa frase! Il Signore non ci chiederà mai di essere una vite, ma di essere un tralcio. Senza quei tralci però la vite non potrebbe produrre frutto, una vite senza tralci è una vite senza frutto, pensate quanto siamo importanti. È vero siamo solo tralci, ma i tralci insieme producono i frutti. È come se Gesù dicesse: “Io ho bisogno di voi”, perché senza i tralci non si produce uva e senza uva non si può portare gioia nel cuore delle persone. E non solo ci chiede di produrre frutto, ma produrre “molto” frutto. Poi Gesù dice una verità che noi dovremmo stamparci nel cuore:

perché senza di me non potete far nulla.

Se noi pensassimo di vivere la vita cristiana senza Gesù partiremmo già falliti, vivere una vita cristiana senza l’esperienza viva di Gesù significa partire con il fallimento. Gesù non dice semplicemente che non possiamo arrivare al “massimo” senza di Lui, ma che “non possiamo fare nulla”. S. Paolo è andato più avanti in 1Cor 12,3 quando dice: “nessuno può dire: «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito Santo” .

6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca;

Sono drammatiche queste parole di Gesù. Ma quello che non possiamo mai rimproverare a Gesù è di averci preso in giro come seguaci. Ha sempre detto la verità fino in fondo, non ha mai tentato di illudere coloro che avessero deciso di seguirlo, tutt’altro. Chi decide di seguire Gesù lo fa perché lo ama davvero.

poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

Perché non serve più a nulla! Vi ricordate l’altro esempio che fa Gesù in Mt 5,13-15? 13Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. 14Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, 15né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa”.

Gesù ci chiede di rimanere in Lui per portare frutto. E si vede se un cristiano non rimane in Gesù, traspare dal suo volto, dal suo comportamento. Ci si può avvicinare a Gesù per semplice cultura, ma se non si rimane attaccati a Lui, questo si percepisce. La gente percepisce se siamo davvero radicati in Lui, se portiamo frutto. Pur rimanendo con la nostra libertà, rimanendo uniti alla vite, possiamo essere noi stessi coloro che producono l’ “uva buona”.

Gesù continua poi con una frase splendida:

7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.

Guardate che certezza ha il cristiano, se rimane attaccato a Gesù. La preghiera è l’onnipotenza di Dio messa a nostra disposizione. Mentre pregavo su questo passo, mi veniva in mente la fiaba della lampada di Aladino, nella quale una persona, sfregando la lampada, può vedere soddisfatti tre desideri. Può ottenere tre cose, cosa chiedere? Immaginate se prendessimo davvero sul serio le parole di Gesù; potremmo chiedere tutto ciò che vogliamo e lo otterremmo. Ho iniziato a pensare: “Io allora chiedo questo, poi chiedo quest’altro, ecc.!”, ma ogni cosa che mi veniva in mente, anche la più grande, non era il Tutto. Alla fine mi è venuto in mente di chiedere: “Signore, fai la tua volontà, che sicuramente è la cosa buona!”. Questo è il regalo più grande, questa è l’onnipotenza di Dio. Perché Dio, se le parole di Gesù rimangono in noi, se noi restiamo attaccati a Lui, ci rende onnipotenti, esattamente come ha reso onnipotente Gesù. L’onnipotenza di Dio è proprio la “sua volontà” ed è nelle nostre mani.  allora noi saremo capaci di chiedergli davvero delle cose importanti se entreremo in quest’ottica. Se facciamo questo esperimento ci rendiamo conto che se chiediamo una cosa importantissima, dopo ce ne viene in mente un’altra, e dopo un’altra, e dopo…. Questo è la preghiera. Io credo che se il nostro cuore entra in sintonia con il cuore di Gesù, noi potremo dire con Lui: “Il mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato”. Gesù è arrivato a chiedere: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». (Lc 22,42). Lui è arrivato a dire questo, ed è stata la richiesta più alta della sua preghiera.

8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.

Cosa vuol dire che “è glorificato”? Che “in questo modo facciamo capire chi è Dio”. Cosa è la gloria? L’essenza vera di una persona. Quando vogliamo glorificare Dio ci rivolgiamo a Lui con termini come: grande, misericordioso, gli diamo gloria. Dare gloria significa dire di una persona, ciò che quella persona è. E questo possiamo farlo anche con qualcuno che fisicamente è davanti a noi. Se io dico a una persona: “Tu sei brava a parlare, tu sei intelligente, ecc.”, io gli rendo gloria. A volte, però, con qualcuno scadiamo nell’adulazione, che è una gloria falsa, una gloria che non c’è. A Dio possiamo veramente invece rendere gloria, perché con Lui non c’è questo rischio. La gloria per il Signore è che noi diventiamo discepoli. Noi siamo un regalo che Dio fa a  se stesso, siamo la sua gloria. Pensate a quando un bravo figlio fa la gloria dei suoi genitori, fanno un complimento a lui e i suoi genitori ne godono. Quando qualcuno parla bene di noi come cristiani, Dio è contento, gli rendono gloria, perché è Lui che è stato capace di fare questo capolavoro. Se voi andate a S. Pietro, guardando la Pietà, raramente dite: “Ma quanto è stato bravo Michelangelo!”. Tutti dicono: “Ma quanto è bella!”. Dicendo però che la Pietà è bella rendo gloria a Michelangelo. Così è per la gloria di Dio, perché se noi portiamo frutto possiamo riempire di gioia il cuore di Dio.

 

9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

L’amore tra Gesù e il Padre è un amore trinitario e noi possiamo entrare in questo amore; è come se Dio volesse metterci in mezzo all’amore trinitario.

10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.

Avevamo già visto questa richiesta di Gesù, osservare i comandamenti per restare nel suo amore. Non so se ci avete fatto caso, ma in tutte queste frasi ricorre l’aggettivo “mio”. Gesù dice il “mio” amore, la “mia” gioia, la “mia” parola, i “miei” comandamenti, i “miei” amici. Che strano! È proprio quell’aggettivo però che ci fa capire la straordinaria particolarità di quello che è Gesù. E ci fa capire anche la straordinaria particolarità di questo testamento. Se noi dovessimo lasciare un testamento spirituale diremmo: “Vivi nella gioia, nella pace, mi raccomando, ama tuo fratello, tua madre”. Gesù invece esorta i suoi dicendo: “Rimanete nella mia parola”, “Sarete miei amici”,  “la mia gioia”. Io credo che tutto il Cristianesimo sia lì, nello scoprire la particolarità di quel “mio”! Qual è la differenza tra la gioia “in genere” e la “gioia” di Gesù? Tra la pace e la “sua pace”? Tra la Legge i “suoi comandamenti”? Cosa vuol dire essere “miei amici”? L’amore di Gesù è l’amore del Padre. Rimanere nel suo amore significa entrare nella logica dell’amore del Padre, non un “amore qualsiasi”, ma un amore che ha le caratteristiche del “divino”, del soprannaturale.

11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Il vino prodotto dall’uva, prodotta dalla vite, non è segno di gioia? Non una gioia falsa, è il “vino buono” delle nozze di Cana, non un vino annacquato, è una gioia vera! Se è vero che il desiderio di Gesù è rendere ognuno di noi suo discepolo e condividere le cose belle, cosa c’è di più bello per i suoi discepoli se non la loro gioia? Siamo in un momento di tristezza, perché stanno per iniziare i tre giorni più drammatici per la loro sequela, e Gesù pronuncia queste parole nel momento culminante della sua vita terrena.


12Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. 13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Questo versetto mi ha sempre sconvolto positivamente, perché mi sono sempre chiesto: “Come si può comandare l’amore?”. Noi quando pensiamo all’amore pensiamo a un fatto sentimentale: “Io sento di amare”. Gesù invece ai discepoli ha comandato di amare. Più in là lo dirà esplicitamente: “Amatevi”. E non usa il “modo indicativo”, ma il “modo imperativo”. Io ho sempre fatto fatica a capire questo passo fino al giorno in cui sono diventato prete e mi hanno dato il primo incarico. Lì ho capito il significato di quel comando perché da quel momento io non ho mai più amato per puro  sentimento, ma Gesù mi ha comandato di amare le comunità nelle quali sono stato mandato. Questo è un esempio splendido di cosa voglia dire il comando di amare. Se noi rimaniamo in Gesù è Lui a dirci chi amare, non siamo noi a decidere. Questo è bellissimo: non amiamo per le nostre scelte, ma è Gesù che ci mette accanto i nostri compagni di viaggio. È Gesù che mette accanto a una donna il marito e viceversa. Certamente le persone possono anche sbagliare. I figli non li scegliamo, il marito o la moglie sì e possiamo sbagliare, specialmente quando in noi non abita la Parola di Dio. Però dobbiamo entrare nella logica che è Dio che sceglie  i nostri compagni di viaggio e l’abbandono alla sua volontà significa “abbandono al suo amore”. Ecco perché Gesù può comandare ai suoi discepoli di amarsi reciprocamente, perché l’origine di quell’amore non è umana, ma viene dalla “vite divina”, la cui linfa dell’amore passa  al tralcio. E questo può succedere soltanto se si è attaccati alla vite. Poi Gesù ci dà le dimensioni di questo amore:

13Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici.

Si può dare la vita per la gloria, per un ideale; dare la vita per gli amici è la forma più alta di amore. Dare la vita per gli amici anche se loro non se ne accorgono, e darla non per coloro che tu hai scelto, ma per quelli che Gesù ha scelto per te, per i tuoi compagni di viaggio,  è la forma più alta di amore. Certamente possiamo pensare a una mamma che per istinto dà la vita per suo bambino, ma se ci avete fatto caso nella Bibbia l’amore di una madre per i figli è considerato un amore viscerale e non è mai preso da Gesù come esempio per l’amore vicendevole. Gesù prende ad esempio  l’amore tra fratelli. Avete mai visto due fratelli che non litighino dalla mattina alla sera? Gesù prende in considerazione l’amore che non parte solo dal sentimento, ma dalla testa, dalla volontà, dalla libertà  E’ questo tipo di amore che è capace di arrivare fino in fondo.

14Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. 15Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.

Quanto è consolante questa frase. Ecco un’altra caratteristica di questo amore di Gesù per i suoi discepoli.? Tutto quello che il Padre gli ha detto lui lo ha rivelato a noi. Agli amici si rivelano i segreti più intimi, più profondi. Gesù vuole rivelare i suoi segreti ai discepoli, ora più che mai. Questa notte, che per Lui è una notte speciale, vuole accanto a sé i suoi amici. Nell’Orto degli Ulivi non andrà tanto bene, lo lasceranno solo. Eppure Gesù ha cercato di rivelare a loro i segreti del Padre, pian piano, nei tre anni della sua vita pubblica, trattandoli come amici sempre più intimi. E non solo! siccome l’opera non era ancora completa, ha promesso il dono dello Spirito Santo perché rivelasse la verità tutta intera. Questa amicizia, dopo la Resurrezione, raggiungerà la perfezione. In tutto il Vangelo, fino al momento della Resurrezione, Gesù non ha mai chiamato i suoi discepoli “fratelli”. Dopo la Resurrezione, quando apparirà a Maria Maddalena dirà: va’ dai miei “fratelli” e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”

Noi diventiamo fratelli di Gesù quando riceviamo il Battesimo. Per diventare fratelli di Gesù ed essere innestati nella vite, abbiamo bisogno di fare esperienza della sepoltura e della rinascita. I discepoli per diventare fratelli dovevano aspettare il “mistero pasquale attuato”. Vedete il passaggio: amici – fratelli.

16Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga;

Questa è un’altra verità splendida. Spesso pensiamo di essere stati noi ad aver scelto Gesù, in realtà non è così; è Gesù che ha scelto noi e ci ha costituiti. Non è una sequela arrabattata, stile armata Brancaleone, Lui ci “ha costituiti” profeti, sacerdoti, re. E quel frutto non deve essere portato una volta, ma deve rimanere, diventare eredità per coloro che vivranno dopo di noi. È come una catena: noi abbiamo ricevuto la fede da altri, che l’hanno ricevuta da altri, una grande catena. Nessuno di noi è diventato cristiano per magia, ma ha ricevuto la fede da coloro che lo hanno preceduto e la lascerà a coloro che lo seguiranno. Chi ha visto Gesù sono solo i primi discepoli, e da allora fino ad oggi la fede si è diffusa grazie alla testimonianza di miliardi e miliardi di persone che se la sono scambiata l’un l’altro nei secoli. Questo è lo straordinario miracolo della Chiesa, è il frutto che rimane!

perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda.

Potremmo dire che questa onnipotenza che ci è data nella preghiera, è un’onnipotenza che varca i confini del tempo e della storia, perché è una catena di preghiera che non si è mai interrotta e che non si interromperà mai, ma che al momento della fine del mondo si trasformerà e diventerà preghiera perenne in un modo completamente nuovo.

17Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri.

Quanto insiste Gesù su questo comandamento! Forse perché l’uomo è un po’ restio a questo comando dell’amore nuovo. Vorrei che provassimo a partire da questo periodo di Quaresima, a far nostro questo invito, a vivere la pace, l’amore, la gioia di Gesù. Dobbiamo fare nostro quel “mio” di Gesù.